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Le elezioni comunali del 10 e 24 giugno u.s. certificano un panorama politico italiano che accentua la metamorfosi del 4 marzo, lasciando intendere che tale linea evolutiva non sia destinata ad arrestarsi o, a maggior ragione, a mutare di segno. L’importanza di questa consultazione non risiede tanto nel numero dei voti spostati o nell’aumento ulteriore della volatilità dell’elettorato, già evidenziatasi alle ultime politiche, ma nel mostrare, in maniera plasticamente evidente, la fine politica della sinistra o, che dir si voglia, del centro-sinistra, vale a dire dall’incontro degli eredi dell’ala politica del Modernismo cattolico, concretatasi nella Democrazia Cristiana, e degli eredi del marxismo.

Il Partito Comunista Italiano, anche per la sua impossibilità o quasi-impossibilità ad assumere il governo della Nazione, per la situazione internazionale dovuta alla Guerra Fredda, ha concentrato i suoi sforzi nella creazione di un suo potere locale in alcune regioni che, meglio di altre, si prestavano a tale scopo. In Emilia, in Romagna, in Toscana, in Umbria e nelle Marche si creò, così, un sistema di potere che ha unito ideali rivoluzionari ed imprenditoria amica, quella che nella Cina maoista sarebbe stata definita «patriottica», amministrazioni locali e cooperative, entrambe rigidamente controllate dal Partito.

Anche la Democrazia Cristiana aveva una sua struttura di potere locale, ma questa non era stata costruita ex novo e, soprattutto, non era legata al partito, in quanto tale, ma ai notabili del luogo: era il vecchio sistema liberale travasatosi nella nuova formazione politica di governo, dopo essere passato indenne attraverso il Fascismo; nulla di paragonabile, quindi, alla disciplina comunista, con il risultato che il primo si sarebbe frantumato, fino a scomparire, mentre il secondo sarebbe passato in eredità, pressoché intatto, a chiunque si fosse potuto presentare come il legittimo erede del Partito, almeno fino ad oggi. Anche quando agli eredi del partito di Enrico Berlinguer (1922-1984) si sono uniti gli ex democristiani, il Partito è rimasto tale e, quindi, legittimo erede di quel sistema di potere caratteristico delle cosiddette «Regioni rosse», così ben descritto da Bernardo Caprotti (1925-2016) nel formidabile Falce carrello. Le mani sulla spesa degli italiani (2007).

Questa struttura di potere si basava su uno stretto rapporto tra la cultura ed i bisogni materiali delle popolazioni, da un lato, ed il potere di gestione ed amministrazione degli uomini del Partito, che erano ritenuti incarnare le risposte attese a tali esigenze materiali e spirituali. Le varie evoluzioni del Partito Comunista, a partire dalla Cosa di occhettiana memoria, si sono sempre più allontanate da questo modello, attuando, in modo sempre più compiuto, la previsione di Augusto Del Noce (1910-1989), il quale soleva ripetere che i partiti marxisti si sarebbero trasformati in partiti radicali di massa, fino a giungere al Partito Democratico, che vi unisce anche la religiosa obbedienza ai dettami dell’Europa sinarchica. Questa deriva colpisce in maniera irrimediabile i fondamenti stessi del rapporto tra il Partito e la sua base, rapporto che ha sempre permesso al Partito Comunista ed ai suoi eredi di non essere un partito d’opinione, ma una formazione politica identitaria, nella quale una percentuale importante dei suoi elettori si identificava oltre e, talora, a prescindere dalle singole scelte politiche.

Il tradimento di questo patto, non scritto, ma percepito, a livello esistenziale, come assoluto, è avvenuto ad entrambi i livelli. Sul piano ideale, è stato accoltellato alla schiena il sogno di una società più giusta e, soprattutto, di quella che Enrico Berlinguer chiamava «la superiorità morale della sinistra», vale a dire la determinazione a superare le difficoltà attraverso l’intransigente abnegazione offerta e pretesa, che non tollerava al proprio interno o, almeno, tollerava in maniera infinitesimale ciò che i «partiti borghesi», per dirla con Karl Marx (1818-1883), davano per scontato, in virtù del riconoscimento della debolezza umana, che la sinistra era chiamata a superare a differenza loro. Il primo gravissimo colpo a ciò viene assestato dal progressivo allineamento del partito alle posizioni radicali sui cosiddetti «diritti civili», a partire dal divorzio fino a giungere all’omosessualismo, passando per l’aborto e l’eutanasia. L’approccio cessa di essere quello della richiesta di una superiore moralità, in vista degli ideali della sinistra, per divenire quello della comprensione e, in ultima analisi, della giustificazione della debolezza etica.

Sul piano materiale, poi, il tradimento è avvenuto tanto per ciò che concerne i generali principi di politica economica, quanto per ciò che riguarda le concrete scelte in difesa dei territori. Sul primo punto, si può dire che tutta la politica del Partito Democratico sia improntata alla finanziarizzazione dell’economia ed all’immiserimento di sempre più vasti strati della popolazione, così come comandato dai vertici dell’Unione Europea, senza nemmeno il tentativo di nascondere semanticamente l’abbandono di ogni politica sociale. Sul secondo punto, invece, possiamo citare, a titolo di esempio, il caso del Monte dei Paschi di Siena, sacrificato sull’altare della politica bancaria europea, quando gli fu imposto di comprare, ad un prezzo esorbitante, Banca Antonveneta dagli spagnoli del Banco di Santander, causandone, così, il dissesto.

