Nell’appuntamento quotidiano «Accadde oggi in Europa» avevamo anticipato qui l’uscita di un approfondimento sulle figure dei cardinali John Henry Newman, beatificato il 19 settembre 2010 da papa Benedetto XVI a Birmingham, e József  Mindszenty, dei quali il 12 febbraio u.s. sono stati promulgati i Decreti della Congregazione delle Cause dei Santi riguardanti, rispettivamente, il miracolo e le virtù eroiche. Ognuno di essi merita un’attenzione particolare, essendo stati di capitale importanza per i burrascosi tempi contemporanei ed è per questo che preferiamo dedicare due profili distinti. Questa settimana iniziamo a parlare del venerabile primate d’Ungheria, baluardo e gloria della Chiesa contro il comunismo e contro le gerarchie ecclesiastiche accomodanti con il regime sovietico. Visse il martirio bianco per difendere, come Pastore, la Fede e il suo popolo.

Dopo decenni di silenzio, József  Mindszenty scriverà le sue Memorie, pubblicate nel 1974, edite da Rusconi in Italia nel 1975, con il fine di far circolare la verità sulla sua tragica vicenda, che rappresenta la tragicità di un popolo, quello ungherese, e di una Chiesa martoriata come quella dell’Est, abbandonata, per scopi diplomatici, dal Vaticano.

«racconterò tutto e tacerò solo quello che la decenza e il senso umano e sacerdotale dell’onore impongono di tacere. Non parlo per raccogliere il frutto delle mie sofferenze e delle mie ferite. Pubblico tutto questo solo perché il mondo conosca il destino che il comunismo gli riserva e perché si avveda di come esso non tenga in alcun conto la dignità dell’uomo, e se descriverò la mia croce, sarà solo per ricordare al mondo la croce dell’Ungheria e della sua Chiesa»[1].

Nacque a Mindszent il 29 marzo 1892, in un villaggio della campagna ungherese. Studiò nel seminario di Szombathely e fu ordinato sacerdote il 12 giugno 1915. Dopo la prima Guerra mondiale e il crollo dell’Impero asburgico, presero il potere in Ungheria i comunisti di Béla Kun. Nel 1919 Mindszenty, in quanto sacerdote, fu arrestato.

Il 3 marzo 1944 fu nominato vescovo di Veszprém; venne consacrato il 25 marzo dello stesso anno nella cattedrale di Strigonio. Fra il 1944 e il 1945 fu catturato e incarcerato dai nazisti.  Il 2 ottobre 1945 fu promosso arcivescovo di Esztergom e primate d’Ungheria. Papa Pio XII lo elevò al rango di cardinale nel concistoro del 18 febbraio 1946. Il 22 febbraio dello stesso anno ricevette il titolo di Santo Stefano al Monte Celio.

Con la fine della seconda Guerra mondiale, l’Ungheria divenne un satellite dell’Unione Sovietica e anche qui, come in tutti i territori comunisti, la Chiesa iniziò ad essere duramente perseguitata e sul Vescovo Mindszenty si abbatté tutto l’odio delle autorità. Il 26 dicembre 1948 fu prelevato in episcopio dalla polizia e arrestato. Sottoposto a torture ed umiliazioni, fu picchiato per giorni e giorni, drogato e costretto ad ascoltare oscenità allo scopo di fargli confessare inesistenti reati commessi contro il regime. Si svolse un processo-farsa e l’anno successivo fu condannato all’ergastolo. Sfinito fisicamente, sottoscrisse l’accusa di cospirazione tesa a rovesciare il Governo, ma ebbe l’eroica lucidità di porre in calce la sigla C.F. (coactus feci, ovvero «firmai perché costretto»).

Le angherie perpetrate ai danni del Vescovo magiaro echeggiarono ampiamente nel mondo occidentale e fu un’eclatante prova della natura militante dell’ateismo sovietico e dell’oppressione esercitata sulla Chiesa.

