La cronaca sempre più spesso riporta casi che rappresentano con compiutezza il male, non come casi limite, ma proprio in quanto medi, anodini, normalizzati. In questo quadro anche il caso Epstein è un “troppopieno”, la valvola di sfogo, se non lo specchietto per le allodole, di un sistema che all’intorno continua a funzionare nello stesso modo: speculazione, cinismo, corruzione. Trattandosi, appunto, di “sistemi”, l’aspetto comunicativo-mediatico non solo non ha ruolo antagonistico, ma ne fa parte, anzi fa la sua parte, sia come leva ricattatoria, che come, appunto, strumento di normalizzazione, banalizzazione, infine propaganda. Un recente episodio esemplifica il ruolo dei media nel dare qualcosa per acquisito, scontato, e così promuoverlo a modello, poi regola. La protesta interna alla redazione del Corriere della Sera contro un articolo, uscito in cronaca, di marketing glamour di una cosiddetta escort, mostra un soprassalto morale, ma nello stesso tempo segnala vie di non ritorno. La normalizzazione della mercificazione del corpo non si camuffa più con proclami libertari, è compiuta, è un dato antropologico; vi è continuità d’immagini, di modelli, di business, tra il social, gli influencer, il mondo dello spettacolo, della moda, ecc.., con, ai vari estremi, la pornografia, la prostituzione, l’utero in affitto, la chirurgia a tutto servizio, ecc.. Comparti che, una volta banalizzati, normalizzati ed eufemizzati, vengono esclusi, pena l’accusa di fobie reazionarie, da ogni valutatività morale, poi diventano valore, esempio di progresso, creatività, successo: lo si spiega, lo si insegna nelle scuole.

L’ideologia femminista ha fornito e fornisce a questo piano di normalizzazione antiumana utili piattaforme. L’esibizione del corpo – con punte di grottesco orrore nel look delle varie celebrità ed eventi mondani- fornisce, più o meno gratis, l’immagine propiziatoria e rassicurante del sistema, proprio in quanto copertura banalizzante di quanto di più disperato e feroce vi è in esso; chi vi si presta ne è oggettivamente vittima e complice. “Il corpo è mio e lo gestisco io”, nella sua innocuità tautologica, è finito a far da bandiera all’aborto, alla prostituzione e all’utero in affitto: dichiarazione di servitù volontaria al sistema (la signorina sponsorizzata dal Corriere della sera dichiara: “Mi vendo, ma resto libera”). L’evocazione del nemico fantasmatico, il patriarcato, chiude l’ideologia femminista nei piani bassi e arretrati del sistema stesso, a fornire consenso e sostegno all’ala marciante del capitalismo speculativo e transumano. Il femminismo è divenuto uno stereotipo per promuovere consumi, eventi, apparati: nuova e più insidiosa subordinazione delle donne, in via diretta da parte di chi sopra vi costruisce carriere e profitti, e globalmente nelle more di un processo di dissoluzione delle comunità umane e di mutazione antropologica.
Solo la visione integrale dell’umano può dominare razionalmente una simile follia distruttiva. I testi di Edith Stein sulla donna[1], in sintonia con movimenti femminili del suo tempo e relative tematiche educative ed istituzionali, sono altresì attenti a verificarne la continuità con la visione filosofica e teologica dell’umano. In questo quadro, l’identità della donna, nel processo di superamento delle forme storiche di subordinazione culturale e sociale, ne viene evidenziata e valorizzata, in piena coerenza con i suoi elementi fisici e psichici. I metodi di studio che Edith Stein elenca assumono l’identità femminile in modo complesso e armonico, nel singolo individuo e nella comunità; ciascuno di questi metodi, anche nella sua parzialità, studia il complesso umano femminile integrale; il metodo teologico tutti li supera e comprende.
L’ideologia femminista contemporanea non solo dissolve la diade uomo-donna, ma dissocia anche la donna con se stessa e in se stessa, e ogni parte può essere in conflitto con le altre, diventare rifiuto o merce. L’evanescenza dell’identità femminile confluisce nelle teorizzazioni del gender, ovvero è sostituita dalla frenesia di farsi immagine, e metterla in qualche modo a profitto; da cui indifferenza, inanità o addirittura danno e sfruttamento (v.GPA) nei confronti delle donne che nel mondo vivono in condizioni sociali e culturali diverse (“femminismo bianco”). Come in tutte le ideologie di astrazione e decostruzione, il concetto sostituisce la realtà, sottrae l’esperienza umana dalla realtà sensibile, relazionale e morale, trasforma il vissuto in qualcosa di separato, ripetibile, combinabile, e gestibile come oggetto tecnico o merce. Quello che Edith Stein nella sua ricerca chiama “essenza della donna”, la sua unità ricca e profonda e nello stesso tempo empatica, viene non solo negata, ma separata dalla natura, isolata, ridotta a stereotipi, rappresentazioni e simulacri: soggetto dipendente e manipolabile se mai ve ne furono.
I testi di Santa Teresa Benedetta della Croce, nella serena contemplazione dei fini ultimi della creatura umana, e nell’intellettuale lucidità nel cogliere i dati, le risorse e i limiti della filosofia antropologica, hanno oggi un significato che va al di là della crisi del suo tempo, e indicano una necessaria e risoluta risposta razionale alle derive di una nuova “banalità del male”.
[1] Edith Stein, Die Frau.Ihre Aufgahe nach Natur und Gnade, da vol.V “Edith Steins Werke”, trad.it. La donna, il suo compito secondo la natura e la grazia, ed.Città Nuova 2012.
