Caro Direttore,

da molti anno La seguo, anche assistendo a molte Sue conferenze, nelle quali ho sovente trovato risposte agli interrogativi che giustificavano la mia partecipazione. Mi permetto, quindi, di domandarLe, senza mezzi termini, cosa dovrebbe fare una persona come me, arrivata ad un’età del tutto “rispettabile”, che ha vissuto tutte le fasi del Concilio Vaticano II, fino alla sua conclusione e che ora, dopo decenni di dubbi, incertezze, crisi spirituali, rifiuti a partecipare a quelle che mi apparivano più come feste tribali che come ripetizioni del Santo Sacrificio del Calvario, si domanda: «Ma che cosa è e per chi è celebrata questa Messa?».

Mi sono documentata e faccio ancora parte di questo mondo, in cui molti, dopo anni di accettazione silenziosa e rassegnata, cercano timidamente di esporre qualche perplessità. Alla mia stessa domanda mi sento di rispondere: «Una Messa blasfema!». Ma non mi sento abbastanza preparata per motivare dottrinalmente questa mia affermazione. Forse azzardata, ingiusta, sbagliata?

A Lei chiedo, quindi, di chiarirmi finalmente fino a che punto io possa spingere il mio rifiuto. Sento il richiamo della Messa della mia giovinezza, dove il dialogo con Dio non era interrotto, ma favorito da un raccoglimento sincero, anche se non tutti o non sempre capivano le misteriose parole che accompagnavano il Rito. Grazie, se vorrà sciogliere questo nodo che mi attanaglia l’anima. Gliene sarò gratissima.

Annita Cuda Basilisco

 

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Gentilissima Signora Cuda Basilisco,

la Sua gentile lettera pone un quesito fondamentale per la vita di Fede di ogni cattolico: quale atteggiamento dobbiamo assumere nei confronti del rito della Santa Messa scaturito dalla riforma liturgica e, prima ancora, dal Concilio Vaticano II?

Innanzitutto, occorre domandarsi che cosa sia la Santa Messa: è la ripetizione incruenta del Sacrificio del Calvario. La Messa, quindi, è essenzialmente sacrificio o, per meglio dire, il Sacrificio: andare a Messa è come salire al Calvario.

Premesso ciò, rimane da domandarsi come sia possibile lo spaventoso degrado liturgico, che Ella, giustamente, condanna con parole tanto forti («mi apparivano più come feste tribali che come ripetizioni del Santo Sacrificio del Calvario»), come sia possibile che, davanti a Nostro Signore Gesù Cristo in Croce, ci si abbandoni a comportamenti indegni della divina presenza. Questo, è bene chiarirlo subito, non dipende tanto dagli abusi di celebranti “creativi”, quanto dalla stessa riforma liturgica.

La riforma liturgica, per venire incontro alle richieste dei protestanti (rammentiamo che a sovraintendere alla stessa è stata chiamata una commissione di luterani, che ne avrebbe dovuto valutare l’accettabilità per loro), è stato messo, scientemente e deliberatamente, in ombra il concetto di sacrificio, fino ad oscurarlo quasi completamente, a tutto vantaggio dell’aspetto conviviale; Martin Lutero (1483-1546), nel suo blasfemo odio verso la Messa come sacrificio, la definiva «la cena del Signore» e questa visione è penetrata, attraverso il mutamento del rito, anche nella mentalità di molti sedicenti cattolici. Sulle differenze tra questi due riti, ha parlato molto bene il Professor Corrado Gnerre (qui).

Nella sana dottrina cattolica, l’aspetto conviviale della Messa è solo la parte finale, riservata a coloro che, essendo in grazia di Dio, si accostano alla Santissima Comunione, ma l’essenza della Messa è il Calvario. Con la luteranizzazione portata dalla riforma liturgica, si definisce la Santa Messa come la ripetizione dell’Ultima Cena, vista unicamente nel suo aspetto conviviale, senza comprendere come essa stessa sia stata un’anticipazione incruenta del Calvario.

Tolta la giusta dottrina e piegato il rito alla mondanizzazione protestante, assistere alla cosiddetta Messa di Novus Ordo rischia di corrompere la genuinità e la purezza della Fede. Imboccata la strada della sostituzione della festa al sacrificio, della celebrazione della comunità all’adorazione di Nostro Signore Crocifisso, della centralità della Resurrezione a quella del Calvario, ogni scadimento diviene non solo possibile, ma ovvia conseguenza delle premesse della riforma stessa.

Per venire, quindi, al cuore operativo della sua domanda, Le posso dire che il Suo rifiuto non solo è pienamente giustificato, ma è, almeno per chi abbia compreso la gravità dell’apostasia contenuta nella riforma liturgica, doveroso.

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