Convento dei Cappuccini di Borgo San Lorenzo (Firenze)

 

L’Ordine Francescano (OFM – Ordo Fratrum Minorum) fu fondato, appunto, da San Francesco d’Assisi come un Ordine mendicante e,  solo pochi, forse, sanno che San Francesco non fu mai ordinato sacerdote, come del resto la maggioranza dei frati; lo stesso Francesco – la cui regola è il Vangelo, paro paro – affermo’ di non sentirsi degno di ricevere l’Ordine sacerdotale che fa sì che il sacerdote, e solo lui, possa rimettere i peccati e trasformare, durante il sacrificio della Messa il pane e il vino in «Sangue, Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Nostro Signor Gesù Cristo».

Poi anche l’Ordine francescano si divise in più “famiglie”, ma restò in tutti i frati il carisma del Santo d’Assisi.

Poi, a poco a poco, i frati abbracciarono gli studi di teologia, si dettero alla predicazione e all’insegnamento della religione cattolica: molti scelsero di ricevere l’ordine sacerdotale. Ma si trovavano nei conventi molti loro confratelli che la gente chiamava “zoccolanti” che andavano alla cerca: ne I Promessi sposi il Manzoni ci presenta la figura di Fra’ Galdino «alla cerca delle noci» che racconta ad Agnese e Lucia proprio «Il Miracolo delle noci»…

E quanti Fra’ Galdino anche nel nostro Mugello che andavano, in tempi ben precisi dell’anno, per la cerca dell’olio, del grano e di altri prodotti per il loro monastero e per i loro poveri: i conventi dei frati cappuccini erano e sono tuttavia aperti ai poveri. Per antica consuetudine i frati della cerca, con la loro caratteristica bisaccia e con il saluto francescano  «Pace bene» erano accolti come si doveva dalla gente, con rispetto dell’abito (il saio) e difficilmente uscivano da una famiglia a mani vuote.

Li vedevi per la “battitura” quando il contadino dava loro uno staio di grano o per la vendemmia o per la raccolta delle olive; regalavano qualche santino – ed era sempre ben accetto – di San Francesco ma, soprattutto quello di Sant’Antonio Abate, che i contadini mettevano nelle stalle a protezione del bestiame e, poi, medagliette e il famoso Sesto Caio Baccelli che ti indicava i tempi della semina e prevedeva «neve a febbraio e solleone ad agosto»…

Nel Mugello – mi raccontava mio nonno – li vedevi venir via la mattina all’alba dal Bosco ai Frati (il Convento fondato nel VI Secolo dagli Ubaldini per i Basiliani) o da Cappuccini di Borgo, con il saio e la cocolla…

Ho ritrovato nell’archivio del nonno, scomparso nel 1995, un racconto, bellissimo, di una freschezza unica, di Nello Ugolini detto «il Vandeano», sulla figura di un famoso frate da cerca «Fra’ Terenzio Cappuccino» che, praticamente, passò tutta la sua vita presso il Convento dei padri cappuccini di Borgo. Lo proponiamo ai nostri lettori così com’è scritto, sintassi e grammatica comprese, senza nulla togliere o aggiungere in questa prosa elegante e “civettuola” che sa di seicento campagnolo:

“Chi è quella persona dell’Alto Mugello che non avesse conosciuto o si ricordi dell’umile Cappuccino laico cercatore chiamato Fra’ Terenzio di San Carlo? Fra Terenzio fino da piccolo fù sempre molto buono e religioso sempre si era distinto per la sua bontà, laboriosità e religiosità. Abbandonava i giochi con gli altri bambini per ritirarsi solo a pregare poi quando fù più grande sentì la vocazione francescana e entrò nei cappuccini (frate da cerca). Era nato ai primi anni del 1870 da una umile famiglia di contadini. Vestito l’abito fù mandato nel convento dei Cappuccini di San Carlo a Borgo S. Lorenzo, situato nel popolo di Senni Comune di Scarperia e lì vi rimase fino al giorno della sua morte. Fù un uomo di grande fede e preghiera, la sera spesse volte quando andava a suonare l’ora di notte, si metteva a pregare nella chiesa del convento e vi stava tutta la notte, e la mattina quando gli altri frati entravano nel coro della chiesa per il Mattutino il povero Fra’ Terenzio si svegliava e tutto preoccupato diceva: “Perdona e scusi o Signore non sono stato capace di vegliare una notte intera con Voi ero stanco e mi sono addormentato”. Poi dopo le sacre funzioni incominciava la sua giornata di lavoro: non si risparmiava mai, non badava affatto alla sua salute. Lo si vedeva ora nel campo a vangare la terra scalzo con poveri sandalucci consunti, potava le viti e faceva tutti quei lavori che l’agricoltura richiedeva. Era un grande conoscitore di agricoltura, quella sana di un tempo e sulle piazze e mercati era ricercato e dava consigli e spiegazioni a tutti: era piccolo di statura e curvo sotto il peso degli anni e delle grandi sacche di questua che aveva portato addosso, e guardava sempre con dolcezza tutte le persone che incontrava specialmente i bambini. Mi ricordo che quando passava da Ronta tutti i ragazzi gli andavano dietro e andavo anch’io a portarli la sacca della questua: quando era piena la lasciava alle canoniche che poi i frati andavano a riprendere con comodo. La mia povera nonna Paolina gli dava sempre una forma di formaggio, a volte un fiasco d’olio o di vino, qualche mina di formentone o grano, farina dolce di castagne ecc.

