Quando la crisi volge alla catastrofe, l’amaro compenso è quello che i tristi presagi, le problematicità, gli allarmi, volgono a certezze, agli inesorabili esiti, alla normalizzazione del peggio. Così il lungo processo di annientamento dell’arte come risorsa umana integrale, dopo le sperimentazioni – che ora appaiono ingenue- delle avanguardie e delle varie correnti che hanno dilettato con le loro stravaganze le élites intellettuali e mondane, si è giunti alla definitiva istituzionalizzazione dell’arte contemporanea concettuale, proprio quando la sua bolla speculativa si accinge a confluire nell’artificializzazione totale dell’AI. Mortificata infine l’arte in una storicizzazione ideologica e astrattizzazione falsificante, che rende ambiguo, mal conosciuto e incomprensibile lo stesso patrimonio artistico del passato (v. il riordinamento concettuale modaiolo di musei e mostre), s’impone, ovvero supinamente si subisce, il monopolio di un’impostura organizzata, strutturata internazionalmente dal suo stratosferico apice finanziario, giù giù fino alla spicciola diffusione del brutto, dell’idiota e dell’osceno. Così l’arte, ricchezza e gloria dell’uomo nel suo legame con la natura e col divino, misteriosa potenza della sua immaginazione e abilità della sua mano sin dai più remoti tempi, designa oggi un coacervo di attività, prodotti, apparati, che vanno dall’estremo della precarietà vetrinistica e cabarettistica, al gigantismo mostruoso degli scempi ambientali e delle orgiastiche fiere e biennali. La comunità umana non è più unita e arricchita dall’arte, che la stupiva, la esaltava, la consolava e rafforzava nella speranza e nella fede, ma, in un processo d’inversione antropologica, ne è impoverita, offesa, depredata; in più deve subire le cosiddette provocazioni, i pistolotti propagandistici, le pretese denunce, con cui il sistema dell’arte contemporanea sfrutta e insieme serve la politica, la mondanità, i media. Gli iperparassiti, le star, ormai al di sopra di qualunque smascheramento, se la ridono, anzi hanno fatto di questo privilegio il loro iperbusiness, il loro più ambito spurgo (v. il WC d’oro di Cattelan). Non resta che attendere che la bolla speculativa prima o poi scoppi, ma nel frattempo, quanti sprechi, quante sensibilità e abilità sprecate, quante mediazioni parassitarie di critici, curatori, organizzatori di eventi, e quante illusioni di “artisti” che replicano (è inevitabile) l’ennesimo mucchio, traliccio, gabbiotto, spruzzo, acrobazia…L’arte contemporanea conferma così, a difendere la sua funzione strutturale finanziario-speculativa, e quella ideologica di produrre consenso e asservimento al sistema globalizzato, la sua più assoluta autoreferenzialità: “Arte è ciò che tale è definito”, ecco, siamo giunti al punto di non ritorno, al di là di quanto potessero prevedere i teorici del relativismo radicale. Ma la formula vincente, che tutto giustifica, è l’altra, la frase suggerita e imposta a chi è così tenuto a rinunciare ai suoi occhi, al suo gusto, al suo cuore e alla sua intelligenza: “Io di arte non me ne intendo”. Regalo, questo, tutto dei “critici” e “artisti” del nostro tempo, perché l’arte sempre è stata capita, amata, cercata da tutti, e fra i tanti diritti che si rivendicano, ci dovrebbe essere anche questo, il diritto alla bellezza, il diritto all’arte, da sentire viva, vera, sua propria anche da parte di chi guarda. Ma “di arte si deve intendersene”, e così bruttezze, oscenità, sciocchezze scorrono e ingombrano, dalle aste milionarie, alla vanità di mostre, eventi e MAC, fino ad appestare paesotti ingenui, chiese e scuole.
Un paesaggio, un soggetto umano, un’immagine simbolica, può essere disegnata, dipinta, scolpita un numero infinito di volte ed essere, ogni volta, diversa e sorprendente. Un artefatto concettuale è sempre ripetitivo e scontato, quale sia il titolo con cui viene surrettiziamente etichettato, attingendo a una lista, ormai anch’essa, per forza di cose, ripetitiva. Quante gabbie di plexiglas trasparente abbiamo visto? Ed eccone per esempio un’altra, esposta al MAXXI di Roma, con via via un figurante vestito da sacerdote con tanto di stola, un titolo “Confessionarium”, e la speranza che qualche cattolico si offenda e protesti. Ove l’appello alla trasparenza appare invece ironico proprio nel contesto del sistema dell’arte contemporanea, il cui capolavoro è l’assoluta opacità, una strutturazione in ceti, apparati, centri istituzionali e finanziari, ognora e impunemente esenti da ogni valutazione e controllo qualitativo e gestionale.
Altra, e più drammatica sequenza di memorie e di simboli, evoca Gibellina “Capitale dell’arte contemporanea 2026”. La ricostruzione stessa della città dopo il tragico terremoto del 1968 è stata segnata da una fagocitazione da parte delle star dell’arte e architettura contemporanee totalmente narcisistica e indifferente alla storia, alle tradizioni, alle identità e alle memorie delle persone e dei luoghi. Tutto ciò ha un simbolo materiale e morale nell’orrendo Grande Cretto di Alberto Burri, completato e restaurato a caro prezzo dal 2015 con fondi europei. Quello che già in origine era il compiaciuto specchiamento dell’autore nella colata di cemento che preme e oblitera tracce e ricordi, ha ribadito nel tempo la sua vocazione meramente turistica ed è oggi rappresentazione anticipatoria degli esiti funesti del concettualismo, dell’artificializzazione, dello spreco. Anzi oggi, nella prospettiva del tempo, con più chiarezza emerge la vanità e la freddezza intellettualistica con cui i vip dell’epoca, da Burri a Quaroni, affrontarono il tema della memoria e della ricostruzione, in un fallimento morale prima che artistico, di cui Gibellina è ancora testimone.

