Come sappiamo, la Commissione europea ha bocciato la manovra italiana ed ha concesso all’Italia tre settimane per presentarne un’altra che rispetti le direttive e, quindi, si collochi nel solco della politica dell’austerità, che ha caratterizzato gli Esecutivi precedenti, a partire da quello di Mario Monti. Il nostro Governo pare, quanto meno stando alle dichiarazioni dei suoi massimi esponenti, intenzionato a respingere questo ultimatum ed a proseguire con la politica espansiva che caratterizza la linea dei due partiti di maggioranza. La reazione dei “mercati” ha punito il nostro Paese, almeno per ora, in misura inferiore alle attese: lo spread è gradualmente salito, fino a collocarsi intorno ai 310 punti base, dove pare essersi assestato; la Borsa di Milano ha perso, nell’ultima settimana, circa il 2%, assolutamente in linea con gli altri listini europei, dove Francoforte ha ceduto, addirittura, il 3%, Parigi il 2,3%, Madrid l’1,8% e Londra l’1,5%. Al di là delle speculazioni politiche, pare che, finora, lo scontro con l’Unione europea non abbia particolarmente penalizzato il nostro Paese rispetto a ciò che è avvenuto nel resto dell’eurozona.

E questo è avvenuto nonostante che la quasi totalità degli Stati dell’Unione abbiano espresso, in maniera più o meno aperta, il loro sostegno alla linea dura della Commissione contro il nostro Paese.

Rimane da spiegare per quale ragione la nostra politica di resistenza all’Unione europea non abbia trovato sostegno in altri Paesi comunitari. Il comportamento degli Stati “europeisti”, quali Francia, Germania o Spagna, pare conseguente: l’Italia tende ad allentare i vincoli comunitari sulla propria politica economica e, quindi, più in generale, su quella degli altri e, dunque, deve essere repressa in questo suo tentativo, in modo da mantenere una maggiore “unità” del sistema eurocratico.

Meno evidente è la logica che guida i Paesi “sovranisti”, che potrebbero beneficiare dei maggiori spazi di autonomia che Roma guadagna per sé e, quindi, per tutti. Qui occorre chiarire che il “sovranismo” dei vari Stati è selettivo e non assoluto e, tanto meno, “secessionista”: ciascuno persegue l’autonomia unicamente nel settore in cui ha convenienza a farlo, mantenendo il potere dell’Unione dove questo gli arreca dei vantaggi.

L’Italia vuole una maggiore libertà d’azione in campo economico, ma, al tempo stesso, chiede un maggiore ruolo comunitario sul tema immigrazione, soprattutto per quello che concerne la redistribuzione interna all’Unione dei rifugiati e dei clandestini.

I cosiddetti «Paesi di Višegrad», invece, perseguono la politica opposta. Sul fronte economico hanno tutto l’interesse a mantenere lo status quo, poiché solo percipienti netti, vale a dire incassano dall’Unione più di quanto le versino, mentre non accettano migranti sul loro territorio. Questa politica li rafforza, sia economicamente, poiché, come i fondi strutturali europei, si ristrutturano e divengono più competitivi, sia sul fronte della coesione sociale e dell’identità nazionale.

Sia l’Italia che tali Paesi sanno (o dovrebbero sapere) che tale politica può avere un senso solo nel breve periodo, perché l’autonomia in un settore è il supporto a quella in un altro, così come la soggezione a Bruxelles; ma la libertà d’azione nel campo che maggiormente interessa può dare il tempo di strutturarsi per fare da sé anche negli altri.

Discorso particolare merita l’Austria, che vede nell’Italia un possibile concorrente al suo disegno di ritorno all’egemonia ed alla guida degli Stati dell’Europa centrale, in una politica neo-asburgica, che si propone di rinverdire gli antichi fasti di Vienna; di qui la linea particolarmente rigida del giovane Cancelliere Sebastian Kurz nei confronti del nostro Paese.

