Egregio Direttore,

Israele, nella crisi siriana, ha mantenuto una posizione fortissimamente contraria al regime di Assad, appoggiando il fronte sunnita e cercando di fare pressioni sugli Usa, affinché non ritirassero le loro truppe dal Paese. Questo atteggiamento è stato aperto, quasi sfacciato. Lo hanno condotto con mezzi militari, bombardando postazioni dell’esercito siriano e di Hezbollah; lo hanno fatto con mezzi diplomatici, facendo pressioni sulla nuova Amministrazione Trump…

Pare che l’alleanza tra Gerusalemme e Riad sia non soltanto molto solida, ma anche pubblica e manifesta. In Medio Oriente sono saltati tutti i tabù, se i wahabiti si possono alleare con l’«entità sionista» e farlo pubblicamente e gli israeliani possono pubblicamente sostenere il regime dalla cui ideologia religiosa sono nati Bin Laden ed Al-Qāʿida. Pare che Netanyahu e compagni avessero addirittura simpatie per l’Isis.

Il grande appoggio di Trump all’Arabia Saudita e l’irrigidimento anti-iraniano sono quasi certamente il risultato delle pressioni israeliane.

La pacificazione della Siria e la completa vittoria di Assad sono una pesantissima sconfitta per Israele.

Per quale ragione gli israeliani appoggiano il più retrivo fondamentalismo sunnita? E perché i wahabiti appoggiano Israele? Che cosa è rimasto nelle masse arabe dell’anti-sionismo?

Giuseppe Albanese

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Egregio Signor Albanese,

il problema che Ella pone, vale a dire la decifrazione della politica estera israeliana, con i suoi rapporti con l’Arabia Saudita ed il loro ruolo che Gerusalemme vorrà giocare nella grande partita intra-islamica tra sunniti e sciiti, è di una certa complessità, ma, almeno per sommi capi, può essere ricostruito.

Quando, nel 1979, la rivoluzione dell’ayatollah Ruhollāh Mosavi Khomeyni (1900 – 1989) cacciò la monarchia di Mohammad Reza Pahlavi (1919-1980), ultimo Shah di Persia, e l’anno successivo le truppe irachene invasero l’Iran, Israele fu l’unico paese al mondo (fatta eccezione per l’irrisoria fornitura americana legata allo scandalo Iran-Contras[1]) a vendere armi alla Repubblica islamica. Per giustificare questa alleanza di fatto con gli israeliani, l’ayatollah Khomeini inventò la famosa frase «la strada per Gerusalemme passa per Najaf», con cui intendeva ribadire il principio secondo il quale chiunque lo avesse aiutato a sconfiggere l’invasore iracheno e, magari, a destituire il regime sunnita a Bagdad, avrebbe reso un servigio alla Repubblica islamica e, quindi, sarebbe stato il benvenuto.

Da quel momento la politica israeliana è sempre stata filo-iraniana ed anti-irachena; ricordiamo lo spettacolare bombardamento della centrale atomica di Osiraq (Tammuz), nei pressi di Bagdad (7 giugno 1981). Israele appoggiò gli interventi americani in Iraq ed in Afghanistan, mentre non nascose le sue preoccupazioni per la politica filo-sunnita dell’Amministrazione di Bill Clinton, che portò al potere i talebani in Afghanistan.

Con la Presidenza americana di Barack Hussein Obama (2009-2017), il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu cominciò gradualmente a mutare politica. In un primo momento vide con grande preoccupazione le cosiddette «Primavere arabe», con cui gli Stati Uniti cercarono di portare al potere, in moltissimi paesi arabi, i fondamentalisti islamici sunniti. Ma, quando questa politica incominciò ad attaccare la Siria (15 marzo 2011), iniziò ad appoggiarla con entusiasmo, fino a ricercare una vera e propria alleanza, anche se non formalizzata, con l’Arabia Saudita, grande sostenitore delle forze sunnite anti-Assad, in cooperazione-competizione con la Turchia del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, divenuto grande nemico di Israele e grande sostenitore dei palestinesi e, in modo particolare, di Hamas, la branca palestinese dei Fratelli Musulmani.

Questa politica è, da un punto di vista strategico, assolutamente fallimentare per Israele, perché tenderebbe a rafforzare il fondamentalismo sunnita, che, in tutte le sue ramificazioni, è antisionista e vagamente antisemita. Una tale politica si può solo spiegare con un’irrazionale paura della potenza dell’Iran ed un tentativo di contenere l’influenza di Hezbollah in Libano ed in Siria.

In Israele si va, però, sempre più affermando il sostegno strategico alla causa curda, che, qualora dovesse portare ad un Kurdistan indipendente, avrebbe, per Gerusalemme, il grosso vantaggio di indebolire simultaneamente tutti i suoi nemici: Iran, Iraq, Turchia e Siria.

L’attuale ritiro americano ed il sostegno militare e politico del regime di Damasco e della Russia ai curdi siriani, in chiave anti-turca, non è detto che non persuada i dirigenti israeliani a concentrare la loro politica più contro la Turchia che contro la mezzaluna sciita (Siria, Iraq ed Iran).

 

 

[1] Lo scandalo Iran-Contras consiste nella vendita segreta di armi all’Iran da parte degli Stati Uniti, autorizzata dall’Amministrazione Reagan per procurarsi, in maniera occulta, i fondi per aggirare il divieto del Congresso a sostenere la resistenza anti-comunista in Nicaragua. Il tutto venne alla luce nel 1986.

 

 

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