Egregio Architetto, quali sono stati i Suoi Maestri migliori, sia dal punto di vista valoriale, sia dal punto di vista scolastico e accademico?
Nutro una profonda ammirazione per gli autentici eroi dell’arte di educare, disposti a sottoporsi a laboriosi sacrifici personali pur di far emergere la parte migliore dei loro allievi. Considero S. Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei, il protagonista più importante in assoluto nelle tappe della mia educazione. Non ho avuto la fortuna di conoscerlo in vita, ma ho potuto attingere alla sapienza di molti fra coloro che lo hanno frequentato e hanno appreso tanto da lui, in particolare sull’esercizio della libertà di spirito e di ciò che egli definiva fiuto cattolico. Era acuto e fulmineo nel cogliere l’essenza delle cose e la personalità degli interlocutori. Peraltro da liceale aveva espresso il desiderio di intraprendere gli studi universitari di Architettura, per i quali aveva una spiccata inclinazione. Ma il Signore gli chiese di cambiare programma e di prepararsi accuratamente per fare riscoprire la specifica vocazione dei laici nella Chiesa Cattolica.
È lungo l’elenco degli educatori a cui sono riconoscente. Dovrei cominciare dai miei genitori, soprattutto, e poi dai maestri delle elementari. Cito alcuni insegnanti per tutti: Maria Manuguerra, docente di Disegno al Liceo e allieva a sua volta di Carlo Scarpa; Valerio Girgenti, mio mentore nei primi anni di Architettura; Joan Bassegoda i Nonell, guida sicura per addentrarsi nel mondo di Antoni Gaudí i Cornet; Antonio Livi, arguto studioso della metafisica dell’atto di essere e punto di riferimento per la filosofia del senso comune; Emanuele Samek Lodovici, autore di Metamorfosi della gnosi; Rob Krier, architetto impegnato nel riaffermare i principi compositivi che resero affascinanti in passato le città europee.
Quanto peso hanno le identità regionali d’Italia e cosa rappresenta la Sicilia nel mondo dal punto di vista culturale e artistico?
Hanno tentato di inculcarci sin da piccoli la convinzione che con il Risorgimento “fecero l’Italia” e che da allora in poi bisognasse “fare gli italiani”. Niente di più lontano dalla realtà. Prima della cosiddetta Unità d’Italia esistevano diversi popoli con eccellenti identità, nazionali più che regionali, accomunati soltanto dall’eredità romana e da una tenera fede cattolica. Successivamente è stato creato uno Stato unitario centralista, napoleonico, statalista, laicista, che ha museificato in malo modo capitali prima di allora vive e meravigliose ed ha cercato con livore (continua a farlo tuttora) di cancellare le tensioni ideali più nobili di quei popoli e principi fondamentali come la sussidiarietà orizzontale.
La Sicilia merita un discorso a parte. Non è mai stata Magna Grecia, non è mai stata Italia, non rientrava nella presunta “donatio Constantini”. È un piccolo continente con indole nazionale molto marcata. È un crocevia da cui sono passati in molti, ma chi vi è arrivato in cerca di fortuna si è trasformato in siciliano. È stata il più antico Regno parlamentare del mondo, dal 1130 al 1816. Nelle migliaia di anni della sua storia questa terra ha mostrato alcune specificità che possono offrire tanto anche al mondo contemporaneo: una grande adesione alla realtà; insofferenza radicale per l’illuminismo esoterico; campagne fertili e agricoltura solare; un profondo spirito positivo e ironico; passione per le relazioni personali e curiosità intellettuale; capacità di coniugare occhi, mente, mani e cuore nella creatività artigianale; rispetto filiale dei limiti creaturali; ricchezza delle tradizioni gastronomiche; agonismo atletico; passione per il teatro e per la musica, in particolare nella lingua siciliana pura. Oggi non può esprimersi pienamente perché lo Stato italiano mantiene la Sicilia in una avvilente condizione coloniale, per motivi economici e ideologici. Un dato per tutti: l’Italia sottrae ogni anno alla Sicilia dieci miliardi di euro delle tasse degli stessi siciliani, che ai sensi dello Statuto Siciliano (patto federativo recepito dalla Costituzione Italiana) dovrebbero restare in Sicilia per affrontare necessità primarie.