Sul fronte europeo il nostro Governo appare “isolato”, almeno in un orizzonte tattico; non altrettanto in una visione strategica, in quanto tale situazione ha altissime probabilità di mutare dopo le elezioni europee del prossimo maggio, che possono condurre ad un Parlamento continentale in cui la schiacciante maggioranza filo-europeista, formata da popolari e socialisti, potrebbe venire meno. In quel caso, tutt’altro che remoto, le stesse forze “sovraniste”, “euro-scettiche” ed “euro-critiche” potrebbero vedersi costrette ad abbandonare i tatticismi nazionali, per assumere una visione più di insieme, con concessioni ai vari interessi degli Stati membri, tutte orientate ad accrescere l’autonomia dei medesimi in tutti i settori, con grande vantaggio per la posizione italiana in campo economico, magari pagata con la rinuncia, anche formale, alla richiesta di redistribuzione dei migranti, richiesta che, a tutt’oggi, non ha prodotto alcun risultato concreto; l’Unione potrebbe dare copertura politica alla blindatura delle frontiere, anche marittime del nostro Paese ed al suo tentativo di concludere accordi di riammissione con vari Stati africani ed asiatici.

Questa prospettiva, però, risulta pesantemente influenzata dall’esito dell’attuale scontro in atto tra Roma e Bruxelles: un successo della prima, ovviamente, la avvicinerebbe di molto e creerebbe un effetto contagio difficile da fermare, come, al contrario, una sua sconfitta rischierebbe di rilanciare le politiche, se non le forze, europeiste. In questo quadro, la resistenza italiana sta trovando importanti sponde nella Russia e negli Stati Uniti.

L’Amministrazione Trump ha sempre sostenuto l’attuale Governo, vedendovi rispecchiata la sua politica, sia in campo economico che sulla questione migranti. Questo si va ad aggiungere alla tradizionale ostilità dell’Unione europea nei confronti di tutti i Presidenti statunitensi del partito repubblicano. Oltre a ciò è nota la predilezione dell’attuale inquilino della Casa Bianca per gli accordi bilaterali e la sua ostilità verso ogni forma di multilateralismo; tale orientamento è certamente influenzato dal fatto che, in questo modo, gli Stati Uniti possono godere di un vantaggio negoziale maggiore, ma alla sua base c’è l’idea che il multilateralismo non permetta la piena espressione degli interessi nazionali di ogni Stato e, soprattutto, della sua identità. L’appoggio all’Italia, in questo momento storico di sua contrapposizione al potere sinarchico dell’Unione europea, rientra, quindi, a pieno nella politica estera Usa e fa del nostro Paese l’interlocutore privilegiato di Washington in Europa.

Analogo interesse ad appoggiare il nostro Esecutivo caratterizza la politica estera russa. Mosca vede nell’attuale Governo italiano una sponda politica all’interno dell’Unione europea; con Francia e, soprattutto, Germania intrattiene buone relazioni commerciali, ma, sul piano politico, esse rimangono fortemente anti-russe. Per l’Italia, invece, la situazione è completamente diversa, tanto per fattori storici, quanto per l’attualità politica.

Il nostro Paese ha ereditato dal Regno delle due Sicilie un particolare rapporto con la Russia, che si è mantenuto anche dopo la presa del potere da parte dei comunisti. Il secondo Governo europeo a riconoscere l’Unione sovietica (dopo quello inglese) fu l’Esecutivo Mussolini (7 febbraio 1924); la prima visita di un Capo di Stato di un Paese dell’Alleanza atlantica in Urss fu quella di Giovanni Gronchi (1887-1978), tra il 25 ed il 27 aprile 1956.

La politica dell’attuale Governo italiano, favorevole alla rimozione delle sanzioni nei confronti di Mosca, e la richiesta del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, di riammissione della Russia al G8 vengono molto apprezzate da Vladimir Putin, che non nasconde il suo sostegno all’Italia nel suo scontro con l’Unione europea, tanto da affermare che non esistono ragioni politiche che impediscano ai Fondi sovrani russi di acquistare titoli del debito pubblico italiano.

