Ritratto di Jacques Cazotte (J.B. Perronau 1762)

 

Il ritratto giovanile di Jacques Cazotte (1719-1792) e la dedica[1] dell’editore alla prima raccolta completa delle sue opere, a 25 anni dalla sua morte sulla ghigliottina, ne inquadrano la figura, la vita e l’opera in un’immagine di simpatia umana, di audacia e coerenza morale, che dovevano corrispondere alla memoria di lui presso i contemporanei. Riesce invece più difficile per noi evocare questa figura di aristocratico, profondamente cattolico, tenace avversario della filosofia dei Lumi e dello spirito rivoluzionario, autore di novelle brillanti e avventurose, di favole orientali, poemi, critiche musicali e scritti di morale, storia e filosofia, nonché di un ricco epistolario. Partiamo quindi da un testo non suo, che ebbe risonanza all’epoca e che più volte ha fatto discutere, tra chi è affascinato da un’ipotesi di preveggenza e chi lo denuncia come un caso di mistificazione. Si tratta de La profezia di Jacques Cazotte scritto da Jean-François de La Harpe (1739-1803) e pubblicato nel 1806, come testo inedito reperito dopo morte dell’autore.

Il breve racconto, assai impressionante, si presenta come una testimonianza diretta di La Harpe:

«Mi sembra come fosse ieri, e invece era l’inizio del 1788. Eravamo a tavola…».

È una compagnia di aristocratici, di accademici, con eleganti dame. Sono stati letti racconti empi e libertini e le dame «nemmeno hanno fatto ricorso al ventaglio». Fra scherzi e galanterie, si fa professione di ateismo, si inneggia a Voltaire e al «regno della ragione».

Uno solo non partecipa alla generale euforia: «era Cazotte, uomo amabile e originale…» Prende la parola e con grande serietà dice: «Signori, rallegratevi: vedrete tutti questa grande rivoluzione che desiderate tanto».

«Non importa essere gran maghi per dire questo».

Cazotte ribatte che dirà loro qualcosa di più, le conseguenze che ne derivano, e proprio per ciascuno di loro. Inizia una lugubre, visionaria descrizione della sorte che attende gli spensierati commensali: dal suicidio alla ghigliottina, comprese le dame, che credono di essere al di fuori «delle rivoluzioni».

E chi sarà a far ciò? I Turchi? I Tartari?

No. Gli stessi philosophes, e con gli stessi argomenti e massime da loro proclamate a quella tavola, e prima di 6 anni…

Lo scherzo appare di cattivo gusto, e il padrone di casa, innervosito, teme di compromettersi, soprattutto quando Cazotte profetizza il supplizio delle «principesse del sangue», fino a quello del re e della regina.

Quanto a se stesso, si vede nella parte del personaggio biblico che invano, di fronte alla catastrofe incombente urla: «Disgrazia per Gerusalemme!  Disgrazia per me!».

«E dopo questa risposta, M.Cazotte fece un inchino e uscì»

Se l’editore stesso delle opere di Cazotte, pur pubblicando tra le documentazioni il testo di La Harpe, non lo accredita, e parla di «pretesa» profezia, è comunque certo che il racconto, apologo o bozzetto noir che fosse, doveva corrispondere, per essere plausibile, ai tratti morali e al carattere del protagonista. Esso è pertanto un ritratto di Cazotte quale era percepito e ricordato dai suoi contemporanei: compìto, ironico, bon vivant, non ossequioso coi potenti, risoluto ed audace. E corrisponde certo alla realtà il fatto che Cazotte, in un ambiente aristocratico moralmente degenerato, vano e infatuato dall’Illuminismo, testimoniava senza remore il polo opposto, la riaffermazione dei valori umani e cristiani.