Che posto occupano le tradizioni religiose in Sicilia?
La Sicilia è terra della Beatissima Vergine. La sua patrona è da tempo immemore la Madonna Odigitria, colei che indica il cammino. I siciliani hanno difeso con vigore la tesi dell’Immacolato Concepimento di Maria praticamente dalle origini dell’era cristiana. Nel 1624 i palermitani giurarono di dare la vita pur di sostenere la verità dell’Immacolata Concezione (che i maculisti negavano), duecentotrenta anni prima della proclamazione del dogma. Questo patto viene rinnovato ogni anno, l’8 dicembre, in una commovente cerimonia, dinanzi ad una statua d’argento a grandezza naturale che è un capolavoro di fede e di arte. La cifra comune alle numerose devozioni, alle celebrazioni religiose, alle processioni, ai pellegrinaggi, è la filiazione divina. Nel 2025 abbiamo commemorato il I Concilio di Nicea, a 1700 anni dal suo svolgimento. La civiltà cristiana siciliana è profondamente intrisa della consapevolezza che Dio è Padre (non fa il Padre), che siamo figli nel Figlio, che lo Spirito Santo alimenta un amore ardente nei nostri cuori, insieme alla divinizzazione buona. I siciliani si sentono figli piccoli di Dio, si abbandonano fra le Sue braccia, hanno fiducia di essere perdonati dopo avere compiuto qualche marachella, coscienti che non è certo il volontarismo o l’ansia da prestazione ad attirare lo sguardo indulgente della Trinità Beatissima sulla petizione di cancellare i peccati commessi. Questa è la sostanza. Le sue caricature non la modificano affatto.

Reliquiario di San Josemaría, Residenza Universitaria Segesta di Palermo
Uno dei tanti testimoni ammirati di questo rapporto originale dei siciliani con il Signore fu S. John Henry Newman, oggi Dottore della Chiesa. Nel 1832-33 egli fece un viaggio nel Mediterraneo con l’amico Richard Hurrell Froude. Dopo Gibilterra, Malta e le Isole Ionie, fecero tappa in Sicilia, prima di recarsi a Napoli e Roma. Newman rimase folgorato da ciò che vide nella nostra terra e, dopo il soggiorno romano, volle tornare da solo in Sicilia, mentre Froude rientrava in Inghilterra. A Leonforte si ammalò gravemente. A Enna alloggiò nella casa di un abitante ospitale del luogo – con il quale comunicava in latino – e venne curato con professionalità da un medico del posto. A quell’epoca Newman era ancora un pastore anglicano, alla ricerca onesta della verità. In Sicilia comprese che la devozione dei fedeli cattolici e l’arte sacra con la quale si esprimevano erano genuine, filiali, radicate negli insegnamenti dei Padri della Chiesa. Maturò in lui la convinzione che doveva lasciarsi condurre come un bambino e nel viaggio di ritorno compose Lead, Kindly Light (Guidami Tu, Luce Gentile), una struggente poesia che sarebbe divenuta un inno cantato sia dalle comunità anglicane sia nella Chiesa Cattolica, nella quale chiese di essere ammesso nel 1845.
Lei ha dichiarato: «l’ago della mia bussola architettonica non ama il Nord, preferisce oscillare dal Meridione all’Oriente», può commentare questa Sua asserzione?
I processi che conducono a maturare determinate affinità sono a volte parecchio difficili da descrivere. Una delle spiegazioni plausibili la si trova in Antoni Gaudí i Cornet: «La luce che raggiunge il culmine dell’armonia è quella inclinata a 45 gradi, la quale, essendo mediana, non colpisce i corpi né in senso verticale né in senso orizzontale; essa permette una visione davvero perfetta dei corpi e ne coglie tutte le sfumature. Questa è la luce mediterranea. I popoli del Mediterraneo (che significa “a metà della terra”) sono i veri depositari della plasticità, [come testimoniato dall’arte in] Egitto, Grecia, Italia. L’architettura, dunque, è mediterranea (la gente del nord, invece, ha propensione per la scienza), perché è armonia di luce; essa non esiste fra le popolazioni del nord, dove c’è una triste luce orizzontale, e neppure nei paesi caldi, dove questa è verticale. Gli oggetti non si distinguono bene né con il limitato chiarore del nord, né con il bagliore delle zone torride. In un caso come nell’altro, la gente non vede, di conseguenza il suo spirito è astratto» (Antoni Gaudí, Idee per l’architettura, n. 25).

