I Falletti nella storia
Tra il 1200 e il 1400 il nome «Falletto», ispirato a un’antica casata piemontese, fu in Europa sinonimo di «lombardo» vale a dire di banchiere. Non è difficile spiegarne il motivo: la famiglia dei Falletti costituì, sin dai secoli centrali del Medioevo, una tra le più ricche società bancarie, non solo del Piemonte ma d’Europa, con attività e relazioni ramificate e intense al punto che i contemporanei poterono considerare i Falletti i banchieri per eccellenza. Non conosciamo l’elenco completo delle sedi in cui i Falletti esercitarono l’attività mercantile e di cambio ma è certo che essi ebbero un’incisiva presenza, oltre che in Asti, Alba, Bra, Chieri, Pinerolo e Savoia, anche in Francia (in particolare in Provenza e Borgogna) e in Belgio. Anche in quest’ultima regione la «Societas Faletorum» doveva essere molto nota e affermata per le sue attività sia bancarie di usurarie, al punto che uno statuto fiammingo proibiva, già nel tredicesimo secolo, «come ingiurioso di chiamare alcuno Falletto». Sulle origini della famiglia gli storici hanno espresso opinioni non sempre omogenee. Alcuni ritengono che le più antiche memorie si incontrino in Asti, altri in Pinerolo; quasi tutti però concordano almeno sul fatto che essa derivi dal grande lignaggio anscarico, di modo che i Falletti riconoscono quale loro capostipite Anscario, marchese d’Italia Neustria, di cui si hanno attestazioni documentali tra l’879 e l’899 avanti il Mille.
Per quanto riguarda l’antichissimo insediamento sia in Asti sia in Pinerolo è opportuno dire che non vi è alcun dubbio sul fatto che i Falletti astigiani e quelli pinerolesi derivassero da uno stipite comune, ma è altrettanto chiaro che, già agli albori del secolo dodicesimo, essi erano tra loro ben distinti e separati.
L’influenza della casata, che secondo alcuni, andava nel Medioevo del pari con le principali case sovrane, fu per lungo tempo tale da consentirle di partecipare da protagonista ai grandi avvenimenti politici e, in qualche caso, anche di condizionarli. Autorevoli storici non esitano nell’affermare che i Falletti furono tra i principali, se non addirittura i principali in assoluto, artefici della caduta degli Angioini in Piemonte.
Tra il Duecento e la prima metà del Trecento si formano parecchi rami della famiglia che, come di consueto, si distinguevano tra loro per i differenti possessi feudali. Hanno origine in questo periodo i Falletti signori – poi marchesi – di Barolo e le diramazioni dei signori di Villanova, di Ruffia, di Pocapaglia, di Vottignasco, di Villafalletto, di Racconigi e altre ancora: ognuna di loro era in possesso di uno o più castelli, torri e caseforti, ora derivanti da remoti possessi ereditari, ora ottenuti a titolo di restituzione di prestiti da parte di altri feudatari o di enti monastici che non erano in condizione di onorare i propri debiti o preferivano farlo cedendo in cambio i beni dati in pegno.
Non raramente alcuni tra i rami ancestrali dei Falletti che più a lungo di altri continuarono a svolgere anche attività feneratizie subirono censure ecclesiastiche o condanne e riprovazioni di vario genere a causa dei loro maneggi finanziari e mercantili, sicché, nel 1366, Antonino, signore di Villafalletto, fu scomunicato con i propri fratelli «per l’asprezza delle usure» e citato, nel corso di una Messa solenne nel duomo di Torino, a comparire in Avignone per fare ammenda dei suoi errori. Per Antonino – che pur era reso forte anche dalle parentele dirette e indirette con diverse case sovrane delle regioni subalpina e lombarda e da una fitta rete di alleanze, interessi e solidarietà – la scomunica ebbe probabilmente conseguenze di una certa gravità.

