
Prospetto 1924 della dimora dei Romagnano, via dei Mercanti 9, Torino, Mario Gabinio (1871-1938), stampa al citrato
La sera del 6 giugno 1453, verso le 8, Ludovico di Romagnano, vescovo di Torino, fu raggiunto in Duomo e chiamato a gran voce dal prete Bartolomeo Coccono. Occorreva raggiungere di gran fretta la chiesa di San Silvestro, di fronte alla quale stava accadendo qualcosa di stupefacente.
La data, ancora oggi ben ricordata da molti torinesi, consente di intuire immediatamente quale eccezionale avvenimento si stesse svolgendo. Il pastore della Chiesa torinese stava, infatti, per trovarsi di fronte all’evento destinato a passare alla storia sotto il nome di “Miracolo del Ss. Sacramento” o “Miracolo eucaristico”.
Anche se i fatti sono molto noti merita ricordarli.
Agli inizi del giugno 1453 alcuni mercanti, in viaggio dal Delfinato alla volta di Torino, fecero tappa, come era usuale per i viandanti, a Exilles, un paese anticamente posseduto dai marchesi di Susa, che nel 1030 lo donarono agli abati segusini di San Giusto. Da questi ultimi passò poi, non senza contestazioni da parte dei discendenti dei marchesi o aventi da essi diritti successori, ai Delfini di Vienne che, più avanti nel tempo, in procinto di estinguersi, lasciarono il proprio Stato, il Delfinato che ancora includeva Exilles, ai Re di Francia con l’obbligo che i loro primogeniti ed eredi al trono portassero, senza soluzione di continuità, il titolo di Delfino.
Exilles e gli esigliesi furono perciò frequentemente coinvolti nelle contese, prima tra i Savoia e i Delfini, poi tra i Savoia e i Re di Francia. Anche nel giugno 1453 Exilles fu teatro di scontri tra milizie francesi e savoiarde. Prevalendo queste ultime, misero a sacco come ordinariamente accadeva in guerra, il paese. Neanche la chiesa parrocchiale fu risparmiata; quanto meno fu sottratta dal tabernacolo una preziosa pisside contenente le ostie consacrate. Non è del tutto assodato se il vaso sacro in cui era conservato il Corpus Domini sia stato preso nel corso del saccheggio dai soldati, che poi lo vendettero ai mercanti diretti a Torino, o se, viceversa, secondo quanto riferiscono diverse fonti, fu direttamente trafugato da uno di loro: vale a dire quello che lo aveva nascosto tra le mercanzie trasportate su un animale da soma, si narra un asino che, non appena superata la Porta Segusina (Porta Susa), si bloccò di fronte alla chiesa di San Silvestro senza che ci fosse modo di fargli riprendere il cammino. Subito dopo, si tramanda, uscì dal bagaglio il calice rubato, librandosi inesplicabilmente nell’aria e da esso si sollevò, riferiscono numerosissimi testimoni oculari, diversi dei quali anche con testimonianze giurate e atti notori, un’ostia raggiante di luce.

Parrocchiale di San Pietro Apostolo, XI secolo, Exilles, diocesi di Susa
All’arrivo del vescovo Romagnano, mentre affluiva da ogni parte una grande folla, il calice cadde a terra, mentre l’ostia restava sollevata a mezz’aria, rientrando nella pisside che il vescovo le tendeva soltanto dopo alcuni minuti di corali preghiere e di adorazione degli astanti.
La notizia di un miracolo, che aveva avuto tanti testimoni pronti a testimoniare ciò che avevano visto con i propri occhi e che perciò non poteva essere frutto di suggestioni o fantasie, corse per tutta la Cristianità (al punto che da quei giorni Torino venne a lungo chiamata la “Città del Ss. Sacramento”) mentre il nome di Ludovico Romagnano fu sulla bocca di tutti. Egli, del resto, era già molto noto, perché da quando era divenuto vescovo di Torino, nel 1438, aveva governato la diocesi in situazioni particolarmente difficili.