Montaggio di una volta parabolica a Palermo
A proposito invece delle implicazioni della statica grafica, per esempio nel passaggio dall’arco a tutto sesto a quello parabolico, il genio catalano affermava: «Sono venuto a riprendere l’architettura là dove venne lasciata dallo stile bizantino» (Antoni Gaudí, Idee per l’architettura, n. 69).
Qual è lo stato di salute dell’Architettura sacra oggi?
La situazione è molto triste, perché parte della gerarchia cattolica ha smesso di svolgere il proprio ruolo di madre e maestra. Si è messa in ginocchio acriticamente di fronte agli architetti ed agli artisti contemporanei, i quali hanno altri punti di riferimento.
La nostra è l’epoca della quarta iconoclastia, quella della cancel culture, quella degli incendi delle chiese, quella della profanazione delle opere di arte sacra. Certa arte contemporanea, priva di sinceri impulsi creativi, si alimenta delle polemiche legate a provocazioni sempre più banali e allo stesso tempo sempre più sacrileghe. Per certi versi è molto più preoccupante la terza iconoclastia (la prima è quella dell’VIII-IX secolo, la seconda quella calvinista), tuttora dominante, quella delle avanguardie artistiche del Novecento, in quanto accolta a volte superficialmente dalle autorità preposte alla tutela di capolavori del passato (fra l’altro bisogna trovare nuovi scopi coerenti per le opere non più usate per il culto) e alla costruzione di nuove chiese. Da tempo mi interrogo su sei questioni che provo ad esprimere qui in estrema sintesi. Ciascuna di esse richiederebbe ovviamente una trattazione molto più vasta.
- Sacro? Non è vero che l’arte contemporanea sia nata in un contesto di ateismo. È stata influenzata dalla Società Teosofica (per es. De Stijl, culla del neoplasticismo), dall’Antroposofia (che ha condizionato fra gli altri Der Blaue Reiter, alle origini dell’astrattismo), dal Mazdaznan (neoreligione proposta al primo anno di corso del Bauhaus). Si tratta di varie forme di spiritualismo gnostico in aperto contrasto con la dottrina cattolica dell’Incarnazione della Persona del Verbo.
- Religione? Non è vero che l’arte abbia uno scopo salvifico (questo lo pensano i sacerdoti della nuova arte, lo sosteneva già Piet Mondrian). L’arte è piuttosto la punta dell’iceberg dello stato di salute di una civiltà.
- Ha senso oggi il figurativo? Sì, è anch’esso “contemporaneo”, in fondo più all’avanguardia di tante ripetitive esercitazioni cerebrali. C’è un museo a Barcellona dedicato agli artisti figurativi di oggi, il MEAM. Ma per produrre opere figurative ci vogliono autentici maestri. È molto laborioso raffigurare un viso, le mani, posture composte. E ottenere la corretta distanza fra l’osservatore e il soggetto rappresentato, specialmente nel caso dell’epifania del divino.
- Chiese contemporanee? Non è vero – come si dice molto spesso fra i fedeli – che esse siano brutte. Semplicemente non sono chiese cattoliche, bensì templi dello spiritualismo esoterico. Il linguaggio è rigoroso e coerente, ma per altri culti.
- Il motto di p. Marie Alain Couturier? Il domenicano francese diffondeva nel dopoguerra proclami come questo, dalle pagine de L’Art Sacré: «Meglio un genio senza fede che un cristiano privo di talento». Sarebbe ora di ribaltarlo, anche perché è un sofisma: «Meglio un genio credente che un artista tristemente privo sia di fede sia di talento».
