In risposta a Lilli Gruber…

di Carla D’Agostino Ungaretti

Il 9.8.2018, un lettore di “7” del CORRIERE DELLA SERA chiedeva a Lilli Gruber la sua opinione in merito alla posizione delle donne nella Chiesa cattolica, ritenendo che un maggiore coinvolgimento “contribuirebbe a un progresso nella fede e nella società”. L’illustre giornalista rispondeva affermando: “La Chiesa cattolica è un’istituzione internazionale in un mondo globalizzato, dove la cultura patriarcale e maschilista viene giustamente considerata arcaica. Urge perciò un cambiamento”, con particolare riferimento al sacerdozio femminile.

Dico subito che io, cattolica “bambina”, non sono d’accordo né con il lettore, né con la signora Gruber, perciò vorrei confutare questa opinione che oggigiorno, peraltro, è condivisa da molti, anche cattolici.  E’ vero che la Chiesa cattolica è un’istituzione internazionale che non opera solo nel mondo spirituale, ma anche in quello terreno e materiale nel quale viviamo tutti, ma essa non appartiene a questo “mondo”. Essa appartiene a Gesù Cristo e fu Gesù Cristo a dire “Io sono la Via, la Verità e la Vita”. Questa sua affermazione fu avvalorata, sancita e resa inconfutabile dalla Resurrezione (evento inaudito nella storia umana e accettabile solo per fede) che, per coloro che credono, ha posto il definitivo sigillo della veridicità sulle innumerevoli cose che Gesù ha detto e fatto nella sua pur breve vita (Gv 21, 25). Allora, i credenti devono accettare che le donne siano escluse dal sacerdozio per i motivi riconosciuti e citati dalla stessa giornalista: Gesù ha voluto riservare il Sacramento dell’Ordine (cioè la capacità di “sacrum facere”) ai suoi 12 Apostoli, tutti uomini, che a loro volta, lo hanno trasmesso ad altri uomini. Del resto sono diversi i dogmi cristiani (e, in particolare, cattolici) che sfuggono alla comprensione umana e sono difficilmente accettabili a livello meramente razionale: per esempio il Dio Trinitario, rivelato da Gesù Cristo, è drasticamente rifiutato dalle altre due religioni monoteistiche, l’Ebraismo e l’Islamismo, perché in esso vedono (sbagliando) l’ombra del politeismo.

Ma io sostengo che chi non crede nella Resurrezione del Cristo – ovvero, come è di moda dire ora, è “diversamente credente” – non dovrebbe lasciarsi coinvolgere in questo tipo di discussione, perché essa non lo riguarda. Perché infatti l’ateo (che nega Dio) o l’agnostico (che ne dubita) o, sia pure in minor misura, l’Ebreo e il Musulmano, invocano il sacerdozio cristiano per le donne se questa (diciamo) “investitura” per loro non ha alcun significato? Mi vien da pensare che lo facciano solo per adeguarsi alla “political correctness”, nefasto prodotto della globalizzazione che, strizzando l’occhio ai moderni movimenti femministi, mira all’adeguamento mondiale del pensiero, della prassi, delle leggi all’ideologia unica dominante e non certo per motivazioni teologiche derivanti da un serio e approfondito studio della Rivelazione cristiana, di cui essi non sanno nulla, ma solo in ossequio all’aberrante ideologia corrente che nega qualsiasi differenza tra l’uomo e la donna. In parole povere, per quella spasmodica sete di potere che, equiparando in toto le donne agli uomini, spera di arrivare quanto prima alla cancellazione dei sessi.

Allora questa istanza, secondo me, non merita né stima né considerazione, proprio perché – come dicevo poc’anzi – la Chiesa cattolica non appartiene al Papa, né agli uomini, né ai governi, né alle multinazionali, né ai movimenti di pensiero, ma solo a Cristo, morto e risorto per la nostra salvezza, la cui Parola, a differenza del cielo e della terra, “non passerà”, non diventerà mai “arcaica”, perché è eterna.

Si obietta che le chiese protestanti hanno rifiutato questa interpretazione del Vangelo e hanno ammesso le donne non solo al sacerdozio, ma addirittura all’Episcopato. Premesso che, contrariamente a quanto pensa il lettore di “7”, il sacerdozio femminile – nei paesi in cui è stato accettato, come quelli di lingua inglese e tedesca e quelli scandinavi – non ha giovato affatto al progresso della fede, data l’infima percentuale dei cristiani praticanti, il confronto non è pertinente e denota ignoranza sulla vera natura della Chiesa. Essa è Una, Santa, Cattolica, Apostolica perché così l’ha voluta Gesù Cristo edificandola su Pietro e assicurandogli che tutto ciò che sarebbe stato legato o sciolto sulla terra, sarebbe stato legato o sciolto nei cieli (Mt 16, 18 – 19).

Invece le “aggregazioni ecclesiali” nate dalla Riforma nel XVI secolo hanno rifiutato l’interpretazione unitaria della Parola di Dio concessa da Gesù a Simon Pietro e ai suoi successori per attribuirla all’interpretazione individuale dei singoli credenti. Hanno rifiutato l’investitura di Vicario di Cristo attribuita al Pontefice romano, successore di Pietro, per attribuire l’Autorità religiosa ai “Principi”, cioè ai governanti secolari secondo Lutero, o addirittura al Re d’Inghilterra, secondo Enrico VIII, re adultero e libertino e perciò riformatore non per ispirazione divina, ma solo per soddisfare comodamente la sua libidine.

In queste cosiddette “chiese”, i cosiddetti “pastori” non ricevono il Sacramento dell’Ordine – che conferisce loro la Grazia Santificante e, attraverso il voto liberamente scelto del celibato, li impegna al servizio esclusivo di Dio e del gregge ad essi affidato – ma solo una sorta di funzione civile e di consulenza spirituale che in un certo senso li equipara ai pubblici impiegati.

Allora io penso che coloro che non accettano in toto la Resurrezione di Cristo e tutto ciò che da essa discende, come l’eterno valore della Sua Parola, farebbero bene a non occuparsi di problemi che la loro “forma mentis” impedisce di accettare e di comprendere, e di rivolgere quindi i loro polemici interessi ad altri problemi.

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1 commento su “La donna nella Chiesa e i teologi (o le teologhe) improvvisati”

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