Epigrafe latina sul luogo del miracolo eucaristico, Basilica del Corpus Domini, Torino
Durante il proprio mandato si era registrato il fallimento dello Scisma d’Occidente cui egli aveva aderito, seguendo l’antipapa Felice V (Amedeo VIII di Savoia) al servizio del quale esercitò importanti ruoli politici e diplomatici. Si dovettero a lui molte conversioni alla fede cattolica: nel 1448 aveva dovuto affrontare – e dapprima reprimere – i valdesi che, nelle valli in cui costituivano una presenza numericamente predominante, mal tolleravano la presenza dei cattolici, non esitando a porre in atto violenze e soprusi contro di loro, giungendo al punto di uccidere il parroco di Angrogna[1], ferire gravemente quello di Fenile[2] e aggredire quello di Campiglione (che però riuscì a fuggire e a chiedere aiuto a Torino). Le violenze citate sono semplici esempi di persistenti angherie e danni subiti dai cattolici e dalle loro chiese nelle valli (o nella limitrofa valle di Susa dove, più avanti nel tempo la stessa abbazia di Oulx fu danneggiata e persino data alle fiamme). Angherie che a molti possono apparire alquanto stupefacenti, se si considera che la vulgata dominante è, al riguardo, assai reticente, enfatizzando nel quadro di conflitti religiosi, essenzialmente quelle dei cattolici verso i valdesi, circa le quali esiste una bibliografia letteralmente vastissima (spesso promossa e finanziata nel corso dei secoli dall’Europa protestante) che si snoda anche attraverso testi antichi riccamente illustrati e graficamente molto pregevoli, sino a trasformarli in tasselli irrinunciabili in seno alle biblioteche più sensibili alla storia locale piemontese.
Particolarmente attiva nella propaganda fu, dopo lo scisma del 1534, l’Inghilterra: più i Cattolici vi venivano perseguitati[3] e più si assisteva a una vera e propria fittissima campagna editoriale a favore dei protestanti rivolta specialmente agli Stati sabaudi, che quasi si configurava come una risposta a priori a critiche e attacchi, attraverso la quale l’oppressione dei Valdesi veniva amplificata quasi a fare da contraltare a quelle contro i cattolici nel mondo anglosassone, anche attraverso plateali invenzioni e menzogne, che ebbero tra i primi portavoce e capofila il pastore Jean Léger, vale a dire il «bugiardo Léger» (come lo definì, fondatamente e senza mezzi termini, tra altri, Antonio Manno, uno storico non solo informatissimo e documentato, ma anche notoriamente moderato, obiettivo ed equidistante) con riferimento alla sua celebre, diffusa e – solo presuntamente – autorevole, Histoire générale des églises évangéliques […], pubblicata nell’Olanda riformata, a Leida e caratterizzata, visti gli scopi di proselitismo e platealmente propagandistici, da una tiratura senza dubbio particolarmente ampia, sia per l’epoca, sia per la tipologia dell’opera, corredata da 29 pregevoli incisioni raffiguranti impressionanti scene di pretese torture subite dai Valdesi nel XVII secolo nelle Valli Alpine del Piemonte in cui erano predominanti[4].
Dopo le repressioni il vescovo Ludovico riuscì a ottenere molte conversioni – si narra oltre duemila -, visitando personalmente, dopo l’infruttuoso intervento di un inquisitore, la Val Pellice e quelle di Angrogna e Luserna, congiuntamente al comprensorio di Fenile. Fu per lui un grande successo personale anche se è lecito chiedersi, dato che dopo la sua partenza non mancarono ritrattazioni, quante conversioni furono spontanee, quante opportunistiche o imposte (le fonti e le interpretazioni al riguardo non sono univoche).
Per tutta la durata del proprio mandato promosse in ogni modo la diffusione dei luoghi di culto dando corso, spesso con denaro proprio, alla costruzione di chiese e cappelle dotandole di nuovi arredi liturgici. Riuscì a imporre in un contesto complesso l’autorità vescovile. Intorno al 1440 volle fondare il Collegio dei Fanciulli Innocenti (vale a dire dei Fanciulli Cantori), che formò per oltre quattro secoli cantori e musici parecchi dei quali di grande fama. Il panegirista Franceschino di Voghera narra che furono da lui fondate anche case per i poveri.
