In conspéctu divinæ maiestátis  tuæ / II

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La scorsa settimana siamo partiti, per una Storia della santità dell’aristocrazia Europea, con i coniugi marchesi Giulia e Carlo Tancredi Falletti di Barolo (https://www.europacristiana.com/in-conspectu-divinae-maiestatis-tuae/) . La scelta è stata dettata da tre ragioni: la prima perché si voleva iniziare dall’Italia, in quanto cuore della Cattolicità; la seconda poiché i due marchesi sono espressione tangibile del profondo sentire europeo, sia per ragioni di nascita (lei francese, lui italiano), sia per ragioni culturali e operative (i loro interessi li condussero a viaggiare per tutto il continente). Questa settimana proseguiremo, quindi, con l’Italia, parlando dei tre uomini beati di Casa Savoia, la Casa reale che ha dato i natali al maggior numero di modelli di santità fra tutte le famiglie reali d’Europa.

Il ferreo sodalizio fra Trono e Altare è stato per secoli e secoli, fino al tradimento di Vittorio Emanuele II, che scelse la politica liberale e massonica dell’Europa del XIX secolo, la base privilegiata e indiscussa della Contea e del Ducato di Savoia prima e del Regno di Sardegna dopo. La stessa vita quotidiana dei duchi e dei sovrani sabaudi ruotava intorno ad una rigorosa pratica religiosa fatta di preghiera e di riti, che andava dalla Santa Messa mattutina fino al Rosario e ai Vespri serali. Nella vita pubblica era parimenti centrale il culto reso a Dio e, allo stesso tempo, persino atti politici e militari venivano ad assumere un carattere religioso. Innanzitutto Sante Messe ordinarie o pontificali, adorazioni, quarant’ore, avventi, quaresime, solennità liturgiche, processioni e pellegrinaggi e processioni erano il collante che legava Trono, Altare, sovrani, notabili, popolo, nonché il cuore pulsante della manifestazione regale di Cristo Re dell’Universo riconosciuta dalle maestà terrene in unione alla gente che governava. Fin dal capostipite, il conte Umberto I Biancamano di Savoia (970/980–1 o 19 luglio 1047/1048), si ha la prova storica del sentire profondamente cristiano di questa Dinastia. Ad Anse, in Francia, nel 1025 si radunarono vescovi e principi laici, ai quali si chiese un solenne giuramento. Lo pronunciò proprio il conte Umberto nel tempo in cui la violenza imperversava ovunque a causa di signori feudali che assaltavano la proprietà ecclesiastica:

«Ascoltate o cristiani del Vescovado di Vienne, del vescovado e comitato di Belley, del comitato di Sermorens… Io non violerò in alcun modo le chiese, io non violerò case erette nel circuito delle chiese come rifugio, se non per quel malfattore che abbia violata questa pace… Io non assalirò e non imprigionerò ecclesiastici o monaci che non portino armi… non ruberò i loro cavalli… Io non farò bottino di beni, di cavalli… Io non piglierò cavalli, muli che siano al pascolo… Io non incendierò case… Io non distruggerò mulini, non ruberò il grano in essi esistente… Io non assalirò nobildonne… Io non vendemmierò vigna altrui»[1].

Nella metà dell’XI secolo sorse un’istituzione in tutta l’Europa Occidentale: la Tregua Dei (la Tregua di Dio). Soprattutto in Francia dopo il collasso dell’Impero carolingio nel nono secolo, la situazione interna era insostenibile a causa dei continui scontri fra i signori locali e i vari feudatari che si contendevano il controllo del territorio. Grazie alla Tregua Dei ogni settimana si arrestavano le ostilità dei signori e dei signorotti dal mercoledì sera al lunedì mattina, per la commemorazione della Passione e della Resurrezione di Nostro Signore. Poi altre interruzioni vennero imposte: per l’Avvento, per la Quaresima e per le quattro tempora. Insomma: per onorare Dio non si commettevano violenze e non commettendo violenze non si peccava. La carità verso Dio, prima di tutto, e poi verso gli uomini, proprio su queste basi si forgiò la società e il progresso civile della Cristianità europea.

