Il 1° febbraio u.s. gli Stati Uniti hanno annunciato, per l’indomani, la sospensione unilaterale, per 60 giorni, della loro adesione dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty, Trattato sulle forze nucleari a medio raggio), termine scaduto il quale, se non riscontreranno, da parte russa, la cessazione delle asserite violazioni del suddetto accordo, renderanno definitivo il loro abbandono. La risposta russa è stata l’immediato ritiro dal trattato stesso.

L’INF ha segnato la fine della Guerra Fredda e, al contempo, la definitiva sconfitta dell’Unione Sovietica, che l’avrebbe portata al suo stesso scioglimento. Come sovente succede, questa disfatta è conseguita alla più ambiziosa offensiva anti-occidentale dell’Urss. Durante gli anni ‘70, i dirigenti del Cremlino, forse già consapevoli della crisi che attanagliava il loro sistema e, dunque, desiderosi di imprimere una svolta decisiva allo scontro con l’Occidente, intensificarono la campagna per la cosiddetta «finlandizzazione» dell’Europa occidentale; essa consisteva nel tentativo di staccare i Paesi europei della Nato dagli Stati Uniti e di renderli quanto meno neutrale, se non alleati dei sovietici, pur lasciando loro, almeno in una prima fase, il sistema democratico e l’assetto economico capitalistico.

Questa campagna ebbe anche una dimensione militare, con l’istallazione, da parte sovietica, di missili nucleari a medio raggio, in grado di colpire le capitali europee, ma non gli Stati Uniti. Si trattava di un gravissimo colpo alla strategia della Nato, nota come «risposta flessibile», che prevedeva una reazione proporzionata al tipo ed all’entità dell’eventuale attacco proveniente dal Patto di Varsavia.

Di fronte ad un attacco nucleare tattico, limitato al teatro europeo, da parte sovietica, che cosa avrebbero fatto gli Usa? Una risposta di eguale natura sarebbe stata impossibile per la mancanza di missili a medio raggio occidentali nel Vecchio Continente: Washington si sarebbe trovata di fronte al dilemma se abbandonare gli alleati all’aggressione comunista o se reagire, scatenando uno scontro nucleare, non più limitato, ma generale, con il rischio reale di esporre lo stesso territorio statunitense ai missili intercontinentali sovietici. L’accettazione di quest’ultima alternativa avrebbe comportato la necessità di abbandonare la «risposta flessibile», per tornare alla strategia Nato iniziale, nota come «risposta massiccia», che prevedeva la reazione nucleare generalizzata, massiccia, appunto, ad ogni tipo di attacco nemico ad uno qualunque dei Paesi alleati.

Come è evidente, era l’Europa occidentale a trovarsi nella situazione più drammatica e, quindi, a correre i maggiori rischi di essere colpita da ordigni nucleari. Tutto ciò non fece che accrescere, soprattutto in Germania, ma non solo, la rumorosa presenza dei movimenti pacifisti, in gran parte finanziati, sostenuti ed indirizzati da Mosca, movimenti che chiedevano, di fatto, tutti, anche se con sfumature d’accenti diversi, di cedere alle minacce sovietiche; famoso è rimasto lo slogan «meglio rossi che morti», nel quale si può dire ben sintetizzata tutta la dottrina pacifista: l’unico modo per sfuggire alla guerra nucleare è cedere alle pretese sovietiche, qualunque esse siano, e, magari, addirittura prevenirle.

Contrariamente a quanto sperava il Cremlino, i Governi europei e, in particolare, l’allora Cancelliere della Repubblica federale di Germania, Helmut Heinrich Waldemar Schmidt (1918-2015), insistettero, ancor più della Casa Bianca, per l’installazione, nel teatro europeo, di missili a medio raggio Nato di numero e potenza tale da eguagliare la minaccia sovietica. Qualche resistenza fu avanzata dal Governo italiano, che, in un primo momento e sotto le pressioni pacifiste, richiedeva una sorta di controllo anche nazionale sugli eventuali missili da installare, richiesta, poi, rientrata.

