Nada te turbe, / Nada te espante, / Todo se pasa … “. (S. Teresa d’Avila).

 

Una prima incisiva e lapidaria risposta a questo interrogativo, che spesso attraversa la mia mente provocandomi angoscia, la trovo in S. Teresa d’Avila che, nel suo comprensibilissimo spagnolo, mi invita a non lasciarmi turbare, né spaventare dall’oscurità che domina il mondo, perché tutto ciò che è terreno è anche transitorio e così anche gli effetti nefasti della globalizzazione mondiale che domina il nostro tempo. Come tutti sanno la globalizzazione, croce e delizia del mondo di oggi, è stata favorita, dopo la seconda guerra mondiale, soprattutto dagli Stati Uniti che, mirando a imporre il loro “american way of life” in tutto il mondo, aspiravano al predominio culturale e tecnologico del globo e “all’esportazione della democrazia” nei paesi che, non avendo vissuto storicamente lo stesso tipo di esperienza civile, filosofica e spirituale dell’Occidente, non la desideravano affatto, perché non avevano idea di cosa fosse.

Perciò, secondo l’umile giudizio di una cattolica “bambina”, il fenomeno della globalizzazione – che ormai sembra ineluttabile per la facilità con la quale si diffondono i collegamenti e le informazioni di ogni tipo (e soprattutto quelle cattive) – ha provocato più guai che benefici tra il popolo comune. I benefici materiali sicuramente si sono visti: intere nazioni, specialmente asiatiche, hanno fatto il “grande balzo in avanti” sulla via del benessere; altre invece, specialmente africane e sudamericane, hanno solo potuto assistere al miglioramento della vita che si verificava negli altri paesi rimanendo però a bocca asciutta, con la conseguenza dell’emigrazione, molto difficilmente controllabile, di interi gruppi umani verso altri paesi alla ricerca di quel benessere che non hanno mai avuto e a cui ritengono di avere diritto, con le conseguenze destabilizzanti che tutti conosciamo.

Ma anche all’interno dei paesi cosiddetti “ricchi”, ci sono intere fasce di popolazione  “povere”, e sono coloro che “lavorano e non sanno”, “le pecore senza pastore” di cui parlò una volta Gesù.

Le espressioni che ho usato, nel contesto di riferimento, non sono mie ma del grande Pontefice Pio XII il quale, al momento dell’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, si rivolse ai ricchi e potenti paesi responsabili del disastro che si stava scatenando per implorare pietà per la gente comune, per gli uomini e le donne che lavorano e sopportano il peso della vita quotidiana e le cure della famiglia, che non hanno accesso alle decisioni che determinano la sorte dei popoli e sono pertanto facile preda della propaganda interessata, sempre servile e bugiarda[1]. Ancora oggi esistono queste persone che, pur vivendo nella ricchezza del mondo occidentale, sono disorientate perché mancano loro dei precisi punti di riferimento, perché sono frastornate dalle lusinghe, dai vantaggi e dai piaceri che quel falso mondo offre, ma non trovano risposte a quegli interrogativi capitali che nessuno di noi può eludere: “Qual è il significato del dolore e della morte? Quanto valgono le conquiste che abbiamo raggiunto a così caro prezzo? Ne valeva la pena? Cosa ci sarà dopo la morte?”.

Per il cristiano il dilemma è ancora più tragico perché il nostro tempo, nichilista, relativista, edonista, promette soddisfazioni a breve termine, raggiunte le quali si creano altri desideri, altre aspettative, altre illusioni da arraffare e realizzare il più presto possibile, riproducendosi poi di nuovo in altre seducenti forme e costringendo gli uomini a perseguirle ancora in una sorta di fatica di Sisifo che non avrà mai termine. Credo che mai, come nei secoli XX e XXI, le nefaste conseguenze materiali e spirituali del peccato originale si siano fatte sentire dall’umanità con tanta drammatica evidenza. Mentre una volta la negazione di Dio era soprattutto una scelta solitaria e individuale, oggi viene presentata come un’esigenza del progresso scientifico o di un nuovo tipo di umanesimo e la gente comune di tutto il mondo, anche se cristiana, non può fare nulla contro gli effetti e le conseguenze del nichilismo, del secolarismo, del relativismo, di quei processi culturali, cioè, di cui subisce quotidianamente gli effetti, spesso senza neppure accorgersene.