Il particolare rapporto, unico in Europa, che si stabilì, fin dal principio della millenaria Casa Savoia con il popolo, era dettato, oltre che dalla peculiare sobrietà dei sovrani, anche dalla morale cattolica che essi mettevano in azione: autorità vista come adempimento del proprio dovere, di qui il forte senso di responsabilità (nel successo o nell’insuccesso che fosse) di fronte a Dio e di fronte agli uomini. Così venne a crearsi, fin dal principio, un corpo unico fra autorità e società, ed è per questo che il popolo non ha mai storto il naso quando il governo chiedeva sacrifici economici nei momenti difficili, perché era il governo in primis a farne.

Beato Umberto III

Il Conte di Savoia Umberto III è il primo beato del suo casato. La sua figura risulta di grande importanza all’interno, non solo della storia sabauda, ma della macrostoria europea medioevale.

Nacque nel castello di Avigliana (Torino) nel 1136. Era figlio del conte Amedeo III e di Matilde d’Albon. La sua istruzione e la formazione spirituale vennero affidate al Vescovo Sant’Amedeo di Losanna, già abate di Hautecombe, sulle rive del lago di Bourget in Savoia, una straordinaria abbazia fondata dal padre. In questo contesto crebbe nell’amore per la preghiera, la meditazione, la penitenza per Cristo, disprezzando le vanità del mondo. Il padre fu pellegrino in Terra Santa nel 1122 circa per gratitudine verso Papa Callisto II, e dal 1146 partecipò alla Seconda Crociata, morendo sull’isola di Cipro, presso Nicosia il 1° aprile 1148, dove venne sepolto, lasciando così il dodicenne Umberto suo erede.

Nel 1151, per doveri dinastici, Umberto sposò Faide, figlia del conte Alfonso-Giordano di Tolosa, che morì prematuramente senza mettere al mondo dei figli. Umberto si unì, quindi, ad una cugina, Gertrude delle Fiandre, ma il matrimonio venne annullato per sterilità. Nel 1164 sposò Clemenza di Zharinghen, che gli diede due figlie: Alice e Sofia. Rimasto nuovamente vedovo, nel 1173, pensò che era giunto il tempo di dedicarsi all’agognata vita contemplativa, raggiungendo l’abbazia di Hautecombe, che a malincuore lasciava quando veniva richiamato ad occuparsi delle questioni familiari e politiche. Ma nel 1177 fu spinto a sposarsi nuovamente: le pressioni, affinché avesse un erede maschio, erano stringenti. Si legò pertanto a Beatrice, figlia del conte Gerardo di Macon e nacque, finalmente, Tommaso.

Umberto III ereditò dal padre come dal nonno Umberto II il sogno unitario di ricostituire il disciolto regno di Borgogna, in netto contrasto con la politica accentratrice dei sovrani francesi e con l’affermazione universalistica dell’Imperatore Federico I Barbarossa. Si trovò dunque a svolgere un’accorta politica di gestione dei propri territori confinanti con le diverse signorie feudali laiche e dei vescovi-conti ambite dallo stesso Imperatore, dalle cui minacce Umberto cercò di difendersi cercando alleanze. Così, nel 1171, inviò al Re d’Inghilterra Enrico II l’Abate di San Michele della Chiusa, Benedetto, con un’importate offerta: proporre la figlia maggiore del conte, Alice, in sposa al principe Giovanni, il futuro Senza Terra. Per allettare il sovrano inglese, il Conte offrì molto: oltre che la figlia era pronto a lasciare tutti i suoi domini, così Giovanni avrebbe creato una dinastia anglo-sabauda sulle Alpi (all’epoca non era ancor nato l’erede maschio Tommaso). Il sovrano inglese apprezzò molto la proposta: «Le Alpi avevano grande importanza: nessuno poteva entrare in Italia se non per la terra del conte. L’accerchiamento della monarchia di Parigi, a cui Enrico mirava, e la monarchia italiana potevano diventare delle possibilità pratiche inaspettate» (Ivi, p. 34). Il disegno, tuttavia, non venne realizzato poiché nel 1178 Alice morì.