Già due mesi or sono il Ministro per gli Affari europei, Paolo Savona, aveva già ventilato l’ipotesi che Fondi sovrani russi e/o cinesi potessero acquistare titoli di Stato italiani. Oggi, dopo la visita di Conte a Mosca, almeno per quanto riguarda l’opzione russa, le cose incominciano a divenire più concrete.

Certo che questa eventualità avrebbe ripercussioni politiche enormi, configurandosi come una forte ingerenza del colosso eurasiatico nelle questioni interne all’Unione europea; se lo scontro tra Roma e Bruxelles dovesse spingersi fino a questo punto, assisteremo ad una riapertura dei giochi tale da far correre seri rischi alla sopravvivenza stessa dell’Unione.

Oltre all’opzione dei mini bot (qui), forse la più estrema, ma, certamente, la più efficace e risolutiva sul piano economico, l’Italia ha parecchie altre opzioni per resistere al ricatto di Bruxelles, almeno fino alle elezioni europee di maggio. Tutto sta nella coesione del Governo e, in particolare, in quella interna del Movimento 5 Stelle, attraversato da continue tensioni tra l’ala governativa, incarnata da Luigi Di Maio, e quella movimentista e di sinistra, incarnata dal Presidente della Camera, Roberto Fico, che, anche immediatamente dopo l’efferato delitto di Desirée Mariottini, ha attaccato il Decreto sicurezza, parlando di priorità dell’accoglienza sulla repressione («La coesione sociale è il mezzo fondamentale per costruire tutto il resto della comunità solidale e un’economia sana e forte. Anche nei momenti difficili non ci vogliono ruspe ma più amore e fatica nelle idee e nella partecipazione»). Finché queste posizioni rimarranno marginali e saranno costretti ad accontentarsi di una qualche visibilità, senza poter incidere sul concreto operato dell’Esecutivo, la Sinarchia eurocratica avrà buone ragioni per preoccuparsi, ma, se, al contrario, dovessero assumere una qualche rilevanza significativa nel complessivo comportamento del Movimento 5 Stelle, allora preoccuparsi dovrebbero essere gli italiani.

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1 commento su “Il ruolo strategico dell’Italia in Europa e nel mondo”

  1. L’Italia farà i propri interessi in questo confronto con la sinarchia dell’UE o piuttosto verrà usata da chi ora la sostiene, gli USA, a tutto favore dell’oligarchia anglo-israelo-atlantica?
    Fallito il disegno degli Stati Uniti d’Europa (creazione USA in funzione anti russa e funzionale al controllo dell’economia globale) interesse anglo-americano potrebbe essere il ritorno (apparentemente desiderabile dai popoli europei) agli stati nazionali di ottocentesca memoria che, combinato alla balcanizzazione dell’ex Yugoslavia in funzione anti-russa, alla frammentazione caotica del Medio Oriente in funzione anti russa-Iran-China, consentirebbe di arginare/rallentare il realizzarsi della cosiddetta “via della seta” (che guarda caso arriva in Europa e che è funzionale alla politica cinese per evadere il tentato blocco americano-occidentale al suo accesso alle vie marittime).
    Ben venga l’abbattimento del mostro EURSS, tuttavia occorre stare attenti a chi non possiamo dire di no, ovvero gli USA, paese che dispone di fondamentali basi militari in Italia e che ora con il filo- israeliano Bannon e il suo “The Movement”, appoggia i movimenti sovranità europei in funzione anti tedesco/francese.
    Tutto ha un prezzo e in politica estera occorre essere scaltri. Ma per un paese come il nostro essere maggiormente indipendenti e contare di più nello scacchiere internazionale comporta un percorso accidentato, attraverso il conseguimento progressivo di una efficace autonomia monetaria, rilancio dell’economia sostenendo la natalità, credibile strumento militare a supporto degli interessi strategici (specie in Mediterraneo dove il sultano turco potrebbe creare grossi problemi al vecchio continente), così da restare un’economia importante e un paese in grado di riprendersi il prestigio culturale e morale (Chiesa permettendo) che le spetta!

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