Alla Conferenza di Guadalupe (4-7 gennaio 1979), Usa, Regno Unito, Repubblica federale di Germania e Francia decisero l’installazione di missili americani a medio raggio, noti come «euromissili», sul suolo europeo, in risposta alla minaccia sovietica. Il bluff di Mosca era definitivamente fallito e la situazione geo-strategica si stava completamente ribaltando: con la reazione atlantica, sarebbero stati i sovietici a vedere il loro territorio minacciato da missili nucleari nemici, anche in caso di conflitto limitato al teatro europeo e, quindi, a non avere interesse a scatenarlo, con la strategia della «risposta flessibile» che riacquisiva tutta la sua validità. La crisi degli euromissili, come la Conferenza di Monaco (29-30 settembre 1938), dimostra come il pacifismo conduca alla guerra, mentre la fermezza ed il razionale uso della forza tendano ad evitarla: la risposta militare occidentale ha impedito che l’aggressione sovietica si trasformasse in un conflitto nucleare, mentre l’arrendevolezza pacifista anglo-francese aveva indotto la Germania nazista a scatenare il più grande scontro bellico della storia umana.

Preso atto della sconfitta della loro ultima offensiva, i dirigenti di Mosca iniziarono a gestire il loro declino nel tentativo di ritardarlo e contenerlo, più che di rovesciarlo con una vittoria, ormai divenuta impossibile, contro l’Occidente. Con l’elezione di Michail Sergeevič Gorbačëv alla Segreteria Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (11 marzo 1985) il declino accelera fino a divenire crollo. L’Urss non è più in grado di sostenere alcun tipo di confronto con gli Stati Uniti e, di fatto, non fa più quasi nulla per cercare di dissimularlo, tanto che, già nel vertice di Ginevra (19 e 20 novembre 1985) con l’allora presidente Usa, Ronald Wilson Reagan (1911-2004), il nuovo Segretario del Pcus accetta quanto poi sarà ribadito al vertice di Reykjavik (11 ottobre 1986) e formalizzato a Washington con il Trattato INF (8 dicembre 1987), vale a dire l’eliminazione della distruzione dei missili a medio raggio, con il divieto di fabbricarne di nuovi, divieto garantito da controlli internazionali, cosa questa che l’Unione sovietica aveva sempre categoricamente escluso, ritenendo inaccettabile dover ospitare ispettori stranieri sul proprio territorio. È la formalizzazione della sconfitta di Mosca nella Guerra fredda, con conseguente sgretolamento dell’impero esterno (1989) e dissoluzione dello Stato (1991).

La situazione oggi si presenta in maniera molto diversa. Lo stesso Trattato INF, sancendo, di fatto, la fine della Guerra fredda e del conseguente mondo bipolare, ha posto le premesse per il venir meno della sua stessa necessità di esistere. La proliferazione nucleare e lo sviluppo, da parte di svariati Paesi, di tecnologia missilistica anche avanzata, rende l’accordo in questione obsoleto e, in prospettiva, anche foriero di gravi squilibri in più di uno scacchiere.

Di particolare importanza, in questo quadro, è la questione cinese, poiché Pechino, che ha sempre rifiutato per motivi di principio («La Cina è una civiltà che ha 5000 anni e non accetta di sottomettere il suo comportamento ad altri che a se stessa») ogni accordo che la vincoli in tema di armamenti, ha già sviluppato, da anni, una capacità missilistica a medio raggio di discreto livello ed oggi è in grado di colpire le più importanti basi americane nel Pacifico, dall’isola di Guam al Giappone. Di qui l’interesse statunitense a svincolarsi dall’accordo in parola, anche per poter riequilibrare la situazione nel Pacifico, rispetto all’Impero di Mezzo, indipendentemente dalle presunte violazioni del trattato da parte russa, più giustificazioni che causa del recesso Usa.

