A partire da metà giugno scorso le truppe governative siriane, appoggiate dall’aviazione russa, hanno lanciato un’offensiva nei confronti dei ribelli, appoggiati da reparti del Califfato islamico nella regione di Daraa, all’estremo sud del Paese. Prima di tale offensiva i ribelli islamici sunniti, ricomprendendo in tale definizione tutte le formazioni di Islam politico, dai miliziani di Abū Bakr al-Baghdādī agli uomini di Hayat Tahrir al-Sham («Organizzazione per la liberazione del Levante»), nato dalla fusione di Jabhat al-Nuṣra («Fronte del soccorso»), la branca siriana di Al-Qāʿida, con altre formazioni jihādiste minori; dall’opposizione armata al regime appoggiata dalla Turchia a quella sostenuta dall’Arabia Saudita e/o dal Qatar, controllavano, oltre ad altre zone del Paese (vedi cartina), anche la regione di Daraa, di importanza strategica enorme, in quanto incuneata tra la parte delle alture del Golan ancora in mano ad Israele e la Giordania; parliamo di tutte queste milizie sunnite come di un blocco unitario, in quanto la loro alleanza geo-strategica è, ormai, un fatto indiscutibile sul terreno bellico.

Queste operazioni militari hanno prodotto gravi sofferenze alla popolazione civile, causando l’esodo, principalmente dalla città di Daraa, di un numero di persone stimato intorno alle 120.000 unità; tali persone vedono a rischio la loro incolumità fisica e, addirittura, la loro vita, poiché si trovano strette tra i due fronti combattenti. Le organizzazioni umanitarie e, soprattutto, tutte le voci contrarie al regime del Presidente siriano Bashar Hafiz al-Asad gridano alla catastrofe umanitaria e condannano come moralmente inaccettabile il comportamento bellico delle truppe regolari siriane e dei loro alleati russi. Ma è esattamente così? E, se sì, per quali ragioni? E, più in generale, quali sono i criteri che rendono eticamente accettabile o, al contrario, assolutamente esecrabile una certa condotta durante un conflitto?

Soprattutto nella guerra moderna e, a maggior ragione, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, il coinvolgimento delle popolazioni civili nelle operazioni belliche è divenuto parte integrante imprescindibile della guerra stessa; l’idea di un conflitto limitato alle truppe combattenti, vagheggiata a partire dall’antichità (si pensi, a titolo di esempio, al mito degli Orazi dei Curiazi), anche se mai completamente realizzata, con l’avvento delle armi da fuoco, è completamente scomparsa anche come semplice aspirazione; la guerra ha sempre più coinvolto e colpito le popolazioni civili, facendone, di fatto, le maggiori vittime. Parrebbe, quindi, che le tradizionali norme etiche, che hanno regolato la condotta delle truppe combattenti nell’antichità e nel medioevo, debbano essere riviste quando si giudicano i comportamenti in età moderna. Tale relativizzazione delle norme morali alla congiuntura storica, però, cozza contro il principio della immodificabilità dell’etica, in quanto derivata direttamente dalla natura umana.

Il coinvolgimento delle popolazioni civili nella guerra non è una novità dell’epoca moderna, quantunque il suo peso percentuale, se mi è consentita tale espressione, è enormemente cresciuto; si tratta, però, di una variazione quantitativa e non qualitativa: ecco che i principi tradizionali dell’etica sono applicabili anche ai conflitti contemporanei.

Tutto ciò premesso, permane il quesito sulla liceità o meno di colpire persone inermi durante un’operazione bellica. La morale ci dice, da sempre, che non è mai lecito colpire obiettivi civili, non direttamente collegati allo sforzo bellico del nemico. Si pensi, a titolo di esempio, alla cosiddetta «guerra totale», teorizzata ed applicata dal generale William Tecumseh Sherman (1820-1891), comandante delle truppe nordiste durante la guerra di secessione, che ha sistematicamente bruciato i granai e bombardato i luoghi di culto durante le funzioni religiose, al puro fine di terrorizzare le popolazioni degli Stati confederati; o al generale Louis Marie Turreau (1756-1816), comandante delle cosiddette «Colonne infernali», formazioni militari della Francia rivoluzionaria, da lui stesso ideate ed organizzate, che avevano come unico fine quello di terrorizzare ed affamare le popolazioni vandeane, durante il primo genocidio della storia occidentale.

Sono assimilabili ad obiettivi militari e, quindi, legittimamente considerabili oggetto di azione militare tutti quegli obiettivi civili che supportano la capacità militare del nemico, come, ad esempio, fabbriche di armi, apparati industriali o linee di comunicazione.

Rimane, però, il problema di quelli che, con terminologia contemporanea, vengono definiti «danni collaterali», vale a dire se e quando sia lecito colpire obiettivi militari, pur sapendo che tale operazione porta a colpire anche obiettivi civili, che, quantunque non siano il bersaglio dell’azione bellica, ne rimangono inevitabilmente coinvolti.

Questo è il problema di quello che, nella morale classica, si definisce il «volontario indiretto»: se, perseguendo un’azione buona e/o comunque lecita, nel perseguirla, si causa inevitabilmente e consapevolmente, ma non finalisticamente un male, tale azione rimane buona e/o comunque lecita o diviene malvagia?

La liceità dell’azione permane solo se il male causato non è direttamente voluto, nemmeno come strumento del bene che si vuole perseguire, ma è una conseguenza involontaria, quantunque inevitabile e prevista; se il bene perseguito non è inferiore al male ragionevolmente previsto; se, infine, l’azione che comporta queste conseguenze negative è l’unica via per ottenere il bene che ci si prefigge.

Ritornando alle operazioni belliche delle truppe regolari siriane nella provincia di Daraa, si può, dunque, affermare che esse, fatti salvi eventuali eccessi e crudeltà gratuite nei confronti dei civili, di cui, a oggi, non si hanno notizie, rientrano pienamente nella legittimità dell’azione bellica, in quanto i danni patiti dalle popolazioni civili non sono l’obiettivo dei soldati di Damasco e/o degli avieri russi, ma le dolorosissime conseguenze della necessità di liberare manu militari una regione strategicamente essenziale del territorio nazionale, momentaneamente in mano a gruppi di insorti jihādisti.

Il rapporto tra le vite umane innocenti perdute, ma non volontariamente sacrificate, ed il conseguimento di vittorie strategiche essenziali o molto importanti in vista dell’esito finale del conflitto acquisisce, in tempo di guerra, valori che, in tempo di pace, potrebbero apparire inaccettabili.

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Situazione militare attuale: Rosso: Forze governative, Verde: Opposizione, Giallo: Rojava (YPG), vale a dire milizie curde, Grigio: ISIS, Bianco: Tahrir al-Sham (precedentemente Fronte al-Nusra)

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1 commento su “La guerra in Siria. Valutazioni sulla liceità delle operazioni militari governative e russe che coinvolgono la popolazione civile”

  1. Grazie e complimenti! Finalmente un’analisi realista a riguardo di un tema scottante, quanto cavalcato dai buonisti… che poi di buono non combinano nulla. Chiacchierano!

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