Questo divorzio del Pd dalla sua tradizionale base elettorale lo ha sempre più trasformato in un partito di opinione, privo di radicamento sul territorio, che raccoglie i voti in base ed in proporzione ai consensi degli elettori ai punti del suo programma ed alle realizzazioni compiute, senza identificazione ideale e materiale; un qualcosa di molto simile a Forza Italia, una specie di Forza Italia con qualche venatura liberal in più. Il ruolo delle sezioni e della conseguente vita di partito riveste un ruolo sempre più marginale nella ricerca del consenso.

Il consenso stesso cambia dimensione sociale, riducendosi drasticamente tra i ceti popolari, ed operai in particolare, ed aumentando, parallelamente, tra la media ed alta borghesia, vagamente radical chic. Questa deriva politica ha condotto il Partito Democratico molte volte in rotta di collisione con i sindacati e, in particolare, con la Cgil, facendo venir meno il loro ruolo di collettore di voti.

Il partito che maggiormente ha beneficiato, in termini di voto operaio, di questa disaffezione è stata la Lega, che già da decenni è la formazione politica con, al suo interno, la più alta percentuale di consensi tra le tute blu. Medesimo discorso vale per il radicamento territoriale, sia pure in forme e con modalità molto diverse.

La Lega è l’unico partito che, attualmente, persegue una politica di radicamento territoriale paragonabile, sia pure con modalità diverse, a quella seguita dal vecchio Partito Comunista. Dopo aver conseguito, sotto questo aspetto, importanti risultati nelle regioni settentrionali, ha iniziato, da una quindicina d’anni, a fare altrettanto in Emilia ed in Romagna, con una presenza via via sempre più forte. Più recente è la penetrazione in Toscana e nelle Marche. Questa politica tende a proseguire gradualmente in tutta l’Italia centrale e, in prospettiva, anche in quella meridionale ed insulare, dove, però, il consenso al partito di Matteo Salvini è ancora un voto di opinione.

Anche sul fronte del voto di opinione, però, lo spazio politico del Partito Democratico si va riducendo sempre più, poiché questa formazione politica e quelle che le fanno corona non comprendono quali siano i termini dello scontro politico nell’attuale congiuntura storica. Risulta sempre più evidente, in tutta Europa, ma in modo particolare in Italia, che lo scontro è, ormai, fra chi tutela o cerca di tutelare la sovranità nazionale e gli interessi delle popolazioni, a partire dai ceti sociali più disagiati, che, come sempre e per rigida legge economica, pagano il più alto prezzo di ogni crisi, e coloro che ossequiano l’eurocrazia sinarchica. L’insuperabile contraddizione della sinistra risiede proprio qui: i ceti popolari non possono essere tutelati se non opponendosi alla finanziarizzazione dell’economia ed alle concentrazioni economiche ed industriali, con relativa pauperizzazione del ceto medio, volute da Bruxelles e giustificate dal rispetto dei vincoli di bilancio.

Oggi, quindi, non è possibile essere, al tempo stesso, “di sinistra”, in senso europeo, ed europeisti, ma non è neppure possibile essere “sovranisti”, senza essere “di destra”, poiché tale posizione politica rievoca, almeno nei suoi detrattori, i fantasmi del nazionalismo. Ecco che il Partito Democratico si trova stretto in una morsa dalla quale non è in grado di uscire, poiché la sua crisi non riguarda la sua classe dirigente o la sua linea politica, ma la sua stessa esistenza. L’unico tentativo, a mio modesto avviso, che dimostri di aver compreso questa situazione è quello dell’ex ministro Carlo Calenda, non per niente uomo estraneo al Pd e proveniente dalle fila dei seguaci di Mario Monti: sciogliere il partito e creare quello che egli stesso definisce un «Fronte repubblicano», la cui caratteristica essenziale sarebbe la cieca obbedienza ai dettami di Bruxelles; sarebbe la riduzione degli eredi del Partito Comunista Italiano ad esecutori e rigidi applicatori del cosiddetto neoliberismo di montiana memoria. «Come si cambia, per non morire…» cantava Fiorella Mannoia.

Ma anche quest’opzione, secondo me, giunge fuori tempo massimo, poiché lo spazio politico che fu della sinistra viene oggi progressivamente occupato dal Movimento 5 Stelle, che si prepara ad essere in Italia ciò che Syriza, il partito di Alexīs Tsipras, è in Grecia, vale a dire una formazione politica che, sotto le mentite spoglie dell’euroscetticismo di sinistra, si prepara a fare una politica di rigida osservanza europeista.

Lo scenario che attende il nostro Paese, quindi, è quello che vede un centro-destra, a fortissima trazione leghista, rappresentare uno spettro di forze che vanno dal sovranismo più spinto all’europeismo più moderato, incarnato da Forza Italia, ed il movimento di Grillo a rappresentare le istanze stataliste e, lato sensu, di sinistra, ma, come dicevamo, pronto a farsi risucchiare nell’ottica di Bruxelles, con la progressiva eliminazione e/o marginalizzazione delle altre forze.

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2 commenti su “La fine politica della sinistra”

  1. Carla D'Agostino Ungaretti

    Finalmente un articolo che fa una perfetta fotografia (e, direi quasi, una perfetta descrizione “anatomica”) dei partiti che l’attuale momento storico sta propinando all’Italia. Neppure sul corriere della Sera ho trovato un’analisi così perfetta. GRAZIE!

  2. dario pasero

    Conoscevo già il tuo pensiero (che condivido in pieno), ma leggerlo dà una soddisfazione anche maggiore che non solo ascoltarlo…
    Continua (continuiamo) così, che vai (andiamo) bene…

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