Il governo di Umberto III, durato circa quarant’anni, fu assai travagliato sia perché fu costretto a rinunciare ad una vita completamente votata al monachesimo, sia perché particolarmente accesi furono i contrasti diplomatici e bellici che dovette affrontare nei confronti di Barbarossa e dei vari signori, compresi i vescovi-conti. Si schierò con il partito guelfo di Papa Alessandro III contro i Ghibellini di Federico Barbarossa. La conseguenza fu l’invasione dei suoi stati: nel 1174 Susa fu messa a ferro e fuoco. La protezione che l’Imperatore diede al Vescovo di Torino, che voleva dominare indisturbato il capoluogo subalpino, portò ad una progressiva riduzione dei possessi e dell’autorità di Umberto III sul versante italiano, dove non gli rimasero che la Val di Susa e la Valle d’Aosta.  Infine, nel 1187, venne bandito dall’Impero da Enrico VI. Riparò, quindi, nei suoi domini alpini, dedicandosi in particolare alla pratica delle virtù e alla carità verso i poveri, adoperandosi per sostenere finanziariamente chiese e monasteri e promuovendo la fondazione della Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso, nei pressi di Avigliana, affidandola agli Antoniani provenienti dalla città francese di Vienne.

Il dies natalis, sopraggiunto a 52 anni, il 4 marzo 1189 a Chambéry, fu causa di profondo dolore per molti e, in particolare, per il suo popolo. Primo, fra i Savoia, ad essere sepolto nell’Abbazia di Hautecombe, riposa tutt’ora dietro l’altare maggiore insieme al beato Bonifacio di Savoia. La devozione alla sua tomba arrivò fin da subito e con essa un gran numero di miracoli.  In Italia è ricordato ancora oggi, in particolare presso Racconigi, dove nel Santuario Reale della Madonna delle Grazie è custodito un quadro del beato donato dalla Regina Elena e restaurato per volontà di Re Umberto II. Inoltre è venerato in Valle d’Aosta: raffigurato sulla facciata della Cattedrale di Aosta e nel castello di Sarre.

Nel 1838 Re Carlo Alberto di Sardegna ottenne da Papa Gregorio XVI l’approvazione ufficiale del titolo di «Beato» per il suo antenato, nonché per il nipote di quest’ultimo, Bonifacio.

Nel martirologio romano la festa del Beato Umberto III è indicata al 4 marzo.

Colletta della Santa Messa: Deus, qui beátum Humbértum coélesti regno terrénum postpónere, et crucis mortificatiónem amplécti docuísti: da nobis, quaesumus, ejus intercessióne et exemplo, terréna despicere atque aetérna sectári. Per Dóminum nostrum Jesum Christum Filium tuum. Qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum. Amen.

Beato Bonifacio

Undicesimo dei figli del conte Tommaso I di Savoia e di Margherita di Ginevra, Bonifacio nacque nel 1207 nel castello di Sainte-Hélène-du-Lac in Savoia. Nonostante il suo temperamento fosse forte e focoso, era tuttavia portato alla pietà, perciò il padre favorì tale vocazione, quindi entrò nella Grande Certosa di Grenoble, dove si distinse subito per la sua spiritualità.