- Serve un ritorno dei committenti alla realtà? Sì, un ritorno alla realtà ed al buon senso. Servono sacerdoti colti che sappiano fare le richieste giuste agli artisti. Servono artisti che servano, che sappiano servire. Come nel Duomo di Monreale e in tante meravigliose cattedrali del passato. Come nella Sagrada Familia di Barcellona.
Abbiamo provato a formare sacerdoti, suore, architetti ed artisti in un Master in Architettura, Arti Sacre e Liturgia, coordinato da p. Uwe Michael Lang e promosso per alcuni anni dall’allora Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e poi dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. È stata un’esperienza appassionante, con allievi provenienti da tutto il mondo. Eravamo anche sul punto di dare vita ad un nuovo corso di laurea in Architettura, in quanto ci eravamo resi conto che abitualmente, sin dai primi mesi di lezioni, agli studenti del primo anno di Architettura (e di Accademia delle Belle Arti) viene insegnato che il buon senso va messo da parte, come se fosse assolutamente prioritario dare valore a ciò che pensano – alle elucubrazioni più intellettualistiche – piuttosto che alla realtà. Il minimalismo, per esempio, non è un’evoluzione spontanea del gusto, bensì un’imposizione cerebrale fondata sullo spiritualismo esoterico. Al momento il Master è stato sospeso, ma non è detto che sia l’unica maniera (o la migliore) per formare una nuova generazione di committenti e di creativi per produrre arte sacra autenticamente cattolica.
La Sua attenzione si concentra anche sui manufatti realizzati dagli artigiani, in che termini? Potrebbe fare anche degli esempi?
L’artigianato di eccellenza è un patrimonio inestimabile, in Italia e in Sicilia. Può continuare a produrre ricchezza, dato che il livello dei nostri artigiani è insuperabile. Tuttavia i governi italiani sono distratti (per usare un eufemismo) da altre priorità. Ci sono comparti prestigiosi che non hanno ricambio generazionale, con il rischio di vedere scomparire del tutto alcune competenze preziose. Per un architetto che faccia davvero il direttore d’orchestra (nel progetto e nella direzione lavori), specialmente nell’ambito dell’architettura sacra, è evidente che serva una squadra di esperti nei diversi settori: muratori, capo mastro, gessai, piastrellisti, marmisti, intagliatori di pietra, stuccatori, elettricisti, falegnami, idraulici, orafi, argentieri, vetratisti. C’è stato un lungo periodo – per fare uno dei tanti esempi virtuosi possibili – in cui molte di queste lavorazioni venivano eseguite nelle Officine Ducrot di Palermo.

Ostensorio per la preghiera privata del Card. Christoph Schönborn
Uno dei motti delle avanguardie artistiche del Novecento è ripartire da zero (bei Null wieder anfangen), una dichiarazione di guerra all’ornamento architettonico. Un altro è il meno è il più (less is more). È un caso che il terreno in cui sono germogliati fosse la Germania? L’artigianato di eccellenza, che riempie l’ambiente umano di oggetti che rendono la vita più bella, ha bisogno di una nuova fase della creatività. Occorre elaborare un linguaggio formale basato sui principi intramontabili della composizione e sui simboli. Il simbolismo è quell’approccio cerebrale che attribuisce significati più o meno astrusi a qualsiasi gesto istrionico. Non è fatto per l’occhio, è tribale, non è universale, è un dialogo fra intellettuali militanti. Il simbolo invece rimanda ad una realtà condivisa, come la quercia alla stabilità o l’aquila allo sguardo penetrante.