Il destino umano è diventato comune e unico per tutti con la persuasione che i benefici della civiltà devono estendersi, per l’appunto, a tutti. Ma il progresso, che ha consentito le migliori condizioni di vita che si siano mai avute nel mondo occidentale, non ha prodotto il miglioramento che tutti si aspettavano; non è cresciuta la ricerca del bene comune (o dell’ “interesse collettivo”, se l’espressione che ho usato dovesse suonare troppo confessionale ad orecchie laiche); non sono cresciuti il rispetto per la dignità della persona umana, per gli avversari sociali, politici o religiosi. L’umanità di oggi commette gli stessi crimini del passato, con l’aggravante di renderli più ipocriti e perversi con l’aiuto dei mezzi moderni di cui dispone. La scienza e la tecnica non sono di per sé né buone né cattive: tutto dipende dall’uso che ne fa l’uomo. Saranno ottime e meravigliose se procureranno cibo in abbondanza e miglioramento sociale per i più sfortunati; saranno pessime e demoniache se diventano strumento di un antropocentrismo assoluto distruggendo la morale naturale. E questo, purtroppo, è proprio quello che sta avvenendo oggi.

Dalla notte dei tempi la storia umana si svolge in un alternarsi di vittorie e di sconfitte. Il cristiano, però, sa che il mondo è stato creato e conservato da Dio per amore e, anche se traviato dal peccato originale, è stato riscattato dalla Croce e dalla Resurrezione di Cristo che lo guida verso la realizzazione totale del Regno di Dio. Il cristiano sa che il Signore è l’ALPHA e l’OMEGA della storia e la Sua presenza è sempre rintracciabile, più o meno evidente, in tutti gli eventi umani. Tuttavia se riflettiamo sullo stato della Fede nel nostro tempo, ci accorgiamo che la confusione è enorme. La “dittatura del relativismo”, secondo la calzante espressione coniata da Benedetto XVI, si serve della “svolta antropologica”, propugnata da Karl Rahner, per svuotare di significato la fede che la Chiesa ha professato per duemila anni e ha fissato nei dogmi[2].

L’errore dilagante e mascherato da verità mira anzitutto a negare la divinità di Cristo mettendone in dubbio la Resurrezione e vuole presentare la Chiesa come una delle tante “denominazioni” religiose (secondo l’espressione americana) il cui compito principale non è l’annuncio del Vangelo, la “Buona Notizia” del riscatto dell’umanità dal peccato originale (che non si sa più neppure che cosa sia) ma l’affermazione dei diritti dell’uomo e della pace tra i popoli. L’ignoranza cattolica in materia di fede è enorme ed è favorita anche dalla carente educazione catechistica offerta sia dalle famiglie che dalle parrocchie, che mirano più a intrattenere i bambini in un ambiente “sano” che a insegnare loro il vero Catechismo.

In questa temperie che cosa può fare il cristiano di buona volontà? Il mio istinto, il sincero amore che io nutro per la Chiesa di Cristo e quella fede “bambina” che mi ha sorretto e guidato in tanti tristi momenti della mia vita mi fanno intravedere la possibilità di due diverse vie di comportamento, ugualmente valide ed attuabili a seconda del carattere, del temperamento e delle forze spirituali di cui ciascuno di noi dispone e di cui Dio ci ha dotato.

Da un lato, è possibile rimanere tranquilli nel posto in cui Dio ci ha collocati lavorando, soffrendo, sperando, pregando e riuscendo così a coniugare l’impegno terreno e la pace interiore, pur nella confusione prodotta dalle idee e dalle vicende storiche del nostro tempo, nella certezza che la Verità finirà per affermarsi. Non mi sembra, questo, un comportamento rinunciatario o accidioso, anche se il momento storico che stiamo vivendo sembra richiedere dei veri “combattenti” spirituali, dato il “motus in fine velocior” che si sta verificando nella nostra società “liquida”.  Penso piuttosto che questo comportamento, se cristianamente inteso, possa considerarsi un atteggiamento di sapienza, un onesto assolvimento dei propri doveri pubblici e privati nel fiducioso abbandono al disegno di Dio che interviene sempre nella storia umana anche se noi non ce ne accorgiamo. Mi colpì molto, a questo riguardo, un’osservazione del sociologo Giuseppe De Rita: “Chi vuole essere protagonista crea un evento, cavalca un evento. Il cattolico invece sta tranquillo a vivere dove Dio l’ha messo. La quotidiana fedeltà alla propria fede a volte si esplica proprio in questo non protagonismo. Invece, quello che non sopporto in alcuni laici è quell’orgoglioso protagonismo che impedisce anche il dialogo[3].