Non ancora professo fu eletto priore dei Certosini di Nantua e nel 1232, a 25 anni, ancora suddiacono, fu eletto Vescovo di Belley dai canonici della Cattedrale; alla morte del fratello Guglielmo, che era Vescovo di Valenza, Bonifacio amministrò anche quella diocesi fino al 1242.  Per interessamento della nipote Eleonora, moglie di Enrico III d’Inghilterra, venne eletto Arcivescovo di Canterbury, succedendo a sant’Edmondo Rich. Venne consacrato Vescovo il 15 gennaio 1245 da Papa Innocenzo IV, durante il Concilio di Lione, ottenendo anche benefici economici per risanare i bilanci della sede di Canterbury. Prese possesso pieno della diocesi inglese il 1° novembre 1249, iniziando subito la visita generale della diocesi e della provincia ecclesiastica, sostenendo lunghe lotte per reprimere gli abusi del clero. E giunse a scomunicare il decano ed il clero della chiesa di San Paolo di Londra, poiché volevano riconoscere l’autorità ecclesiastica soltanto nel Vescovo di Londra. Stessa resistenza ricevette al Priorato di San Bartolomeo. Un giorno, Bonifacio, dopo uno scontro con il vecchio vice priore, venne aggredito dal furore dei londinesi, che gli strapparono le vesti, accusandolo pure di trasferire in Francia i redditi dei benefici inglesi. Bonifacio riuscì a fuggire in barca sul Tamigi, rifugiandosi a Lambeth, da dove scomunicò sia il clero di San Bartolomeo che il Vescovo di Londra. In seguito si recò a Roma per appellarsi al Papa e qui fu raggiunto un compromesso: vennero confermati i diritti della visita pastorale del Vescovo di Canterbury. Tornò in Inghilterra nel 1252 e si unì con i baroni ribelli a Re Enrico III, che costrinsero il sovrano a giurare di osservare i patti della «Magna Charta». Proseguì poi la sua opera in difesa dei diritti della Chiesa in Inghilterra, convocando anche un Concilio nel 1258 a Merton.

Un’intensa vita a servizio della Chiesa di Roma fra diplomazie e scontri aperti lo condussero a dissociarsi dai baroni per passare al sostegno del sovrano d’Inghilterra. Ma, quando iniziò la guerra civile, nel 1262 fuggì dall’Inghilterra, riparando in Francia per poi ritornare dopo la vittoria di Enrico III. Verso la fine della vita, nel 1268, accompagnò alla crociata Edoardo, figlio del Re, ma stremato dalle fatiche si spense il 4 luglio 1270 nel suo castello Sainte-Hélène-du-Lac e fu sepolto nell’abbazia cistercense di Hautecombe sul lago di Bourget, dove riposa tuttora in un sarcofago, dietro l’altare maggiore, dove si trova anche il Beato Umberto III e qui, nel 1440 gli fu eretto un monumento di bronzo, opera dello scultore Enrico di Colonia, poi distrutto dall’odio antimonarchico e anticristiano della Rivoluzione Francese. Papa Gregorio XVI il 1° settembre 1838 approvò il suo culto per l’Ordine dei Certosini e per la Diocesi di Chambéry.

Nel Martirologio la festa del Beato Bonifacio è indicata al 4 luglio.

Colletta della Santa Messa:

Deus, qui in Ecclesia tua per beátum Bonifacium Confessorem atque Pontificem mirábilis caritátis ac pastorális sollecitúdinis exémplainstauráre dignátus es: ejus méritis concéde; ut ad animárum salútem júgiter inténti, veram felicitátem cónsequi mereámur. Per Dominum nostrum Jesum Christum Filium tuum. Qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum. Amen.

Beato Amedeo IX di Savoia

Il 30 marzo si ricorda il dies natalis del Beato Amedeo IX, duca di Savoia e uomo di Dio. Nacque il 1° febbraio del 1435 nel castello di Thonon-les-Bains in Alta Savoia, sulle rive del lago di Ginevra. Sua madre era Anna di Lusingano e suo padre il duca Ludovico I di Savoia. Nel 1452 si sposò con Jolanda di Valois, figlia di re Carlo VII di Francia. Il loro fu un matrimonio combinato fin dalla più tenera età; eppure, nonostante le ragioni di Stato la loro unione fu formidabile e riuscitissima, cementata sulla fede in Cristo. Ad Amedeo IX venne assegnato il governatorato del Piemonte, con il disaccordo del fratello Filippo che lo avrebbe attaccato se Ludovico di Savoia non avesse arrestato il figlio.

Gli sposi andarono a vivere nel bresciano ed ebbero otto figli: Anna, Carlo (Principe di Piemonte), Filippo I , Bernardo, Carlo I, Giacomo Luigi (conte di Ginevra e di Gex), Maria (contessa di Neuchàtel), Ludovica (morta in concetto di santità), Gian Claudio.