Tabernacolo per una cappella di S. Giuseppe Jato (PA)
Mi permetto di fare un esempio tratto da una mia esperienza progettuale. La parola tabernacolo, dal punto di vista etimologico, vuol dire tenda. Ricorda quella in cui Mosè sistemò l’arca dell’alleanza con le Tavole della Legge durante il peregrinare dal Monte Sinai alla Terra Promessa. Il tabernacolo progettato trent’anni fa per una cappella a San Giuseppe Jato, in provincia di Palermo, è un po’ rivoluzionario, perché non ha la forma di una piccola tenda né di un tempietto, come ci ha abituato la tradizione post-tridentina. Intende simboleggiare (dal punto di vista della fede lo è realmente) una sorgente di acqua viva. Ho pensato di scavare una nicchia profonda, non soltanto per incassarvi il tabernacolo, ma anche per lasciare una sorta di fenditura nella roccia al di sopra di esso che simboleggia al tempo stesso la ferita inferta dalla lancia nel costato di Cristo e una sorgente d’acqua. La cavità ha una volta interna intonacata e dipinta di azzurro. La cornice esterna in marmo ha una sagoma a riseghe di sezione triangolare. Lo scorrere dell’acqua è raffigurato dal tabernacolo stesso, costituito da una struttura portante di legno rivestita interamente d’argento. Sulla copertura, a sei falde accostate e inclinate di 60°, è stato inciso un motivo a onde molto fitte. Sul colmo delle due falde centrali è stato innestato un globo sormontato da una croce piuttosto corposa, con un rubino incastonato. Il fronte del tabernacolo è una specie di cascata. Il codice linguistico e compositivo è dato dal rapporto tre-due: il tre costituisce un riferimento al mistero della Trinità Beatissima, il due a quello dell’Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione del Figlio di Dio. Sulla porticina del tabernacolo, che occupa quasi interamente il fronte, sono disegnate sei serie di zig-zag, alternando una d’argento a un’altra d’argento dorato. Su ognuna delle serie d’argento dorato sono applicati tre naselli sagomati a scaletta, simili a piccole stalattiti in aggetto. Uno dei naselli nasconde la serratura. Sui gradini superiori è stato passato uno smalto azzurro vetrificato. L’insieme costituisce pertanto un gioco di volumi e di cromie che viene esaltato dalla luce. Il tabernacolo è un magnete irresistibile per lo sguardo e l’attenzione dei fedeli, perché lì è realmente presente Gesù Cristo, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità.

Tabernacolo (particolare) per una cappella di S. Giuseppe Jato (PA)
In particolare, quali sono le caratteristiche dell’oreficeria siciliana?
Esiste un’arte siciliana, con alcune peculiarità riscontrabili nel corso dei millenni. È gioiosa, molto colorata, ben collegata alla natura – qui parecchio esuberante – attraverso i principi della metessi platonica e della mimesi aristotelica, è fatta di dettagli, di solito non schiaccia l’osservatore con volumi enormi, è accogliente.
L’artigianato siciliano segue le regole dell’arte siciliana. Oltretutto esistono molteplici scambi fra architetti, artisti ed artigiani. Quanto abbiamo scritto prima si può riscontrare già nella monetazione della Siracusa di epoca siceliota. Lo si riscontra nel mantello di Ruggero o nella corona di Costanza, due delle opere più sorprendenti fra le numersoe prodotte nell’Ergasterion del Palazzo Reale di Palermo, operante agli inizi del Regno di Sicilia. Fra il XV e il XIX secolo operarono in alcune città come Palermo, Trapani, Catania, Acireale, Siracusa, alcune vivacissime maestranze di orafi e argentieri, ciascuna riconoscibile dal punzone della rispettiva città. La produzione di questi centri artistici (che provocarono l’immigrazione di manodopera, per es. dal Lago di Como) è talmente vasta che l’Osservatorio delle Arti Decorative in Italia Maria Accascina (Università di Palermo) non ha ancora completato la schedatura e l’analisi di tutto quanto ci rimane oggi, in musei o collezioni private.
Che cosa pensa della filosofia urbanistica architettonica contemporanea e quali sono le Sue proposte?
Oggi soffriamo le conseguenze delle teorie urbanistiche disumane ed anticristiane elaborate sin dagli Anni Venti del Novecento dai Congressi Internazionali di Architettura Moderna. La cosiddetta Carta di Atene, redatta nel 1933 dal IV CIAM, preconizza un mondo in cui l’espansione urbanistica seguita alla rivoluzione industriale venga regolamentata con la realizzazione di aree specializzate della città, secondo parametri quantitativi. La città preindustriale era invece caratterizzata dalla compenetrazione di luoghi residenziali di tutti i ceti sociali, di luoghi per il commercio, per la produzione, per l’educazione, per il culto, per il tempo libero. La città cristiana era basata inoltre sul rispetto della dignità della persona umana, in un processo di maturazione che va dal I Concilio di Nicea a Severino Boezio a S. Tommaso d’Aquino. Non a caso le città medievali sono così belle. La LUN italiana (Legge Urbanistica Nazionale del 1942) è stata partorita nel clima culturale dei CIAM. Si attende ancora qualche governo lungimirante che faccia una nuova legge urbanistica e una nuova legge sull’architettura.