Mindszenty subì il martirio di 22 anni di prigionia, intervallati dagli arresti domiciliari. Gli venne impedito di leggere testi sacri, di inginocchiarsi e le guardie ebbero l’ordine di interromperlo se iniziava a recitare preghiere. L’offerta del Sacrificio della Santa Messa, quando ebbe il permesso di celebrarla, divenna il punto cemntrale della giornata. Vi impiegava dalle due ore e mezo alle tre ore e mezzo:

«Meditavo, pregavo per i bisogni della Chiesa ungherese e per la Patria. Nelle mie preghiere includevo sempre il Papa, i cardinali, i vescovi, i sacerdoti, i malati, mia madre, mia sorella, i miei seminaristi che vivevano in mezzo alle tentazioni e alle tribolazioni, e poi i nemici. Le guardie, i carcerati, la patria, i profughi, le madri e i padri, la gioventù, la vita delle famiglie ungheresi. San Filippo Neri impiegava molto tempo nella celebrazione della messa e per questo preferiva celebrarla da solo»[2].

Con verità e amarezza registra tutto il sapore della solitudine:

«Un decennio prima della mia terza prigionia avevo scritto queste parole suill’amore materno: “sarai dimenticato dai tuoi superiori dopo averli serviti; dai tuoi dipendenti, allorché essi non percepiranno più il tuo potere; dai tuoi amici, quando verrai a trovarti in difficoltà… Solo tua madre ti attende davanti al portone della prigione. Nella profondità del carcere possiedi soltanto l’amore della madre. Solo lei scende con te laggiù. E sarai precipitato ancora più in basso del carcere, nell’abisso del penitenziario, della casa dei condannati a morte, solo lei non avrà paura di varcare quella soglia […]»[3].

Sopraffazioni, menzogne e atrocità bolsceviche ai danni di uomini di fede come il primate d’Ungheria, che nelle sue Memorie evidenzia con dolore cocente le connivenze dell’Occidente con l’Unione Sovietica e i compromessi a cui è arrivata la Santa Sede per salvaguardare la diplomazia e la prudenza politici internazionale. In quale che modo il Vescovo Mindszenty si ritiene un graziato da Dio:

«In prigione non esistono solo cose brutte. C’è anche del buono. La prigione salvaguarda da certi pericoli e da certe tentazioni. Nel caso mio mi ha evitato di dover prestar giuramento e di dover concludere un accordo con i carnefici del mio popolo, che avevano calpestato la Chiesa […]. Il tempo passato in prigione è propizio per l’esame di coscienza, il pentimento, l’introspezione e per elevare l’anima a Dio, in altre parole è un tempo di salvezza (Rom. 13, 11). Abbiamo difetti di cui nel trambusto della vita non avremmo mai preso coscienza. Quanti buoni propositi si fanno in quelle condizioni, che cominciano con le parole: “Mio Dio, se un giorno ritornerò libero…”. Anch’io ne ho fatti e ho promesso: “Mi dedicherò ai carcerati; andrò in Terra Santa”. »[4].

Si ammalò di tubercolosi a motivo del regime carcerario. Nel 1956, in Ungheria, si levò la ben nota insurrezione popolare, durante la quale il cardinale fu liberato dagli insorti. Tuttavia i carri armati sovietici ristabilirono il potere del Governo tirannico. Fu allora che trovò rifugio nell’ambasciata statunitense di Budapest, che divenne suo luogo di esilio. Non poté partecipare ai conclavi del 1958, quando venne eletto Giovanni XXIII, né del 1963, quando salì al soglio pontificio Paolo VI, Pontefici che non condannarono il comunismo, come pure il Concilio Vaticano II, nei cui documenti non c’è traccia alcuna di presa di pozione della Chiesa su questo fronte poiché a Metz, in Francia, il 13 agosto 1962 venne stipulato un accordo fra la Santa Sede e la Chiesa ortodossa russa in cui la Chiesa ortodossa accettò di inviare osservatori al Concilio in cambio della rinuncia del Vaticano di astenersi dal condannare il comunismo. Le trattative si svolsero fa il cardinale Tisserant e il metropolita Nikodim. La Santa Sede prese a percorrere la strada dell’Ostpolitik, chiudendo gli occhi sulle persecuzioni di quella che sarà definita la «Chiesa del silenzio» e di cui il fedele apostolo di Cristo József Mindszenty fu eroico simbolo.