Col passare dei decenni i diversi rami dei Falletti, cui progressivamente facevano capo patrimoni feudali e fondiari sempre più considerevoli, si allontanarono dalle attività casaniere.
Nel Seicento fece molto parlare di sé Carlo Lodovico Falletti di Barolo (1634-1705) protagonista, nel decennio compreso tra il 1660 e il 1670, di una lunga lite contro gli esponenti di altri rami della famiglia per motivi legati alla parcellizzata giurisdizione feudale su La Morra. Nel corso della controversia, durante la quale si registrarono anche episodi di violenza, Carlo Lodovico era giunto al punto di assoldare centinaia di armati, creando seri problemi al governo centrale sabaudo, che fu costretto a intervenire manu militari, inviando un forte contingente di truppe.
Degni di memoria per più apprezzabili motivi furono alcuni dei figli di Carlo Lodovico, come Antonio (1671-1760), padre gesuita, che è ricordato quale studioso poliedrico e originale: fu professore di filosofia nel Collegio dei nobili di Torino, ma si dilettò anche nello studio dell’architettura (disegnò il collegio dei gesuiti di Mondovì) e della matematica. Diversa strada seguì Pietro, il quale, ufficiale nel reggimento Piemonte Reale, morì diciottenne nel 1690 nella battaglia di Staffarda. Giambattista (1674-1754), tenente colonnello di cavalleria, fu governatore del
principe Eugenio (figlio di Emanuele di Savoia-Soissons) e Primo gentiluomo di corte; Paolo (1675-1748) fu arcivescovo di Cagliari; Teodoro e Giuseppe furono entrambi generali. Girolamo si illustrò ancor più dei suoi fratelli, divenendo viceré di Sardegna. Toccò a lui il compito di continuare il proprio ramo della famiglia, cosa che fece sposandosi nel 1695 con Matilde Provana di Druent, unica erede di una grande branca della stirpe provanesca e del suo ingente patrimonio fondiario e feudale. Madre tre figli, morì suicida a Torino all’età di 26 anni gettandosi, il 25 febbraio del 1701 (secondo alcune fonti 24 febbraio 1700), da una finestra del palazzo paterno, oggi Falletti di Barolo o, secondo altre fonti, da un altro palazzo abitato dai Provana di Druent in piazza San Carlo. Difficile fare luce sulle cause del suicidio. Si parlò di un raptus improvviso ma qualcuno vide nel gesto disperato il riflesso del dramma interiore di Matilde, che assisteva in quel periodo ad una lite giudiziaria senza esclusione di colpi tra il proprio padre e il proprio marito. Quest’ultimo, alla morte del suocero entrò in possesso della fortuna dei Provana di Druent e, unendola alla propria, costituì uno dei più imponenti patrimoni piemontesi e dell’Italia Settentrionale in generale. Si dice che egli volesse fondare nuovi rami della casata, ma dei suoi tre figli due non ebbero discendenza. Non ne ebbe Giambattista (1697-1776), che aveva sposato Giuseppa Falletti, duchessa di Cannalunga (appartenente a un ramo trasferitosi verso la metà del Cinquecento nell’Italia meridionale, del quale era l’ultima rappresentante ed erede universale del vasto patrimonio, purché sposasse un rappresentante dei Falletti piemontesi) e Giacinto (1698-1744), tenente colonnello nel reggimento provinciale di Aosta, che morì gettandosi valorosamente all’assalto delle trincee di Villafranca di Nizza durante la guerra di successione austriaca. Solo Carlo Girolamo ebbe eredi: tre maschi nati dal matrimonio con Marie Josephine de Wilcardel, dei quali uno solo era destinato a raggiungere l’età adulta, Ottavio. Questo, dal matrimonio con Marie Esther Paolina d’Oncieux, ebbe un solo figlio, Carlo Tancredi, che fu l’ultimo rappresentante dei marchesi di Barolo, la cui fama superò – e per nobilissime ragioni – quella di ognuno dei propri, pur grandi, predecessori. In apertura di una sua biografia pubblicata nel 1941 Domenico Massé ne delinea il profilo in questi termini:
«Il 4 settembre 1938, ricorse il primo centenario della morte di quest’uomo a cui la storia deve ancora fare giustizia. Poiché egli, non soltanto ebbe una parte assai maggiore di quella che comunemente si crede nella vasta opera di beneficenza, per cui è giustamente celebre la Marchesa Barolo sua consorte; ma gli spetta anche personalmente, tra l’altro, un triplice titolo di precursore in campo pedagogico; in primo luogo come ideatore e fondatore del primo asilo infantile in Italia (priorità di tempo e superiorità di concezione); in secondo luogo, per aver precorso i tempi nell’accostare alla Scuola l’importante problema dell’orientamento professionale, e finalmente per aver anticipato, nella stessa Scuola, il nuovo metodo dello studio geografico appoggiato alle letture illustrative. Non contando il merito di aver dato il primissimo inizio all’antica Scuola Tecnica, che doveva preparare la classe media industriale, commerciale e artigiana alle libertà civili e politiche del 1848. La ricorrenza centenaria, rimasta ignota ai più, fu molto modestamente commemorata dal Municipio di Torino, che molto a lui deve, e dall’Opera Pia Barolo, che ha raccolto l’eredità materiale e spirituale sua e della sua celebre consorte».

Arma Falletti di Barolo presente sopra il portone del Palazzo omonimo, via delle Orfane 7/A, Torino
Giulia e Tancredi
Ovviamente il Massé si riferisce a Giulia di Barolo, appartenente alla famiglia vandeana dei Colbert de Maulévrier, che aveva conosciuto il futuro marito a Parigi, alla corte di Napoleone dove erano stati condotti, volenti o no, parecchi giovani rappresentanti di illustri e influenti famiglie dei paesi assaliti e conquistati, dei quali il dittatore corso sperava di contornarsi a lungo termine. I due sposi non potevano avere figli e Torino, alla quale Giulia si legò indissolubilmente, divenne il centro di vaste e lungimiranti opere di carità, beneficenza, promozione sociale. Tancredi offrì alla moglie gli stimoli, i propositi e i mezzi indispensabili per mettere in atto un grandioso programma di articolate iniziative a favore delle classi sociali più deboli. Anche dopo la morte del marito ella non si diede per vinta e continuò con sempre maggiore impegno e vigore a operare per l’attuazione di un progetto cui dedicò tutte le proprie forze e l’immenso patrimonio dei Falletti di Barolo lasciatole da Tancredi.

Luigi Bernero, ritratto di Giulia Colbert Falletti di Barolo, 1811, pastello su carta, 27 x 20,5 cm, Opera Barolo, Palazzo Falletti di Barolo, Torino
Nel 1818 Giulia iniziò un apostolato sistematico nelle carceri femminili; due anni dopo inoltrò al Ministero degli Interni la richiesta di aprire una scuola per ragazze povere nel quartiere Borgo Dora (e la scuola fu poi realizzata a sue spese); l’anno seguente presentò al governo una relazione sulla situazione delle carceri, avanzando proposte di riforma che verranno parzialmente poste in pratica. Nel 1823 fondò la casa detta «Rifugio», destinata al recupero e alla riabilitazione delle carcerate che manifestassero il desiderio di ritornare a una vita normale. Nel 1825 i Barolo aprirono nel loro palazzo di Torino una «sala d’asilo» per i figli dei poveri, che giunse a ospitare oltre duecento bambini. A questa ne seguirono altre, sempre per loro iniziativa e ispirazione. Nel 1833 la marchesa trasmise al governo una nuova relazione sulle carceri, presentando il proprio metodo di recupero e formativo, fondato su istruzione, lavoro, educazione religiosa. Nello stesso anno fondò l’istituto oggi denominato Figlie di Gesù Buon Pastore. Nel 1834 Tancredi e Giulia fondarono, con l’approvazione dell’Arcivescovo di Torino Monsignor Luigi Fransoni, l’Istituto delle Suore di Sant’Anna della Provvidenza, destinato a divenire uno degli strumenti più efficaci e durevoli anche oggi per lo sviluppo dei loro progetti educativi a beneficio dell’infanzia e dei ceti disagiati.