 

Dedica dell’editore all’edizione in IV volumi delle opere complete di Jacques Cazotte, Parigi 1817

 

Cazotte aveva raggiunto questa limpida e forte coerenza attraverso una personale ricerca, dapprima seguace dell’illuminisme (una forma di misticismo che aveva per obiettivo la “reintegrazione” dell’uomo nel suo stato di prima della caduta), da cui si distaccò dopo aver preso conoscenza dei legami di esso con l’occultismo e la Massoneria, che egli aborriva e considerava ispiratrice delle idee moderne e atee distruggitrici, e tra i maggiori responsabili della rivoluzione.

Egli pervenne infine a interpretare teologicamente la stessa rivoluzione come un’opera diabolica, una catastrofe abbattutasi sul regno di Francia, diventato «l’immagine vivente dell’inferno»[2].

 

“Le diable amoureux”

Nel 1776 Cazotte aveva scritto l’opera per cui è tuttora noto e presente nei cataloghi editoriali e nei saggi di letteratura: il romanzo breve Le Diable amoureux (Il diavolo innamorato)[3]. Si tratta, come per le altre opere narrative di Cazotte (alcune anche migliori) di un testo nello stile dell’epoca, in cui la scorrevolezza brillante, l’intreccio vivace e sentimentale, vestono una materia più complessa e profonda. Esso viene usualmente inteso come una novella fantastica, elegantemente sensuale, allusiva all’eterno femminino e ai giochi della seduzione.

Ma sotto la patina, Il diavolo innamorato è tutt’altra cosa. Nella sua leggerezza ironica e vaporosa, è un’arma sguainata contro le «nuove idee», contro l’occultismo e la filosofia dei Lumi, contro la sovversione filosofica dell’ordine della materia e dello spirito. Riprendendo il vecchio tema del diavolo che prende la forma di donna bella e irresistibile per portare a perdizione un’anima (qui Alvaro, nobile spagnolo), Cazotte non fa leva solo sul fascino sensuale, ma mette in bocca alla donna tentatrice argomenti dei Lumi: le tradizioni non sono che pregiudizi dovuti alla «mancanza di lumi»; l’unione libera deve sostituire il matrimonio, la felicità è assicurata dalla liberazione da regole e scrupoli morali. Biondetta (il demone femminile) rimprovera ad Alvaro la sua sottomissione filiale (alla madre doña Mencia), si rallegra di non avere per parte sua né padre né madre, elogia la Francia, di cui dice di apprezzare la «facilità dei costumi» difende le passioni (riprendendo i termini del capitolo dell’Encyclopédie consacrato ad esse), e tale apologia si somma ad una divinizzazione della natura (come in Rousseau e Sade). Biondetta inoltre espone una teoria meccanicista del mondo: «Non esiste il caso nel mondo: tutto vi è stato, e sarà sempre una sequenza di combinazioni necessarie che si possono capire solo con la scienza dei numeri», fa l’apologia della scienza di cui Cazotte diffidava (in una sua lettera vide nell’invenzione della mongolfiera «la filosofia del secolo che cercava di dar la scalata ai cieli»). La demoniaca Biondetta viene da Venezia (che simboleggiava la dissoluzione dei costumi, la corruzione), è figura di Eva, e l’autore la contrappone a doña Mencia, che rappresenta la tradizione, la famiglia, la morale, il cattolicesimo nel suo complesso, ed è invece figura della Vergine Maria, come la Spagna è simbolo di stabilità, di salvezza. Per Cazotte l’anima è un campo di battaglia tra le forze del bene e quelle del male, ma la conoscenza della natura del male è insufficiente, e qui sta il nucleo spirituale di un’opera apparentemente così elusiva: Alvaro sa sin dal primo incontro a Napoli che Biondetta è un demone, ma ciò non vale a staccarlo da lei, quindi ciò che decide, nella consapevolezza dei termini morali della questione, è la scelta, un atto di volontà.