Più persone lasciano testimonianza che egli venne confortato a Budapest dalla bilocazione di san Pio da Pietrelcina, il quale si recò, non muovendosi in corpo fisico dal suo convento, anche dal cardinale Stepinac, del quale il nostro collaboratore Arduinus Rex ha realizzato in questo numero di “Europa Cristiana” un profilo a tutto tondo, non omettendo la “scomodità” vaticana attuale al suo caso, e da alcune vittime comuniste in Polonia. Dal Vescovo ungherese in carcere vi andò più volte insieme alla mistica suor Rita dello Spirito Santo (al secolo Cristina Montella), nata a Cercola, in provincia di Napoli, il 3 aprile 1920 e morta in odore di santità a Santa Croce sull’Arno, in provincia di Pisa, il 26 novembre 1992:

«Di questo possono testimoniare suor Cherubina Fascia e padre Franco D’Anastasio, il passionista che raccoglierà molti dati su suor Rita Montella in un libro. […] Fu chiesto proprio da padre Franco a suor Rita:

“È vero che sei stata presente alla condanna del cardinale e cosa dicesti?

Fui presente e dissi che così sarebbero andati all’inferno. Uno rispose che non gli interessava dell’inferno.

Andavi vestita da suora?

No, vestivo come un signore della città.

Veniva con te il padre Pio dal cardinale?

Sì, spesso.

Dove prendevi gli arredi sacri per la celebrazione della messa?

Dalla sagrestia del monastero.

Che lingua si parlava?

Diverse lingue; ma questo non era un problema.

Portavi al cardinale anche altre cose?

A volte gli portavo il caffè. […]

Ma c’è di più: suor Cherubina Fascia, figlia spirituale di padre Pio, ma anche devota di suor Rita Montella e discepola di padre Teofilo dal Pozzo, poi Direttore spirituale di suor Rita, l’8 Dicembre 2000, riferirà di fronte ad alcuni membri dell’Associazione “Amici di Rita”:

Dal 1958 al 1963, io risiedevo non molto lontano dal Monastero di Santa Croce sull’Arno, precisamente a La Scala, frazione di San Miniato Basso (Pisa). Entrata in amicizia con la Badessa Matilde, da lei ottenni il racconto della bilocazione di Rita e Pio per fare celebrare la Messa al Cardinale Mindszenty in carcere.

Così posso riassumere quanto la badessa mi disse:

“Un giorno suor Rita venne nella mia camera e mi disse che padre Pio le aveva chiesto se andava insieme a lui dal Cardinale Mindszenty per portargli l’ “occorrente” per la celebrazione della Messa. Io le risposi: – Che, forse, hai bisogno del mio permesso!? – . Le chiesi però quando dovevo andare. Ella subito rispose: Domani sera.

Io allora le aggiunsi: Prendi quanto occorre e portalo in anticipo nella mia camera; quando sarà l’ora verrai a prendere tutto e poi andrai. Ciò ella eseguì puntualmente.

Nella mia cameretta, che chiusi a chiave, io mi tenevo in attesa pregando; ma il cuore mi batteva a cento all’ora. Ad un certo momento sentii bussare e dissi: Avanti!

Nonostante che la porta fosse chiusa a chiave, la suora entrò ugualmente. Si portò vicino al tavolo già preparato e prese tutto l’occorrente. Quando s’avviò per uscire.

Mentre andava via io ho cercato d’andargli dietro e guardarla, essendo rimasta aperta la porta della mia camera. Ad un certo momento ella mi è sparita davanti agli occhi.

Allora sono andata subito nella sua cella per verificare se vi fosse lì col corpo; la vedo a letto. Con un po’ di stupore mi sono diretta verso la mia camera che, inspiegabilmente ora trovai chiusa. La dovetti aprire con la chiave, così anche con la chiave la richiusi. Quindi mi tenni a pregare durante l’attesa del ritorno della suora.

Solo dopo tanto tempo ella arriva ripetendo la stessa scena della prima entrata. Ossia ella bussa, entra a porta chiusa e mette tutto al suo posto sul tavolino. Poi se ne va dandomi la buona notte.»[5].

Padre Teofilo, per verificare i viaggi di suor Rita nel carcere dove era detenuto il Vescovo, le chiese che, in una delle sue visite, pregasse il primate d’Ungheria di consegnarle un biglietto o una cartolina da inviare al Papa. Tutto si compì in breve tempo. Quando rivide suor Rita, padre Teofilo ebbe fra le mani una cartolina con l’immagine della Madonna con il Bambino Gesù. Nel retro stava scritto in latino un ringraziamento a Dio e una richiesta di benedizione a Pio XII. La missiva portava la data del 26 maggio 1949 e si leggeva:

«Deo gratias… me benedic. Additissimus filius Joseph Mindszenty. XXVI-V-MCMXLIX»[6].

