Venerdì 1° giugno ha giurato il Governo del Professor Conte, frutto dell’accordo tra la Lega e il Movimento 5 Stelle, sotto l’attenta supervisione, per non dire l’aperta ingerenza politica, del Capo dello Stato. Il tutto si presenta come il risultato di un duplice compromesso o, meglio, di due compromessi consecutivi.

Il primo compromesso è, ovviamente, il cosiddetto « concluso, dopo molte esitazioni ed incertezze, tra la Lega ed il Movimento 5 Stelle, con il beneplacito di Forza Italia e, in particolare, di Silvio Berlusconi; beneplacito che ha consentito il mantenimento dell’alleanza di centro-destra, pur in presenza della partecipazione della Lega ad un Governo con un partito che ha posto un veto assoluto ed irremovibile nei confronti degli azzurri. Tale accordo contempera l’impegno ad attuare progetti dell’una come dell’altra parte contraente con grandi difficoltà di armonizzazione, difficoltà superate, almeno sul piano teorico, dall’idea di Paese che emerge da quelle pagine: un’Italia più orgogliosamente libera e padrona del suo destino, decisamente meno accogliente verso clandestini ed immigrati indesiderati di vario genere e varia natura; un’Italia meno burocratica, con un fortissimo alleggerimento della pressione fiscale ed una maggiore libertà di intraprendere, ma anche più attenta alle fasce sociali più disagiate; un’Italia, sul piano internazionale, meno legata, anche se non totalmente sciolta, dalle politiche dell’Unione europea e dell’Alleanza atlantica, con chiara apertura di credito nei confronti della Russia putiniana, con l’unica stella polare dell’interesse nazionale, come recita la formula del giuramento dei ministri; un’Italia più sensibile ai diritti delle vittime dei reati, anche quelli che non richiamano grandi inchieste giornalistiche, come denota il progetto di riforma della legge sulla legittima difesa; un’Italia, quindi, più interessata al mantenimento dell’ordine pubblico e della pace sociale.

Risulta di ogni evidenza che questa caratterizzazione politica, così forte ed in così grande discontinuità rispetto agli ultimi governi richiedeva, anche nella compagine ministeriale, una composizione che ne evidenziasse il senso di rottura con il passato e, soprattutto, con la supina soggezione ai voleri della Sinarchia eurocratica, che tanti danni hanno portato al nostro Paese, sia sul piano strettamente economico e sociale, sia su quello dei valori e del costume: si pensi, ad esempio, alla penetrazione dell’omosessualismo in ogni ambito della vita pubblica del Paese.

Per raggiungere questo scopo, l’accordo tra Lega e Movimento 5 Stelle prevedeva di assegnare il Ministero dell’Economia e delle Finanze a Paolo Savona, Professore universitario di chiarissima fama, con specializzazione sulle questioni monetarie, già dirigente di Banca d’Italia e Ministro dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato nel Governo di Carlo Azeglio Ciampi (1920-2016); sulla competenza e sulla prudenza operativa, con una caparbia dedizione alla logica conseguente alle proprie teorie, caratteristica da cui traspare la cultura sarda, del Professore in questione, nessuno ha mai potuto sollevare obiezioni; certamente, in Italia, è stato il principale studioso ad approntare un piano di uscita dall’euro. Ogni Paese europeo ha, pubblicamente o segretamente, predisposto un tale piano, al fine di essere sempre in condizione di giocare questa carta o, con essa, rispondere al gioco altrui nelle trattative all’interno dell’Unione europea e dell’Eurozona; tale piano sta all’Unione Europea come gli ordigni atomici stavano alla Guerra Fredda, con la conseguenza che, se si vuole iniziare ad avere una posizione meno remissiva nei confronti degli Stati comunitari egemoni e delle stesse istituzioni dell’Unione, tale arma non deve solo essere posseduta, ma anche mostrata. Ecco che aver inserito il Professor Savona al MEF equivaleva a rafforzare enormemente la posizione negoziale italiana in Europa.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, conscio, ovviamente, di tutto ciò, ha voluto privare l’Italia di tale arma, ponendo un veto assoluto ed irremovibile al suddetto Professore, lasciando solo una certa ambiguità sul fatto che tale veto fosse diretto nei confronti di qualunque incarico ministeriale o solo nei confronti di quello responsabile dell’economia. Tale veto ha dato luogo ad uno scontro istituzionale senza precedenti.

Nel corso della storia repubblicana, ci sono stati parecchi casi, alcuni resi pubblici ed altri no, di richieste, da parte del Capo dello Stato al Presidente del Consiglio incaricato, di mutamento di nominativo o di collocazione di ministri. Questo, però, è sempre avvenuto nei limiti di una concertazione con il Presidente del Consiglio incaricato, concertazione che si è sempre conclusa con un accordo tra le due Autorità e, quindi, con la designazione, da parte del Presidente del Consiglio, del nome gradito al Colle o della nomina, da parte di questi, del nominativo indicato dal futuro Capo del Governo. In questo caso, invece, il Professor Giuseppe Conte ha respinto la richiesta del Presidente Mattarella, che, di fronte a tale diniego ha ribadito la sua indisponibilità assoluta alla nomina ministeriale richiesta, costringendo Conte a rimettere il mandato.