Nella Torino quattrocentesca il casato dei Romagnano (a sinistra, il loro stemma) era annoverato tra i principali, esprimendo esponenti di spicco in tutti i campi. Ludovico, tra l’altro, non era stato il primo vescovo di Torino appartenente alla famiglia. Egli era, infatti, succeduto allo zio paterno, il vescovo Aimone, che, dopo essere stato canonico di Oulx e preposito del Moncenisio, aveva retto la diocesi dal 1411 al 1438.
Tra il Trecento e il Cinquecento la famiglia diede al duomo di Torino dodici canonici, personaggi che rivestivano in ambito locale un ruolo di notevole rilievo. Tra questi sono da ricordare Antonio (XV secolo) che detenne, oltre a molte altre, la carica di rettore dell’Università e del quale si conserva una splendida Bibbia pergamenacea in caratteri gotici e illuminata con piccole miniature – e, in particolare, Amedeo che ebbe innumerevoli cariche, ruoli e benefici in campo ecclesiastico, sino a divenire vescovo di Mondovì. Egli visse in modo assai movimentato e poté curarsi piuttosto marginalmente delle abbazie a lui sottoposte e della stessa diocesi monregalese: fu ambasciatore del Duca Filiberto I al doge di Venezia (1481), presidente della Bressa che all’epoca era parte integrante dei vasti Stati sabaudi al di là delle Alpi, poi, Gran Cancelliere di Savoia (1495), rivestendo quindi la principale carica dello Stato. Vari storici ricordano che favorì le Lettere e protesse gli uomini di ingegno, definendolo qualcuno addirittura «quasi unico mecenate nelle nostre terre a quel tempo». Il duomo di Torino ospita le sue spoglie mortali, insieme con quelle di Antonio, suo padre, che era stato Gran Cancelliere di Savoia prima di luì. Le due pietre tombali, che ancor oggi si conservano, hanno tramandato la loro fisionomia.
Altri personaggi di spicco in campo religioso furono Conrino, professore di diritto e protonotario apostolico, che, era rettore dell’ospedale di San Giovanni nel 1502 e Nicola, priore nel 1519 degli eremitani in Roma.
Tra i molti magistrati ed ufficiali sabaudi di quest’epoca sono da menzionare Brianzo e Giovanni Catelino, vicari sabaudi in Torino rispettivamente dal 1403 al 1407 e nel 1499. Sempre in questi anni i Romagnano possedevano in città varie case (una, posta nel quartiere di Porta Nuova venne donata nel 1533 dalla monaca Beatricina di Romagnano alla Chiesa e qui sorse il Monastero di Santa Croce) e palazzi. Posseggono, inoltre, molte terre, un gran numero di feudi – i vari rami ne ebbero, dalle origini della famiglia, più di sessanta, ivi compresi anche luoghi di particolare importanza ed estensione, come la stessa Torino, Carignano, Carmagnola e Alba -. Se il possesso di chiese e di altari patronati era simbolo di potere e di prestigio, la famiglia non fu seconda a nessun’altra, ne possedette un po’ dovunque. Qualche esempio: nel duomo di Torino era proprietaria dell’altare dei Santi Stefano e Caterina (dove si conservò per qualche tempo la Santa Sindone) e di quello dei Ss. Solutore Maggiore e Minore. In Cavallermaggiore i Romagnano erano patroni della chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Michele, in Pollenzo della chiesa di San Vittore. Più anticamente, in Lombriasco, dipendeva da loro la chiesa di Santa Maria, fondata e generosamente dotata nel 1170 da Manfredo di Romagnano, che qui ebbe sepoltura (una lapide indica tuttora il suo sepolcro). Possedevano inoltre altri altari e benefici ecclesiastici in Carignano, Vigone, Vinovo, Pollenzo, Santa Vittoria, Virle, Romagnano, Moncalieri, in varie chiese torinesi e altrove.