Il Cardinale ungherese si oppose sempre e senza cedimenti, nonostante le pressioni politiche vaticane che troveranno il loro maggiore rappresentante nel cardinale Agostino Casaroli (1914-1998), che diverrà Segretario di Stato dal 1979 al 1990, ai compromessi e alle trattative fra la Chiesa e i governi comunisti. Egli fu ed è il testimone della persecuzione comunista ai danni della Chiesa; egli fu ed è, allo stesso tempo, un testimone dei tradimenti della Santa Sede nei confronti di prelati e clero che vennero abbandonati dalla Chiesa stessa. Giunse a scrivere una lettera di protesta indirizzata alla Segreteria di Stato della Santa Sede, a quel tempo presieduta da Jean-Marie Villot (1905-1979), dove denunciava la nomina di vescovi nei Paesi di dominio comunista influenzata dal gradimento o meno dei diversi regimi che ruotavano nell’orbita sovietica.

Mindszenty non temette di avere un vero e proprio scontro con Roma: lottò contro l’impostazione di una Santa Sede votata ai compromessi con i governi comunisti. Più volte incontrò il cardinale Casaroli, inoltre, per diversi anni rifiutò l’invito del Vaticano di trovare riparo a Roma. La posizione temeraria ed isolata del presule, fece sì che anche per gli americani divenisse una personalità scomoda e, dopo molte trattative, nel 1971, con l’intervento del Presidente degli Stati Uniti Nixon, si allontanò dall’ambasciata statunitense per raggiunse la Santa Sede. Ma le sue sofferenze non si placarono a motivo di una continua ostilità di Roma nei suoi confronti.

Scelse di risiedere a Vienna, nel collegio Pázmány, antica istituzione ungherese. In questo periodo realizzò numerosi e benefici viaggi per raggiungere le diverse comunità ungheresi sparse nel mondo per far sentire la sua vicinanza di Pastore e per descrivere l’orribile realtà del comunismo. Ma il regime di Budapest ottenne dal Vaticano il suo silenzio. La norma che prevedeva che i vescovi lasciassero l’incarico a 75 anni non fu applicata nel suo caso, finché il 1º novembre 1973, quando il cardinale aveva ormai superato gli 81 anni, papa Paolo VI chiese le sue dimissioni dalla cattedra primaziale di Esztergom. Il cardinale oppose un rispettoso, ma netto rifiuto. Il 18 novembre dello stesso anno, il Pontefice lo sollevò dall’incarico, nominando un amministratore apostolico.

«Chiesa del silenzio» è stata definita la sposa di Cristo, che ha visto su di sé i segni della prepotenza, dell’aggressione, dell’efferatezza. Vittima innocente, il cui sangue versato non ha ancora trovato la sua giustizia nell’opinione pubblica, subissata dall’olocauso degli ebrei, ma che non conosce quello della cristianità dello stesso secolo.

Il 6 maggio 1975 Mindszenty morì a Vienna; nel 1991 le sue spoglie vennero solennemente trasportate da Mariazell a Esztergom, per essere tumulate nella cripta della cattedrale di Nostra Signora e di sant’Adalberto. Il suo amore per Cristo e la Chiesa furono un tutt’uno con l’amore per il suo popolo, e per essi patì indicibili dolori e per essi si sacrificò: in lui si rispecchia la santità di santo Stefano d’Ungheria.

L’iconografia pittorica, scultorea o filatelica lo rappresenta nell’intensa preghiera: occhi aperti e sofferenti, mani strette in preghiera sotto il mento a raffigurare la consapevolezza della realtà terrena e divina.

 

 

 

[1] J. Mindszenty, Memorie, Rusconi Editore, Milano 1975, p. 6

[2] Ivi, p. 277.

[3] Ivi, pp. 293-294.

[4] Ivi, p. 277.

[5] C. Siccardi, La “bambina” di Padre Pio. Rita Montella, Città Ideale, Prato 2003, pp. 46-48.

[6] Ivi, p. 49.

 

 

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