Dall’altro lato, c’è anche la possibilità di esercitare una resistenza attiva da parte di chi non ha il potere ma è consapevole del proprio dovere di fronte a Dio, e questa scelta spirituale è stata esaurientemente illustrata da Mons. Antonio Livi, dal quale mi farò guidare in questa parte della mia riflessione[4].

Scrive Mons. Livi che ognuno, secondo il proprio status nella Chiesa, ha il dovere di professare personalmente la Verità rivelata (virtù della fede) facendola arrivare integra agli altri, sia col dialogo diretto, che con l’uso dei mass – media, contribuendo così a riportare sui giusti binari l’opinione pubblica cattolica disorientata (virtù della carità) rispettando, naturalmente, coloro che esercitano legittimamente, nella Chiesa, l’autorità di magistero e di governo (virtù dell’obbedienza) nella consapevolezza dei propri limiti nella conoscenza delle diverse situazioni pastorali in tutto il mondo (virtù dell’umiltà) e valutando il giusto rapporto tra il fine da raggiungere e i mezzi a disposizione (virtù della prudenza).

Molti Vescovi cattolici hanno agito di recente in questo senso e se spesso le loro iniziative – ispirate a sincero amore per la Chiesa e a responsabilità pastorale, insieme alla dovuta prudenza e al rispetto dell’autorità – non hanno ancora dato risultati concreti, non è detto che non ne diano in futuro, se si consentirà allo Spirito Santo di penetrare sempre più intimamente nelle coscienze di chi ha il potere e la responsabilità di indirizzare le anime.

Per quanto riguarda me, l’ultima delle pecorelle di Gesù, ho sempre detto nelle mie riflessioni che, se avessi avuto vent’anni di meno e le articolazioni meno sinistrate, sarei scesa in campo senza esitazione e avrei fatto il diavolo a quattro in tutte le sedi opportune: quartiere, parrocchia, diocesi, nei gruppi di preghiera e nelle associazioni cattoliche per agire secondo l’indicazione di Mons. Livi. Invece le mie condizioni attuali mi fanno pensare che non era questo il progetto che Dio aveva in serbo per me. Penso invece che il comportamento giusto per me me lo abbia fatto capire, circa dieci anni fa, un mio grande maestro, purtroppo scomparso, di cui ho avuto il grande onore di essere anche collaboratrice, P. Piersandro Vanzan S.J., scrittore della “CIVILTA’ CATTOLICA”, il quale mi fece conoscere, nella storia della spiritualità della Compagnia di Gesù, uno scrittore che, riecheggiando la pura tradizione di S. Ignazio, è noto presso cattolici e non cattolici come il “Dottore dell’abbandono”, P. J. – P. de Caussade.

Nell’opera “L’abbandono alla Provvidenza divina[5], P. de Caussade insegna che il cristiano che vive pienamente la sua fede sperimenta in fondo al cuore una sicurezza che non dipende dall’andamento e dall’evidenza delle cose. Il Signore infonde questa sicurezza di essere sulla giusta via, ed essa sconfigge ogni paura. Egli costringe l’uomo a vedere la propria impotenza, a camminare a piedi, soltanto per dargli la sicurezza che la Provvidenza provvede a lui, portandolo tra le braccia. L’uomo allora non deve fare altro che oltrepassare la luce della ragione che accresce le tenebre della fede, credere che “quanto più la scena è confusa, tanto più piacere ci si attende dall’epilogo” (pag. 148).

Allora aveva ben ragione la grande Santa di Avila!

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[1] La mia famiglia ha molto amato Pio XII perché nel 1944 – quando fu bombardato il popolare quartiere S. Lorenzo di Roma, provocando anche la distruzione di parte della famosa basilica paleocristiana di S. Lorenzo fuori le mura – il Papa, da vero Pastore, fu il primo ad accorrere in mezzo al suo infelice gregge, così duramente provato, per piangere e pregare insieme a lui. Io conservo ancora molte fotografie di quell’evento cui parteciparono anche i miei genitori.

[2] Mons. Antonio Livi ha esaurientemente descritto questo tragico fenomeno in un testo che io consiglio a tutti di leggere: Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca filosofia religiosa. 3° ed. con aggiornamenti, Leonardo da vinci, Roma 2017.

[3] G. De Rita, in “30Giorni”, 2009, n. 5, pag. 96.

[4] La Nuova Bussola Quotidiana, 8.8.2017

[5] Milano, Adelphi 1989.

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