Di fronte a un simile quadro parrebbero non mancare, a prima vista, i presupposti necessari per asserire che in quei secoli la famiglia stesse attraversando un momento di espansione e di affermazione. I Romagnano però costituiscono, tra le schiatte torinesi, un caso a sé. Come si è detto, erano allora illustri e potenti ma, non di meno, stavano vivendo un plurisecolare lento declino. Chi furono, dunque nei tempi anteriori e originariamente? Per poterlo dire è necessario risalire indietro nel tempo di diversi ulteriori secoli, attraversando le coordinate di un complesso schema genealogico sino ad Etelberto di Kent, il re che, verso il 560, diede inizio alla diffusione del Cristianesimo Inghilterra. Questo ebbe discendenza, dal matrimonio con Berta, figlia di Cariberto re di Parigi, sino a San Riccardo, re di Kent (683-685) che, sposando Adila, figlia di Re Teodorico III di Neustria, diede origine a molte grandi famiglie europee, ivi compresi, ritengono diversi storici e medievisti, i Romagnano e, in linea femminile, anche le case di Savoia e di Lorena.
La catena genealogica della casata passerebbe poi attraverso Arduino il Glabro, figlio di Ruggero conte di Auriate, “marchese in Italia” e marchese di Torino. Ben note sono le vicende di questo antico signore feudale, la cui opera è documentata tra il 945 e il 976 (una sua impresa almeno merita di essere ancora una volta rammentata, per i risvolti che ebbe sulla successiva storia del Piemonte: la definitiva distruzione – operata di concerto con Guglielmo conte di Provenza – del centro musulmano di Frassineto, un territorio dal quale i predoni saraceni, dopo essersene impossessati, imperversavano in vaste aree).
Uno degli otto figli di Arduino, Amizone, resse il vescovado torinese dal 989 al 997, mentre Oddone, marchese di Torino, che viveva nel 969, fu il capostipite della linea da cui trassero origine coloro che assunsero il cognome Romagnano. Questi, signori di un grande territorio, osteggiarono inizialmente l’espansione sabauda, talora anche alimentando indirettamente opposizioni torinesi al dominio savoino. Rimane il ricordo di due trattati d’alleanza tra Torino e la casa; il primo risale al 1176, il secondo al 1229. 11 24 gennaio di quest’ultimo anno i comuni di Torino, Testona, Pinerolo e i signori di Piossasco, Bagnolo, Barge e Ciriè fecero un patto con i marchesi in base al quale essi avrebbero garantito, se necessario, in caso di guerra contro i Savoia, un rifugio in tutti i loro castelli, ad esclusione di quelli che tenevano in feudo quali vassalli della Casa sabauda. È da questi anni, pertanto, che inizia l’indebolimento dei marchesi di Torino che, pur conservando vaste ricchezze, perdono progressivamente il loro peso “politico”.
Due rami sopravvivranno più a lungo degli altri, quello di Pollenzo e Santa Vittoria e quello di Virle.
Maggiori tracce nella storia torinese recente le hanno lasciate proprio i marchesi di Virle: Carlo Antonio fu sindaco di Torino nel 1726, Francesco Andrea nel 1753 e 1768 e Cesare, al quale si accenna poco oltre, nell’Ottocento.