Nel 1838 fece sopraelevare il carcere delle forzate, onde consentire alle suore di San Giuseppe, impegnate nel programma di formazione e di riabilitazione, di risiedervi stabilmente. Nel 1843 diede il via all’opera delle «Maddalenine»: nella casa attigua al monastero delle Maddalene vennero ospitate gratuitamente, istruite e educate quaranta ragazze che vivevano in ambienti e contesti considerati «a rischio». Nel 1845 fondò l’ospedaletto di Santa Filomena, per ospitare bambine disabili. A esso, dodici anni più tardi, affiancherà un laboratorio per bambine ragazze povere dai 10 ai 18 anni). Nel 1846 fece costruire presso il monastero di Sant’Anna una casa per ospitarvi trenta orfane che verranno chiamate le «Giuliette». Dal 1846 costituì nel suo palazzo tre «Famiglie di operaie», vale a dire tre gruppi di ragazze alle quali la marchesa offriva ospitalità, impegnandosi a trovare loro un lavoro presso artigiani e commercianti, che incoraggiava talora ad assumerle, contribuendo silenziosamente in prima persona, alle iniziali retribuzioni; negli anni seguenti fondò asili e istituti sia in varie località piemontesi sia al di fuori del Regno di Sardegna. Molte delle sue fondazioni sono ancor oggi attive, coordinate dall’Opera Pia Barolo che fu destinataria dell’enorme insieme di istituzioni e beni dei Falletti.

Interno del Palazzo Falletti di Barolo con scalone a forbice. L’edificio fu progettato a partire dal 1692 dall’architetto Gian Francesco Baroncelli, mentre la decorazione su disegno è di Benedetto Alfieri, in stile rococò
Tancredi, l’ultimo marchese di Barolo
Quando, nella tarda estate del 1838, Carlo Tancredi Falletti di Barolo morì, ultimo maschio del suo ramo (mentre la casata continuava a fiorire attraverso la linea, non meno illustre, dei conti di Villafalletto) ancora non vi era, a Torino come altrove, l’usanza di affidare la trasmissione della memoria dei cittadini più meritevoli alla toponomastica urbana. La consuetudine di farlo si affermò nei decenni successivi ed era già consolidata allorché si spense anche Giulia, al principio del 1864. Quasi subito la città celebrò questa grande donna, amata dai Torinesi (e talora persino venerata dai meno abbienti) dedicandole la via che tuttora ne porta il nome. Forse solo il fatto che già una strada cittadina ricordasse il nome dei Falletti ha ritardato una dedicazione anche al marchese Tancredi, nonostante fosse da più parti ritenuta imperativa. La decisione di intitolargli un angolo di Torino fu finalmente presa, per quanto tardiva, nel marzo 2014 dalla Commissione comunale per la Toponomastica, allora presieduta da Giovanni Maria Ferraris. Quell’“angolo” è lo spazio antistante all’ingresso principale del Cimitero Monumentale, prima anonimo, ora Piazzale Carlo Tancredi Falletti di Barolo. Il luogo, a prima vista non corrispondente ai meriti dell’intitolatario, non poteva in realtà essere più indicato: proprio Tancredi donò nel 1828 alla Città, affinché potesse realizzare un nuovo camposanto (ancora perduranti le ristrettezze economiche seguite ai ladrocini rivoluzionari e napoleonici) l’imponente capitale di trecentomila Lire, riservando a sé e alla moglie, vita natural durante, solo l’interesse minimo all’epoca corrente su di esso. Riuscire a realizzare un grande cimitero suburbano era divenuto irrinunciabile. Sin dalla prima metà del ‘700, molti decenni prima del tanto decantato, ma tutt’altro che originale editto napoleonico di Saint-Cloud, Re Carlo Emanuele III e l’Arcivescovo di Torino avevano vietato l’inumazione nelle chiese e ordinato che si realizzassero cimiteri fuori dalla cinta urbana, con lenti ma progressivamente buoni e tangibili risultati. Ciò nonostante, negli anni Venti dell’800 i cimiteri realizzati si trovavano ormai a essere inglobati nella città, nuovamente in espansione, o comunque erano malsani e, potenzialmente, pericolosi per la salute pubblica.