Il diavolo non può impossessarsi di un’anima senza che essa si abbandoni a lui volontariamente, che lo scelga liberamente. Tanto più la grazia è necessaria, perché la natura non è sufficiente, c’è un profondo istinto di male nell’uomo, affidarsi alla natura non basta (al contrario di quello che credeva Rousseau e poi i naturiani). E ciò è più arduo in quanto il male attrae non in forma turpe e aggressiva, ma con arrendevolezza, relativismo, “amore”. L’ultima tentazione infatti è quella di convertire il diavolo, o per lo meno di renderlo innocuo e addomesticato con nozze legittime. Sarà il ritorno alla madre, tra i balsamici boschi dell’Estremadura, lungi da Napoli, Venezia, Parigi, dagli idoli, dalla decadenza, dalla modernità, che salverà Alvaro, mentre il diavolo innamorato scompare in uno sbuffo di zolfo e di cipria.

 

Jacques Cazotte in età anziana

 

Nonostante le drammatiche tensioni della sua epoca, di cui era ben consapevole e presago (senza bisogno di puntuali pregnizioni), Cazotte si avviava, tra i suoi familiari e i suoi prediletti studi, alla pacifica conclusione della sua esistenza.

La biografia[4] premessa all’edizione delle opere complete ce lo descrive:

«Egli era pervenuto ad un’età in cui da un giorno all’altro si può spegnersi. La purezza dei suoi costumi, e soprattutto gli alti principi che lo guidavano da molti anni, gli avrebbero procurato una morte tranquilla; sarebbe stato il tramonto di una bella giornata. Giunse la rivoluzione, che lo strappò alla sua vita calma, e morì da eroe. Quando la rivoluzione scatenò la sua marcia distruttiva, Cazotte non trascurò nulla per combatterla. Scrivendo com’era consueto, testimoniava il suo dolore ai suoi amici; e il suo spirito, che cercava in tutte le direzioni, immaginava ogni giorno mezzi, ahimè troppo deboli, per arrestare il corso di un flusso così funesto».

La situazione precipitò nell’agosto 1792, quando venne arrestato con la figlia Elisabeth, condotti a Parigi e imprigionati. Liberati, seguì a pochi giorni un nuovo arresto e la sua condanna a morte:

«La sua statura era imponente, gli occhi azzurri, pieni di espressione; nella sua vecchiaia, le ciocche di capelli bianchi che coronavano la sua testa gli davano un’aria di patriarca.

Portato all’esecuzione, disse che “rimpiangeva solo la sua famiglia”. Passata un’ora in colloquio con un prete, scrisse: “Moglie mia, figli miei, non mi piangete, non mi dimenticate; ma ricordatevi di non offendere mai Dio”. E prima di morire, in piazza del Carrousel, esclamò “Muoio come ho vissuto, fedele a Dio e al mio Re”».

Era il 25 settembre 1792.

 

Altri demoni

La vicenda e la figura di Jacques Cazotte fanno venire in mente – per contrasto – l’ambiguo barcamenarsi nella stessa crisi storica di Choderlos de Laclos (1741/1803), creatore di un diavolo femmina più efficiente della languida Biondetta. Nel celeberrimo romanzo epistolare Les Liaisons dangereuses, col pretesto dell’ammaestramento morale sul castigo che tocca ai malvagi, De Laclos si identifica e si compiace nella marchesa di Merteuil, vero e unico principio demoniaco e distruttore. Se le dame dei salotti aristocratici fornivano abbondanti modelli di cinismo e scostumatezza, la crudeltà a freddo, l’intento mortifero e manipolatorio, il sadismo intellettuale della marchesa, ci dicono assai sull’autore, più che sul personaggio, che oggi comunque corre il rischio di diventare un’icona femminista.

De Laclos, ufficiale di carriera, massone ai massimi livelli della gerarchia, dal 1788, entrato al servizio del duca d’Orleans, operò con intrighi e complotti per favorire la sua fazione, quindi si adeguò all’idea repubblicana, si fece strada nell’esercito rivoluzionario, sfuggì alla ghigliottina -unico tra gli esponenti ex orleanisti – e eccolo pronto all’incontro con Bonaparte e al rilancio della sua carriera militare che lo portò ad alti gradi nell’armata d’Italia (morì a Taranto per malattia).  Come non vedere la sua freddezza ambiziosa nel cinismo con cui la marchesa di Merteuil muove le sue pedine, non agendo mai direttamente, ma facendo di ognuno uno strumento per la rovina dell’altro?