La posizione russa in merito è leggermente più complessa. Da un lato, Mosca ha buone ragioni per condividere le preoccupazioni di Washington, poiché i missili cinesi minacciano, ovviamente, anche il suo territorio e poiché, nonostante le comuni prese di posizione anti-americane e le pubbliche dichiarazioni di reciproca amicizia, Russia e Cina sono, in prospettiva, destinate a scontrarsi: esiste un contenzioso territoriale riguardante tutta la Siberia meridionale e c’è il confronto geo-strategico in Asia centrale. Pechino rivendica vaste zone del sud siberiano e si riserva la sua tradizionale politica di espansione verso nord, che ha caratterizzato tutta la sua storia; a tal fine, la Repubblica popolare favorisce l’immigrazione clandestina di milioni di cinesi nella Russia estremo orientale, a fini di vera e propria colonizzazione, politica alla quale la Russia non ha, almeno per ora, la forza, né demografica, né economica, né militare, per replicare. Sullo scacchiere centro asiatico, poi, i cinesi cercano di sostituire la propria egemonia, come, d’altronde, fanno gli americani, a quella russa sugli Stati dell’Asia centrale ex sovietica.

Tutte queste considerazioni militano a favore di una certa soddisfazione russa per la morte, non si può proprio dire prematura, del Trattato INF, soddisfazione dimostrata anche dalla celerità con cui Mosca ha replicato all’azione americana, sigillando, di fatto, definitivamente la bara dell’accordo. Resta, però, una sostanziale sfiducia del Cremlino nei confronti di Washington ed una certa delusione per la politica estera di Trump, giudicata troppo simile a quella dei suoi predecessori democratici e, quindi, intrisa di un pregiudizio anti-russo. Questo sentimento milita sia a favore dello smantellamento dell’INF, sia contro: la fine del trattato permetterà a Mosca un più rapido sviluppo di missili a medio raggio, con il suo conseguente rafforzamento in Asia, ma, al contempo, permetterà lo sviluppo di tali armi anche agli Stati Uniti, che potrebbero collocarle vicino ai confini occidentali della Federazione russa, come costante minaccia non solo alla sua integrità territoriale, ma anche alla sua stessa indipendenza. Di qui le dichiarazioni dello stesso Vladimir Putin tese a chiarire che la Russia schiererà tali missili in Europa solo come risposta ad un eventuale dispiegamento Usa.

Per gli equilibri internazionali e, conseguentemente, per la pace mondiale la fine del Trattato INF potrà essere ricordata nei libri di storia come una data importante e positiva, se Mosca e Washington supereranno gradualmente le loro diffidenze ed inizieranno un’opera di collaborazione, quanto meno tesa al contenimento della crescente potenza cinese, destinata a divenire alleanza geo-strategica; se, invece, i democratici statunitensi riusciranno a continuare ad imporre al loro paese una politica anti-russa, i rischi per la pace mondiale cresceranno esponenzialmente, come previsto dal Presidente russo nell’ultimo discorso di fine anno.

 

 

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1 commento su “Fine del Trattato sulle Forze nucleari a medio raggio del 1987”

  1. Trump ha cercato di riportare negli USA il lavoro che sconsideratamente era stato esportato per consentire maggior guadagno agli industriali ed ai grandi gruppi finanziari. Ma insieme al lavoro hanno esportato il saper fare, che tanto era costato agli ingegneri americani. Poi insieme al lavoro esportato molti operai e tecnici americani hanno perso il lavoro. I cinesi, che hanno la forza che deriva dal non essere individualisti, hanno ricevuto un enorme regalo: le nuove tecnologie delle quali si sono impossessati senza rispettare i brevetti. Trump sta cercando di recuperare la supremazia industriale e militare, ma in questi anni l’industria militare americana è diventata … cinese. Ha speso enormi ed imprecisate somme di dollari con magri risultati, come il caccia F35, che adesso la Germania rifiuta. Quello che sta facendo Trump bisognava farlo trenta anni fa ma la logica del liberalismo non lo ha permesso. Adesso significa chiudere la stalla quando … Poi sotto la guida di un comunismo trasformato in nazional-socialismo, molto simile ad un vero fascismo, sia la Cina che la Russia hanno cambiato la loro natura. Oggi non si può identificarli con l’impero del male, come poté fare Reagan. Adesso gli USA dovranno far finta di aver vinto e Putin, sornione, farà finta che sia vero, tanto per il quieto vivere. Ma gli americani dovranno rassegnarsi a svolgere un ruolo paritario e non più di supremazia mondiale.

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