Fra l’altro l’urbanistica del Novecento ha prodotto la congestione e l’inquinamento tipici delle città contemporanee, per es. favorendo la collocazione a distanze notevoli fra alloggio e luogo di lavoro. Adesso si sta sperimentando in alcune città (Parigi, Oxford e altre) il modello dei quindici minuti a piedi. Vogliono segregare i cittadini in aree urbane autosufficienti, dalle quali potrebbero uscire solo un centinaio di volte all’anno, a meno di non usare costosissimi mezzi di locomozione “green” oppure di non pagare multe salate. È un ulteriore esperimento di ingegneria sociale di cui le misure per la presunta pandemia da Covid19 sembrano essere state il preludio.
In realtà il concetto dei quindici minuti a piedi nasce in ben altro contesto e con ben altri significati. Architetti e urbanisti animati dal buon senso hanno realizzato centri urbani come Poundbury o Le Plessis-Robinson. L’obiettivo è l’elaborazione di piani di rigenerazione urbana che producano borghi o quartieri armoniosamente autosufficienti. Occorre restituire dignità alla campagna e ai paesi, che invece si sono drasticamente spopolati a causa di un’emigrazione drammatica verso le megalopoli. Emigrazione che si sarebbe potuta evitare.
Perché, a Suo giudizio, è diventato difficile e talvolta impossibile, nella maggioranza dei casi, adeguarsi ai tre principi sostanziali dell’estetica cattolica: Integritas, Proportio, Splendor formae?
A mio avviso il principio di immanenza cartesiano pesa come un macigno sulla cultura contemporanea. I pensatori e gli artisti attuali (come pure alcuni teologi) non sono sicuri che si possa conoscere la realtà. S. Tommaso d’Aquino definiva la verità adaequatio rei et intellectus. Oggi invece molti chiedono pilatescamente cosa sia la verità e se essa esista. Se la realtà è davvero conoscibile esistono pure i trascendentali dell’essere, primi fra tutti il vero, il buono ed il bello. I principi da Lei elencati dipendono dal trascendentale pulchrum. Riguardano la filosofia del bello tutta, non solo quella cattolica. Ogni ente, naturale o artificiale, è bello nella misura in cui è integro, proporzionato, luminoso. Così come sono architettura solo quegli edifici che soddisfano adeguatamente i requisiti di firmitas, utilitas, venustas.

Nartece della chiesa del S. Curato d’Ars a Palermo
Nel clima imperante di incertezze gnoseologiche e antropologiche, ha importanza solo ciò che pensa l’artista, qualunque trovata stravagante o blasfema ci proponga. Se non lo comprendiamo, se non lo accettiamo, se non ci inchiniamo di fronte al presunto colpo di genio, veniamo etichettati come stupidi e ignoranti. Ma l’arte è un’altra cosa. Lo è sempre stata e tornerà ad esserlo. Anche le persone più semplici sono attratte dalla bellezza. Le ingegnosità astute sono adatte a circoli ristretti di radical chic autoreferenziali e di critici prezzolati. Prima o poi questo sarà sempre più evidente, perché il tempo è galantuomo.
Nel 2009 ha redatto e promosso l’Appello a Sua Santità Papa Benedetto XVI per il ritorno a un’arte sacra autenticamente cattolica, quali sono stati gli effetti di quell’iniziativa?
