Le elezioni statali nei Land di Baviera ed Assia hanno rappresentato l’emergere di una tendenza politica che segna, anche in Germania, la fine dei criteri che hanno guidato l’Unione europea ed i suoi Stati membri fino ad ora. Questi criteri erano basati sulla contrapposizione tra le due grandi famiglie politiche dei Popolari e dei Socialisti; tale contrapposizione, però, non ha mai rappresentato, soprattutto in Germania, un vero e proprio scontro tra diverse visioni, ma piuttosto il confronto tra diverse accentuazioni all’interno di un unico modello, con una progressiva e costante accettazione delle crescenti ingerenze degli organismi comunitari. Questo sistema è riuscito, finora, ad auto-perpetrarsi, rendendo ininfluenti le forze che vi si opponevano, tanto a “destra”, quanto a “sinistra”, sovente etichettate come «antisistema», con una sottintesa qualifica di inutilità, incapacità ed inadeguatezza di Governo: finché si tratta di contestare, possono anche dire, fra le tante amenità, qualche cosa di interessante, che i partiti “di governo” possono anche accogliere, ma, quando si deve gestire il Paese, il “folklore” deve lasciare il posto alla “competenza”. Oltre a ciò, poi, chiunque abbia osato rivendicare anche solo una maggiore autonomia dai poteri comunitari veniva sistematicamente etichettato come «fascista» e, quindi, per questo stesso fatto, eticamente indegno di governare.

Questo stato di cose ha cominciato a mostrare la corda, in maniera progressiva, a partire dagli Stati dell’Europa centrale, provenienti dall’ex blocco comunista; qui il mito fondativo dell’antifascismo e della resistenza, caratteristico dell’Europa occidentale, non ha mai impregnato la cultura ed il sentire popolare, poiché esso rappresentava la giustificazione ideologica per i regimi marxisti imposti dai carri armati sovietici e, quindi, caduti questi, quei popoli si sono sentiti liberi di riassaporare ciascuno la propria identità nazionale ed i propri valori distintivi. La progressiva crescita delle forze identitarie si è spesso fusa con rivendicazioni sociali, di cui esse si sono progressivamente fatte paladine, nell’ottica della difesa di ciò che è “piccolo”, locale, umano, concreto, in contrapposizione con l’ipertrofia finanziaria, identificata con l’Unione europea e le sue regole. Questo processo ha assunto, in ogni Paese, caratteristiche peculiari, coinvolgendo addirittura forze dichiaratamente progressiste,Angela Merkeòl come è avvenuto, ad esempio, nella Repubblica ceca.

L’accusa generica ed indifferenziata di «fascismo» a tutte queste diverse formazioni politiche ha avuto l’effetto solo apparentemente paradossale di legittimare anche i partiti che all’ideologia fascista facevano esplicito riferimento, anche se con correttivi ed adeguamenti e, soprattutto, con l’accettazione, senza riserve, del cosiddetto «metodo democratico», come è avvenuto, ad esempio, in Francia con il Front National, oggi Rassemblement National.

Il Paese in cui questo fenomeno è avvenuto con maggiori difficoltà è, ovviamente, la Germania, nella quale anche solo l’evocazione del passato nazista crea turbamenti superiori a quelli di ogni altro popolo; qui le formazioni di estrema destra (e, per decenni, si è ritenuto di «estrema destra» ogni partito che non si collocasse a sinistra dei cristiano-sociali bavaresi) hanno sempre avuto un ruolo assolutamente marginale dal punto di vista politico, quando non anche ai limiti della legalità. Le cose sono decisamente cambiate, invece, con la nascita, nel 2013, Alternative für Deutschland, una formazione che, pur essendo annoverabile tra le formazioni “sovraniste” ed essendo euro-critica, quando non euro-scettica, non si richiama per nulla al nazionalsocialismo e neppure all’estrema destra nazionalista tedesca prenazista. Anche nei suoi confronti, ovviamente, è stata adottata la tecnica dell’assimilazione anche nostalgici del regime hitleriano, ma, a differenza di quanto era avvenuto per tutte le altre precedenti formazioni nella sua situazione, questa campagna non ha sortito l’effetto desiderato ed il partito sta costantemente aumentando i propri consensi e, oggi, è ad un passo dalla completa legittimazione. È vero che nulla legittima maggiormente del successo, ma è altrettanto vero che il successo stesso è il frutto di un processo politico di legittimazione de facto: la rinascita identitaria ed il desiderio di autonomia, quando non l’indipendenza, dall’Unione europea sta coinvolgendo anche la Germania, con ricadute, a sua volta, su tutto il resto del Continente.

In questo contesto, si inseriscono le elezioni cui accennavamo in apertura. In Baviera, Alternative für Deutschland ha assorbito (+10,20%) pressoché tutto il calo dei Cristiano-sociali (-10,50%), senza contare l’incremento dei cosiddetti Liberi Elettori (+2,60%), fenomeno tutto tedesco di auto-organizzazione di cittadini in liste elettorali senza un partito di riferimento, ma con un marcato sentire rurale e conservatore. Particolare rilevanza, però, hanno le elezioni in Assia, Land a marcata vocazione finanziaria (Francoforte è la capitale “bancaria” non solo della Germania, ma di tutta l’Unione) e, conseguentemente europeista. Qui il partito antisistema ha assorbito (+ 9,00%) quasi tutto il calo dei Cristiano-democratici (-11,30%), che anche andato ad incrementare i Liberi Elettori (+0,90%) ed i Liberali (+2,50%), che hanno anche beneficiato delle perdite dei Socialdemocratici (-10,90%), che sono confluite, nella loro quasi totalità, nell’incremento dei Verdi (+8,70%).

I nostri mezzi di comunicazione si sono affannati, in maniera autoconsolatoria, a sottolineare il grande successo del partito ecologista, sottacendo quello di Alternative für Deutschland, anche se essi sono cresciuti meno del partito di destra, sia in Baviera (+8,90%), che in Assia. Questa lettura è assolutamente fuorviante, sia per ragioni quantitative, come abbiamo detto, sia, soprattutto, per ragioni qualitative. Su quest’ultimo piano, il travaso di voti dai Socialdemocratici ai Verdi non ha lo stesso valore di quello dai Cristiano-sociali e/o Cristiano-democratici ai “sovranisti” tedeschi: i primi, sia pure con tutte le differenze del caso, sono parte integrante dell’ala sinistra del sistema eurocratico, mentre i secondi rappresentano un’alternativa all’Unione europea così come l’abbiamo conosciuta finora e, soprattutto, rappresentano la concreta possibilità di una messa in discussione di tale sistema anche nel Paese che ne è il fulcro, finora considerato più stabile e sicuro.

Quanto questa possibilità sia reale e concreta, lo ha capito Angela Merkel, che, in seguito ai risultati, soprattutto dell’Assia, ha annunciato la sua intenzione di rinunciare alla guida dei Cristiano-democratici, già a partire dal prossimo 6 dicembre, data del loro Congresso, e di rinunciare ad ogni ulteriore incarico politico, non appena concluso il suo attuale mandato da Cancelliere.

Il valore di questa tornata elettorale, come accennavamo all’inizio, non risiede tanto nell’assegnazione dei seggi ai Parlamenti dei Länder, quanto nell’aver reso palese, a chiunque lo voglia vedere, l’inesorabile declino dello statico modello politico a cui il nostro Continente si era tristemente abituato.

 

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2 commenti su “Il rivolgimento politico tocca anche la Germania”

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