A quei tempi dai contadini si usava fabbricare il sapone e quando passava lo faceva sempre lui, poi la sera non voleva mai mangiare a tavola, mangiava sul canto del fuoco, rifiutava il letto, e voleva sempre dormire sopra una copertuccia sulla paglia nella stalla delle bestie. Questo ai contadini dispiaceva, ma lui diceva sempre: “Lo sapete che un cappuccino deve fare così: perciò non fatemi peccare dormendo in un letto comodo.” Poi se ne andava via e lasciava medagline benedette e piccoli brevi. Ai bambini in fascie lasciava per benedizione la medaglia contro le streghe, io ne posseggo ancora qualcuna: erano ottagonali e raffiguravano l’adorazione dei Magi da una faccia e dall’altra c’era scritto: “O Santi Re magi: Gaspare, Melchiorre, Baldassarre pregate per noi.”

Quando si portava il suo sacco per aiutarlo diceva scherzando, voi andate avanti e io vi vengo dietro, e sapete perché? ora ve lo dico: C’era un frate da cerca come me e un ragazzo come voi gli aiutava a portare il sacco; il Cappuccino diceva al ragazzo. quando porti le bestie a bere al fiume fischia sempre, se no non bevono, quando vuoi sapere gli anni di una bestia contali gli anelli delle corna e guardali la dentatura, quando vuoi staccare la polenta dal paiolo fagli fare la vescia con una bella fiammata, quando pianti le piante non farlo mai nell’anno bisesto: e citava il proverbio: “nell’anno di bisesto non fare piantagione ne innesto”: e guarda che il giorno sia ventoso e asciutto… Quando disfi il pagliaio non farlo mai nelle giornate lucutissime con solo in cielo qualche nuvoletta bianca qua e là lo sai” ecc. 

Ora il ragazzo disse al Cappuccino sapiente: “Sentite padre ora posso dire una cosa a voi”. “Certo rispose il Cappuccino”. Il ragazzo replicò: “Quando portate con voi il ragazzo col sacco della cerca non tenerlo mai indietro, ma mettetelo davanti perché se io volevo queste belle forme di cacio potevo levarle dalla sacca e nasconderle e vi potevo liberamente derubare, cosa che io non farei, però fatevi furbo”.

All’ora il Cappuccino capì che purtroppo a ogni poeta manca una ottava come a lui mancava l’accortezza di tenersi il ragazzo dietro. 

Fra’ Terenzio conosceva tutti, lo chiamavano per le case essendo sempre per le strade conosceva tutti i cantonieri e mulai.  Poi un giorno andando alla cerca e essendo una gran nebbia fu investito da una macchina e fù trasportato all’Ospedale di Luco, visse ancora qualche tempo e diceva: I frati da cerca hanno la pelle dura, tutti andavano a trovarlo poi un giorno di sole primaverile il povero Fra’ Terenzio morì sempre all’Ospedale nel 1966 all’età di 94 anni. (Dal Diario di Nello Ugolini di Ronta, pagine scritte nel 1975)

Per la verità il povero Fra’ Terenzio morì, dopo essere stato investito, alla Casa di Cura San Lorenzo senza più riprendere conoscenza. E per di più in una buia giornata invernale. Ma questo non cambia nulla riguardo alla Santità dell’umile fraticello da cerca la cui figura è stata così ben delineata dalle pagine di questo Diario.

 

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