Caro Direttore,

Juventus e Milan hanno obbedito alla Lega Calcio e sono volate a giocare la finale di Super Coppa italiana a Gedda, in Arabia Saudita. Non hanno avuto, squadre e mondo del calcio tutto, nessun problema a recarsi in un Paese che nega, oltre a violarli, i più elementari diritti umani, dove le donne sono discriminate, dove i giornalisti vengono ammazzati, che finanzia il terrorismo nel mondo, che bombarda i civili in Yemen…

Come è possibile andare a giocare in uno Stato del genere? Non riesco a capacitarmene.

È possibile che nemmeno il Governo abbia fatto o potuto fare qualche cosa?

Isabella Cosenza

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Gentilissima Signora Cosenza,

il tema che Ella pone è molto meno frivolo di quanto possa sembrare all’apparenza, perché, al suo interno, contiene implicazioni di vario genere e di svariata natura.

Innanzitutto, si pone il problema dei rapporti tra lo sport e la politica. Fin dai giochi olimpici nell’antica Grecia, lo sport ha sempre rappresentato, nella nostra cultura, un momento di reciproca accettazione anche tra Stati con regimi diversi e, a volte, incompatibili. Ella, forse, ricorderà le polemiche che hanno accompagnato la nostra partecipazione alla finale di Coppa Davis in Cile del 1976. Anche allora si scontrarono coloro che sostenevano l’impossibilità morale di giocare nella patria di Augusto Pinochet e coloro che sostenevano, come gli antichi abitatori dell’Ellade, che uno dei valori fondamentali dello sport risieda proprio nella sua assoluta indifferenza per le questioni politiche e per i diversi regimi. Mi permetta di notare che gli stessi che erano indignati per la spedizione cilena non avevano mai obiettato nulla quando si fosse trattato di giocare in Unione Sovietica o in un altro Paese comunista.

Le competizioni internazionali non possono essere influenzate dal giudizio etico che si dà del regime vigente nel Paese che le ospita; se così non fosse, poiché la maggioranza degli Stati del pianeta non ha regimi democratici e, anche tra i regimi democratici, le varie associazioni di difesa di diritti umani sostengano esserci violazioni più o meno sistematiche di tali diritti, non si potrebbero organizzare eventi sportivi a carattere internazionale.

Da questo punto di vista, quindi, che si sia andati a giocare a Gedda è perfettamente nella logica dell’internazionalizzazione dello sport.

Per quanto riguarda il regime saudita, mi permetto di far notare che la quasi totalità di coloro che oggi si stracciano le vesti prima dell’uccisione di Jamal Ahmad Khashoggi tessevano le lodi del giovane Principe ereditario Saud Bin Salman bin Abdulaziz al Saud, indicato come grande riformatore, emancipatore delle donne, cui aveva, persino permesso di guidare l’auto!

Per attuare le sue riforme, il suddetto Principe ha concentrato nelle sue mani un potere mai visto nemmeno in Arabia Saudita, con la repressione di ogni dissenso, secondo lo stile dello spoils system locale, con tanto di codazzo di eliminazione fisica degli oppositori, alcuni (pochi) condannati regolarmente a morte e giustiziati e altri (parecchi di più) uccisi senza lasciare traccia. L’uccisione di Khashoggi rientra, quindi, nel normale regolamento di conti che si svolge in quel Paese ogni volta che si presume debba cambiare il Capo del Governo.

Detto questo, non si può, però, tacere il fatto che i Governi dei Paesi della penisola arabica stanno acquisendo un importante influenza sul mondo sportivo europeo e, in particolare, di quello calcistico. Ella, che è attenta osservatrice di queste cose, ricorderà certamente come il Real Madrid tolse, progressivamente, a partire dal 2012, dal logo e da tutti gli oggetti ufficiali ogni evidenza della croce che lo aveva sempre caratterizzato, per compiacere proprio gli Stati della penisola arabica, dove intendeva esportare i suoi prodotti.

A mio modesto modo di vedere, occorre distinguere tra il disputare partite e competizioni internazionali, nel qual caso le discriminazioni tra i diversi regimi politici risultano di difficile attuazione equa, e l’evitare che la disponibilità finanziaria di alcuni Paesi con culture molto diverse dalle nostre, per usare un eufemismo, possa indurci ad uno stato di soggezione mentale.

La partita citata della Sua cortese lettera appartiene proprio a questo secondo caso, poiché non si tratta di competizione internazionale, bensì di un torneo italiano che il nostro calcio ha deciso di vendere ad un Paese straniero, islamico e wahabita. Il problema sta proprio qui: per paura di discriminare sulla base della religione, si accetta di tutto. Le religioni non sono tutte uguali e non predicano tutte le medesime cose; ne consegue che le etiche che scaturiscono dai vari credi sono diverse e, di solito, difficilmente conciliabili. Sarebbe, dunque, opportuno esaminare le questioni una per una e distinguere Paese da Paese e cultura da cultura.

 

 

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