Quando Emanuele Filiberto trasferì la Santa Sindone a Torino pensò che sarebbe stato, per sempre, l’ultimo trasferimento.

Duecento anni dopo, una nuova guerra e nuovi pericoli incombevano su Torino e, ancora una volta, toccò al Duca di Savoia metterla in salvo. Salvare il Sacro Lino significava conservare «la Reliquia», quella più importante, la Testimonianza tangibile, la Vera Imago, e voleva dire salvare il Ducato, la sua investitura “dall’Alto”, salvare la Cristianità e salvarla per mano dei Savoia. Tanto era accaduto a Beatrice e Carlo III di Savoia, tanto sarebbe toccato al loro figlio Emanuele Filiberto. Lui che indossava il nome del nonno portoghese, Emanuele, per la prima volta nell’araldica sabauda, la carnagione chiara ed i capelli rossi come la madre, lui che da vero reale qual era aveva scelto di ereditare solo il meglio, coraggio e dignità, fermezza e lungimiranza. Toccò ancora ad un Savoia salvare la Santa Sindone allontanandola da Torino insieme con la famiglia, e salvare la Cristianità.

Accennare all’anno 1706, a quanto è avvenuto a Torino all’epoca, senza tener conto del contesto storico europeo in cui la città era inserita, è difficile e si corre il rischio di lasciar correre il pensiero ad alcune tra le figure che, nel tempo, meglio hanno alimentato la fantasia popolare. Pietro Micca è tra le immagini più mitizzate, la sua fama è legata alla morte “sul lavoro” nei sotterranei torinesi. Non fece in tempo ad allontanarsi dopo aver attivato l’esplosivo. L’episodio è significativo e, purtroppo, solo uno fra i tanti meno noti di quella guerra.

Recentemente, si è tornati ad omaggiare, con nuove pubblicazioni e studi, il Principe Eugenio di Savoia (1663-1736), cugino di Amedeo II, e l’intervento decisivo dell’armata sabauda nella difesa delle terre cristiane contro l’invasione islamica. Nato a Parigi, morto a Vienna, il Principe Eugenio, Principe Mecenate e difensore della Cristianità, è per lo più ricordato come Prinz Eugen. Figlio di Eugenio Maurizio di Savoia Carignano, conte di Soissons, e di Olimpia Mancini, Prinz Eugen vinse nella campagna contro i Turchi a Zenta e per questo gli vennero donati vasti possessi nei Balcani. Fu al servizio dell’Imperatore Leopoldo I, distinguendosi subito nelle operazioni contro i Turchi per la liberazione di Vienna assediata (1683) e in quelle successive. A soli 24 anni fu promosso tenente generale, poi iniziò l’attività diplomatica, alternandola a quella bellica e contribuì all’alleanza del Duca di Savoia con l’Austria. Qui si distinse aiutando suo cugino, il Duca Vittorio Amedeo II di Savoia, a sconfiggere i francesi nella battaglia che si svolse nell’estate del 1706 per ben 117 giorni e vide fine nello scontro della Continassa, là dove convergono la Dora Riparia e la Stura di Lanzo, ottenendo il milanese di cui Eugenio diventò Governatore. Dopo la vittoria, Vittorio Amedeo II e il Principe Eugenio di Savoia entrarono a Torino, liberata, da Porta Palazzo e si recarono al Duomo per assistere ad un Te Deum di ringraziamento.

Ci sono dunque ragioni per ricordare non solo Pietro Micca, ma soprattutto Amedeo II ed Eugenio, le figure di maggior rilievo in un periodo storico che da almeno cinque anni coinvolgeva il Piemonte in una guerra per l’eredità. Succede in molte famiglie di litigare per l’eredità e quando la posta in gioco è alta, la guerra può includere più persone, amici e parenti. In quell’anno 1706 era coinvolta mezza Europa. La Spagna era senza erede, Francia e Austria si contendevano la nomina del nuovo capo di Stato e la Savoia, un mosaico di territori a cavallo delle Alpi Occidentali, come una sfida alla geografia al cui centro vi era il Principato di Piemonte, in posizione strategica, fisicamente posizionata al centro d’Europa e unita gli uni agli altri da vincoli di sangue, ancora una volta, si trovò a perdere uomini, terre e tanto tempo. Emanuele Filiberto, Testa di Ferro, aveva fatto costruire le mura di cinta della capitale, Torino, memore dell’invasione francese che aveva costretto suo padre ad abbandonare la città per cercare ospitalità tra Vercelli e Milano, ma non era stato sufficiente. Cento anni più tardi, Amedeo II si trovava a dover di nuovo abbandonare la capitale. Il Piemonte di allora era quasi tutto in mano francese. Gli spagnoli avevano le terre ad est, fino alla val Tanaro, Garessio e Massimino.

Quell’ultima estate di guerra, 1706, quella dell’assedio di Torino, rappresenta il momento più celebre e cruento di tutta la guerra di successione spagnola durata fino al 1714. Momento, insieme all’assedio di Verrua, terminato con la vittoria dei Piemontesi, importante abbastanza da esser stato paragonato da alcuni storici alla vittoria riportata dai Greci negli scontri di Salamina e Platea contro i Persiani. Salamina e Platea, due località modeste per dimensioni, ma strategiche, come Verrua.

Tra il maggio e il settembre del 1706, Torino si dovette difendere dagli assalti dei 45 mila soldati francesi e spagnoli. Sotto i bombardamenti, con palle di pietra e bombe incendiarie, non tutta la popolazione civile resistette. In quell’estate si combatteva senza sosta anche nel sottosuolo, in un intricato labirinto di gallerie di mina e contromina, scavate sotto la città. A scavare e costruire le gallerie erano i torinesi, tutti, soldati e civili, che vedevano la loro salvezza nella salvezza del Piemonte e del Duca.

A Torino, nella zona conosciuta come «Rondò d’la furca», non era raro assistere ad esecuzioni capitali. Durante il Regno di Sardegna le condanne a morte erano eseguite prevalentemente mediante la forca, installata, allestita e poi tolta, di volta in volta. Dopo un mesto percorso a piedi dalle carceri, giungeva al Rondò d’la furca la carretta con il condannato, confortato da un sacerdote, accompagnato da una scorta armata e dalla Confraternita della Misericordia. Attorno si radunava una piccola folla di adulti e bambini. Oggi i nostri bambini non assistono più alle impiccagioni. Però la violenza a cui assistono tramite il televisore, il cinema e Internet non è da meno. La differenza, probabilmente, sta nel fatto che un tempo il senso della morte era più ragionato, il rispetto della morte dava un senso in più alla vita.

In quel crocevia tra corso Valdocco (Vallis Occisorum), via Principe Eugenio, corso Regina Margherita e via Cigna, c’è un monumento, opera dello scultore Virgilio Audagna, eretto nel 1961 e voluto dai carcerati di tutta Italia dedicato a San Giuseppe Cafasso (1811-1860), che aveva assistito spiritualmente molti condannati a morte. Chi volesse venire a Torino e cercasse sullo stradario il «Rondò della forca» non lo troverebbe. Non è il nome della piazza, ma forse quella piazza non ha nome. Si può però chiedere a chiunque a Torino e tutti sanno dire dov’è.

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