I Romagnano di Virle, quasi obbedendo ad una legge naturale che vuole che una famiglia -non diversamente dall’uomo – non possa durare indefinitamente, sino dalla metà del Settecento (quando si è già estinta la linea dei conti di Pollenzo) sembrano avanzare faticosamente verso il futuro. Carlo Amedeo, presidente del Senato di Nizza (morto nel 1731) generò, da due matrimoni, quindici figli, tra i quali nove maschi. Inizialmente uno solo di loro si sposò, Andrea. Egli, pur collezionando tre matrimoni, ebbe un solo figlio, che morì giovane. Toccò allora a un altro fratello, Angelo Ignazio (1718-1796) dare continuità alla Casa, rinunciando allo stato chiericale che aveva abbracciato, spinto da una vocazione autentica e profondamente sentita. Sposandosi con Gabriella Favetti di Bosses, ebbe quattro figli, due femmine e due maschi, uno solo dei quali, Cesare, nato nel 1783, sopravvisse. Poco più che trentenne Cesare entrò a far parte del Consiglio comunale torinese e si impegnò attivamente nell’amministrazione della città. Fu sindaco nel 1825 e ne 1844. Diresse la Congregazione di Carità, fu membro del Consiglio di Beneficenza della parrocchia di Santa Teresa (nei pressi della quale la famiglia possedeva un palazzo), fu rettore della Compagnia del Corpus Domini e deputato dell’Ospedale di Carità. Morì senza avere avuto discendenza il 23 gennaio 1849. La generazione che l’aveva preceduto era riuscita a rinviare soltanto per breve tempo la fine.

Monumento funebre di Antonio (a sinistra) e Amedeo (a destra) di Romagnano, autore: Antonio Carlone (1470 – 1525 ca.), Duomo di Torino
[1] Una fonte dichiaratamente di parte riferisce: «Il parroco di Angrogna, datosi a molestare [con la predicazione cattolica] i dissidenti, fu ucciso, e andarono malconci due signori di Luserna che volevano costringerli colla violenza» (Emilio Comba, Storia dei valdesi, Torino, Ermanno Loescher, 1893, p. 125).
[2] Doveva essere costantemente dura la vita dei parroci cattolici. Lo stesso Comba (p. 171) cita crimini gravissimi più che verosimilmente perpetrati da eretici, ma solo per smentirli integralmente: «Era corsa voce che la moglie del pastore Monget di Villar in Val Luserna avesse dato mano all’incendio di un convento e si andava perfino buccinando che il curato di Fenile, assassinato poco innanzi, fosse vittima de’ Valdesi e segnatamente del pastore Giovanni Legero, successore dello zio Antonio già condannato nel capo ed esule a Ginevra. Voci e niente altro; falsa fino all’ evidenza poi quella che si riferiva a Legero […]». E mentre qualcuno brandiva il pugnale contro di loro vi era, tra i cattolici chi osava brandire l’inchiostro, come il priore di Luserna il quale «[…] brandì ancora la penna per sostenere che il libro di Gillio è “pieno di bugie e di empietà” e riesaminare “la nuova confessione di fede delle chiese riformate di Piemonte”».
[3] Tra gli studi recenti al riguardo si veda, ad esempio, il volume Roy Hattersley, The Catholics. The Church and its People in Britain and Ireland, from the Reformation to the Present Day, London, Chatto & Windus, 2017 o, per metterne rapidamente a fuoco i contenuti, la recensione di Riccardo Michelucci: Storia. La resistenza dei cattolici britannici. Lo studioso inglese Hattersley ripercorre in un nuovo saggio secoli di barbarie subite dai fedeli legati alla Chiesa di Roma, dalla Riforma a oggi, in «Avvenire», sabato 17 giugno 2017.
[4] Jean Léger, Histoire générale des églises évangéliques des vallées de Piémont ; ou vaudoises. Divisée en deux livres, dont le premier fait voir incontestablement quelle a esté de tous tems tant leur discipline, que surtout leur doctrine, & de quelle manière elles l’ont si constamment conservée en si grande pureté, dès que Dieu les a tirées des ténèbres du paganisme jusques à présent, sans interruption, & nécessité de réformation. Et le second traite généralement de toutes les plus considérables persécutions qu’elles ont souffertes, pour la soûtenir, surtout dès que l’Inquisition a commencé à régner sur les chrétiens jusques à l’an 1664. Par Jean Léger, pasteur & modérateur des Eglises des Vallées, & depuis la violence de la persécution, appellé à l’Eglise Wallonne de Leyde. Le tout enrichi de tailles douces, Leyde, Jean Le Carpentier, 1669.