Luigi Bernero, Ritratto del marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo in divisa da ufficiale napoleonico, 1811, pastello su carta, 25,6 x20,5 cm, Opera Barolo, Palazzo Falletti di Barolo, Torino
Il merito di Tancredi è certamente grande e forse il suo intervento è stato utile per fare sorgere il camposanto, ottenendo il beneplacito del sovrano, «sui piani incantevoli – come scrisse Giuseppe Regaldi – dell’antico Parco» regio. Tuttavia, se si ricercassero altri validi motivi in base ai quali il suo ricordo era dovuto, non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta. Tralasciando in blocco le attività di studioso, accademico, letterato, pedagogo, con riconoscimenti nazionali e internazionali, si devono a lui, che fu anche decurione (consigliere comunale) e sindaco di Torino, almeno “in quota parte” tutte le vaste opere di carità e di beneficenza realizzate dalla moglie. Oltre a quanto già ricordato parlando di Giulia, si possono enumerare, a titolo esemplificativo, non poche altre sue “imprese”. Sin dal 1830 mise a disposizione della Cassa di Risparmio di Torino, appena fondata, ingenti somme «per la costituzione di doti a fanciulle nubili»; nel 1831 donò la villa “del Casino” di Druento al convitto delle Dame del Sacro Cuore di Torino, affinché divenisse soggiorno estivo delle educande. Per la sua sensibilità e concretezza il Re lo volle nel 1829 direttore dell’opera della “Mendicità istruita”. Quale pubblico funzionario, quindi, e quale privato promosse, profondendo a questo scopo vaste porzioni dell’immenso patrimonio familiare, che i Falletti avevano accumulato nell’arco di molti secoli, l’istituzione di scuole professionali in Piemonte, delle quali si è riferito poco sopra attraverso la testimonianza di Domenico Massé. Durante l’epidemia di colera del 1835 contribuì con diretta opera e generose elargizioni all’assistenza dei malati. Infine, sarebbe difficile non associarlo a tutti i meriti della moglie che, in ogni modo possibile, sostenne e incoraggiò.

Interno della chiesa neogotica di Santa Giulia, dove si trovano le sepolture dei coniugi Giulia Colbert e Carlo Tancredi, marchesi Falletti di Barolo, piazza Santa Giulia, Torino
La prima coppia di sposi torinesi sugli altari
I marchesi di Barolo sono sempre stati considerati dai torinesi e dai piemontesi, per le loro realizzazioni e il loro stile di vita dei santi. Con ragione la Chiesa li ha dichiarati entrambi Venerabili Servi di Dio: Giulia il 5 maggio 2015, Tancredi il 21 dicembre 2018. Oggi sono al centro di due distinti processi di beatificazione. I loro corpi riposano insieme, nella chiesa torinese dedicata a Santa Giulia di Corsica, la cui costruzione fu finanziata dalla marchesa stessa.


Scultura in bronzo dedicata alla venerabile Giulia di Barolo, inaugurata nel gennaio 2026, primo monumento a Torino dedicato a una figura femminile. Realizzata dallo scultore Gabriele Garbolino Rù, l’opera raffigura la marchesa mentre stringe a sé una donna detenuta, simbolo della sua immensa carità evangelica, angolo di Palazzo Falletti di Barolo