La domanda che sorge spontanea è se il Presidente della Repubblica abbia il diritto di rifiutare, per motivi politici, la nomina di un Ministro fortissimamente voluta dal Presidente del Consiglio incaricato, che gode della maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento, fino al punto da costringerlo alla rinuncia. Tutto sta nell’interpretazione del secondo comma dell’Articolo 92 della Costituzione («Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri»). La tesi sostenuta dal Presidente Mattarella, rimasta sempre assolutamente minoritaria nella dottrina costituzionalistica italiana, afferma che «nomina» significa che ha il diritto di nominare o di rifiutarsi di nominare un qualunque Ministro a suo insindacabile giudizio, con l’unico limite di non poter nominare qualcuno che non sia stato proposto dal Presidente del Consiglio. Questa tesi attribuisce al Presidente della Repubblica un ruolo di censura politica e di pesantissima ingerenza sull’indirizzo politico del Governo, creando una diarchia tra il Colle ed il Capo del Governo e, quindi, assumendo un ruolo che travalica le funzioni istituzionali per divenire squisitamente politico e di indirizzo. Questo avrebbe, per conseguenza, una fortissima attenuazione del carattere parlamentare della Repubblica, con uno scivolamento verso un semipresidenzialismo occulto e, almeno in parte, lesivo della sovranità popolare: in tutti i sistemi presidenziali e semipresidenziali, ovviamente, il Presidente della Repubblica, che svolge un ruolo politico, è eletto direttamente dal popolo, come contraltare istituzionale al Parlamento, ugualmente eletto dai cittadini. Nella Repubblica che consegue al Mattarella-pensiero, invece, il Capo dello Stato, di emanazione parlamentare, verrebbe a divenire contraltare di quello stesso Parlamento che lo ha eletto; è di ogni evidenza che questa aporia del sistema emerge in maniera più evidente quando, come in questo caso, il Parlamento che si appresta a votare la fiducia al Governo ha una maggioranza totalmente contraria rispetto a quello che ha eletto il Capo dello Stato: il cambio di linea politica voluto dagli elettori viene, così, attenuato ed imbrigliato dalla resistenza del Presidente della Repubblica, espressione della maggioranza precedente, condannata dagli elettori. Questo è il motivo per cui la pressoché totalità dei costituzionalisti ha sempre rigettato tale interpretazione, che appare, con ogni evidenza sovvertire l’intera struttura parlamentare della Repubblica.

In questo clima di scontro istituzionale il Presidente della Repubblica ha nominato il Dottor Carlo Cottarelli Presidente del Consiglio incaricato, minacciando di far giurare il suo Governo, che sarebbe stato bocciato dalle Camere, con il conseguente scioglimento delle stesse ed il voto anticipato tra la fine di luglio e la prima metà di agosto.

Di fronte a tale mossa, le forze politiche di maggioranza hanno acconsentito a sostituire il Ministro dell’Economia; ma la Lega, cui spettava negli accordi di formazione del Governo la designazione del Ministro stesso, ha preteso che il Professor Savona rimanesse nella compagine di Governo ed in una posizione tale da poter far sentire la sua voce nei rapporti con l’Unione Europea (Ministro per gli Affari europei). E questo è il secondo compromesso, quello istituzionale, che ha premesso al Dottor Cottarelli di rinunciare all’incarico e al Governo Conte di giurare.

Rimane, ovviamente, da vedere quali conseguenze, sul piano politico, interno ed internazionale, soprattutto europeo, e sul piano giuridico-costituzionale possano avere gli eventi descritti e quale sia la reale capacità dell’esecutivo di portare a termine l’ambizioso programma[2] sottoscritto; le sfide interne ed internazionali si fanno sempre più stringenti, in un momento in cui la Storia pare accelerare. Sul piano istituzionale, poi, non è detto che la forzatura, per usare un eufemismo, del Presidente Mattarella non porti alla trasformazione della nostra Repubblica da parlamentare in presidenziale, come da sempre richiesto da quella “destra” che il Capo dello Stato ha sempre cercato di combattere.

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[1] Il termine di «contratto» per indicare un accordo, tra due forze politiche molto differenti e, astrattamente parlando, alternative, finalizzato alla creazione di un Governo, teso a sopperire ad una situazione emergenziale, denota, già di per sé, un grave scadimento del lessico politico e giuridico. Nella tradizione più che bimillenaria del nostro diritto, il termine «contratto» ha sempre indicato un accordo di natura privatistica, vincolante per le parti contraenti e giudizialmente imponibile l’una all’altra; tutto ciò è sempre stato, giustamente, ritenuto incompatibile con qualunque attività di diritto pubblico, tanto è vero che le stesse Amministrazioni pubbliche, quando concludono un contratto, divengono, nei confronti della controparte, soggetti privati, spogliandosi del loro carattere pubblicistico e politico. Questo scadimento, orgogliosamente imposto dal Movimento 5 Stelle ed accettato dalla Lega, ha una fortissima connotazione politica e tende a sottolineare il carattere intimamente rivoluzionario del partito fondato da Gianroberto Casaleggio (1954-2016), teso a costituire una società totalmente nuova, anche nel linguaggio (si veda, al riguardo, il concetto di neolingua in 1984, romanzo di George Orwell,1903-1950).

[2] Preferisco parlare di «Programma» e non di «Contratto» per quanto esposto nella nota 1.

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2 commenti su “Due compromessi per il nuovo Governo”

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