La propaganda degli intellettuali militanti è pervasiva ed asfissiante. A volte le donne e gli uomini di cultura si sentono soli nelle loro battaglie di civiltà e questa solitudine genera una sofferenza intima ed acuta. In realtà sono tante le persone che si battono per una rinascita della civiltà. La promozione dell’Appello a Sua Santità Papa Benedetto XVI per il ritorno a un’arte sacra autenticamente cattolica è stata un’occasione per gioire della condivisione di ideali e convinzioni con i redattori del documento e con i duemila sottoscrittori. La consapevolezza che esista una maggioranza silenziosa che desidera un mondo alla misura dei desideri di Dio è già stata un risultato gratificante. Indubbiamente c’è molto da fare. L’arte cattolica non rinasce dall’oggi al domani. Bisogna superare l’antagonismo fra progressismo e tradizione. Gli ismi sono tutti frutto del principio di immanenza. La conoscenza della realtà aiuta a cercare forme attuali, a volte innovative, ancorate alla tradizione. Già il solo fatto di incontrarsi nel 2009 ha favorito lo scambio di idee e di esperienze, in un’atmosfera costruttiva.
Personalmente ho avuto anche la gioia di parlare con Benedetto XVI di questi argomenti in un incontro privato, a settembre del 2015, nel Monastero Mater Ecclesiae. Mi colpì molto la sua insistenza sull’importanza di celebrare bene la Santa Messa. Da lì dipende molto, per non dire tutto, della fede vissuta dai fedeli cattolici. Mi fece molte domande sull’architettura sacra, sull’arte sacra e sull’artigianato. Si notava che era pure preoccupato per il futuro occupazionale dei giovani e che riteneva le scuole professionali una realtà fondamentale per garantire un lavoro degno a quante più ragazze e quanti più ragazzi possibile.
Quali progetti “ambiziosi” sia nel campo dell’architettura, sia in quello artistico, sia in quello dell’Arte sacra è riuscito a realizzare, e quali sta seguendo ora?
Tra il 1995 e il 2015 ho progettato e promosso numerosi corsi per orafi e argentieri (anche un Master universitario di II livello), volti a garantire il ricambio generazionale in questi ambiti. Nel 2025 è stato siglato un accordo fra l’Università di Palermo e ASSORAFI della stessa capitale siciliana, per avviare corsi universitari per orafi e argentieri. In realtà con la nostra Associazione Magistri Maragmae vorremmo realizzare corsi in tutti i settori dell’artigianato di eccellenza.

Cody Swanson, ambone per la chiesa madre di Altofonte (PA)
Mi piacerebbe riavviare il Master in Architettura, Arte Sacre e Liturgia, al momento sospeso, che ha formato centinaia di esperti di varie parti del mondo avendo come bussola Introduzione allo spirito della liturgia di Joseph Ratzinger e la teologia del corpo di S. Giovanni Paolo II.
Sono molto grato a don Radosław Kimsza, Professore di Teologia presso la Facoltà di Architettura di Białystok (Polonia) per avere pubblicato una recensione del libro da me scritto con Guido Santoro, Liturgia, cosmo, architettura (Cantagalli, 2009), su una rivista accademica polacca. Su un’altra rivista sta per pubblicare un saggio sugli amboni da noi realizzati. Un prossimo saggio riguarderà gli altari che abbiamo creato. A breve dovrei recarmi nell’Università del Prof. Kimsza per parlare della necessità del superamento del minimalismo in architettura.

Presbiterio della chiesa madre di Sancipirello (PA)
Una delle esperienze più appassionanti di questi decenni è stata la collaborazione di artisti figurativi del livello di Vincenzo Ventimiglia, Vighen Avetis, Cody Swanson, Mauro Gelardi, Luca Crivello. Debbo parecchio inoltre agli insegnamenti del pittore Rodolfo Papa, forse il più grande iconologo vivente, che ha aperto gli occhi sul reale significato delle opere di Leonardo, di Caravaggio e di tanti altri pittori.

Vincenzo Ventimiglia, affresco dell’Incoronazione della Madonna, Isola delle Femmine (PA)
Potrei parlare pure delle iniziative politiche a favore del popolo siciliano, ma questo ci porterebbe fuori dal solco di questa intervista. Qui accenno soltanto al nostro progetto di rigenerazione urbana del quartiere ZEN di Palermo, uno dei più mostruosi ghetti periferici progettati in tutta Italia da fior di professori di Architettura dopo il varo della Legge urbanistica n. 167 del 1962, alla base della pianificazione dell’edilizia economica e popolare (PEEP).