Se Il Diavolo innamorato di Cazotte evoca la natura diabolica del razionalismo moderno, De Laclos ne mette in scena l’orrenda futilità: il calcolo intellettuale è messo al servizio di monomanie, capricci, guerre da salotto e da alcova.

Il diavolo di Mergellina

Illustrazione dalla prima edizione de Il diavolo innamorato

 

Il romanzo di Cazotte prende le mosse da Napoli, a Portici, con una scena impressionante, quando Belzebuth, sfidato dall’incauto Don Alvaro, gli era apparso in forma di orrida testa di cammello, poi di cane, poi del paggio Biondetto, mutatosi infine nella sdolcinata Biondetta.

Ma proprio a Napoli è raffigurato il forse più famoso diavolo in vesti femminili: sul litorale di Posillipo, la celebre leggenda del Diavolo di Mergellina arricchisce anche ai giorni nostri la visita alla Chiesa di S. Maria del Parto, già suggestiva per la presenza del sepolcro di Jacopo Sannazzaro. Il grande quadro da altare, dipinto da Leonardo da Pistoia nel 1542, rappresenta San Michele che trafigge il Diavolo, il quale ha dalla vita in su – tipo sirena – la forma di una bella fanciulla, con ali più da farfalla che da pipistrello, mentre nel suo corpo a spire di serpente traspare una brutta testa urlante. Intorno a questo quadro e alla scritta su di esso apposta esistono varie versioni, di cui parla anche Benedetto Croce in Storie e leggende napoletane[5].

Forse la più poetica è quella in cui il religioso sotto tentazione, avrebbe fatto dipingere il quadro con il ritratto della bella posseduta dal demoniaco assillo in via preventiva, a scongiurare un peccato cui altrimenti né l’una né l’altro avrebbero saputo resistere. La donna, vista la pittura, si sarebbe liberata dalla sua ossessione e ciò spiegherebbe il suo aspetto sereno e imperturbato, quasi di sollievo, mentre San Michele trafigge il diavolo che è in lei. Sull’altare della cappella è un’iscrizione in cui oggi si legge: «Alleluia! Ha vinto!»

 

 

San Michele che scaccia il demonio, Leonardo Grazia da Pistoia (1502-48), Napoli, chiesa di Santa Maria del Parto

 

 

[1] «A Jacques Cazotte, membro dell’Accademia delle scienze e belle lettere di Digione; uomo amabile, di puri costumi, che univa alla gaiezza, una conversazione vivace e pungente, una perfetta e dolce franchezza, uno spirito e un cuore che l’hanno fatto prediligere da tutti coloro che l’hanno conosciuto: questa prima edizione completa delle sue opere è dedicata da Jean- François Bastien, suo editore». In Oeuvres bodines et morales, historiques et philosophiques, vol. I , ed. J-F Bastien, 1817.

[2] Corrispondenza Cazotte/Ponteau, XIV lettera. In Oeuvres bodines. cit.

[3] Trad.it. Il diavolo innamorato oppure Il diavolo in amore, varie edizioni. Evitare come la peste l’edizione Feltrinelli UE 2012, in cui alla novella di Cazotte è abbinato un inqualificabile raccontino di Andrea Camilleri, non si sa se per attirare lettori su Cazotte, o viceversa, o per puro degrado editoriale.

[4] «Notice historique sur Cazotte» in Oeuvres bodines. cit. vol. I. Le citazioni in corsivo sono tratte da tale testo.

[5] Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane, ed. Adelphi 1999 p.228/9.  Al centro della vicenda sarebbe il vescovo poi cardinale Diomede Carafa (1492/1560), committente dell’opera. Le varie versioni differiscono invece nel nome della dama (Vittoria, Isabella) e nel significato di quel «Et fecit victoriam, halleluia 1542»: vittoria contro la tentazione o contro la memoria?

 

 

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