Jolanda fu un’ottima consorte per Amedeo IX, infatti alleviò molto il marito nei compiti di governo, in quanto il duce soffriva di crisi epilettiche, una patologia che accettò sempre con grande rassegnazione, in quanto la considerava un mezzo per essere più vicino alle sofferenze di Cristo. Amedeo venne più volte attaccato dai suoi stessi parenti perché considerato inadatto al governo; ma la sua magnanimità e la sua benevolenza ebbero la meglio. Nel 1459, durante il Concilio di Mantova aperto da papa Pio II, Amedeo IX fu fautore di una crociata indetta per liberare Costantinopoli dai turchi e in difesa del Peloponneso. Per tale ragione, con grande determinazione e conscio di realizzare un’impresa votata alla causa religiosa, il duca reclutò uomini, denari ed armi. Nel 1464, alla morte del padre Ludovico, Amedeo ereditò il ducato di Savoia e con esso la posizione da tenere nella guerra stabilitasi fra Luigi XI e Carlo il Temerario. L’appoggio di Amedeo e di Jolanda andò al re di Francia, il quale, come risposta dell’alleanza, diede il suo sostegno contro Guglielmo VIII di Monferrato e Giangaleazzo Sforza, nemici dei duchi di Savoia.

Seppe amministrare con acume lo Stato, si conquistò la stima e la simpatia dei sudditi anche per il suo amore ai poveri che si concretizzava in aiuti cospicui e generosi. Si racconta che un giorno un ambasciatore gli domando se possedesse cani da caccia, allora il beato Amedeo mostrò una tavola imbandita sul terrazzo che si trovava fuori dal suo palazzo, attorno alla quale sedevano un gran numero poveri e mendicanti, e disse: «Queste sono le mie mute ed i miei cani da caccia. È con l’aiuto di questa povera gente che inseguo la virtù e vado a caccia del regno dei cieli».

Uomo dalla vita morigerata e austera, non lesinava in penitenze e digiuni, eresse chiese e monasteri, donò beni preziosi alla cattedrale di Vercelli e, quando la sua malattia non gli permise più di governare, lasciò la mansione alla moglie, poiché i suoi figli erano ancora troppo giovani. Tuttavia la corte si ribellò alleandosi con i fratelli di Amedeo e venne imprigionato, finché Luigi XI lo liberò, ristabilendo l’ordine.

Stremato dall’epilessia, Amedeo, che visse in pienezza tutte le virtù in grado eroico, consegnò a Jolanda, ai figli e ai suoi ministri il suo testamento spirituale: «Siate retti. Amate i poveri e Dio vi garantirà la pace». Morì a Vercelli il 30 marzo 1472. Le sue spoglie riposano oggi nella cattedrale di Vercelli sopra l’altare della cappella di destra, di fronte a quella di sant’Eusebio, evangelizzatore e patrono del Piemonte.

Il processo di canonizzazione, apertosi poco dopo la sua morte, che fu seguita da un florilegio di miracoli, si chiuse soltanto il 3 marzo 1677 con Papa Innocenzo XI, che fissò la festa del Beato il 30 marzo. La sua memoria si conserva a Vercelli, a Pinerolo, a Torino e precisamente nel Duomo della città, nelle chiese della Madonna del Carmine (dove è contitolare), di San Filippo, della Gran Madre, nel santuario di Maria Ausiliatrice e nella sabauda Basilica di Superga.

Nel Martirologio la festa del beato Amedeo IX è indicata al 30 marzo.

Colletta della Santa Messa:

Deus, qui beátum Amedéum Confessórem tuum de terréno principátu ad coeléstem gloriam transtulisti: da nobis, quaesumus, ut ejus méritis et imitatione, sic transeámus per bona temporália, ut non amittámus aetérna. Per Dominum nostrum Jesum Christum Filium tuum. Qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum. Amen.

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[1] F. Cognasso, I Savoia, Dall’Oglio, Varese 1971, p. 9.

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