A cento anni dall’assassinio dell’ultimo Zar di Russia Nicola II e della sua famiglia (la Zarina Alexandra e i loro cinque figli), ben poche iniziative si segnalano in Europa per ricordare quel terribile evento storico e condannare senza ripensamenti i suoi feroci autori. Eppure, quell’orrendo massacro avvenne anche perché nessuno Stato europeo (a cominciare dalla Gran Bretagna, i cui regnanti erano parenti stretti dei Romanov) intervenne con decisione a lanciare un ultimatum ai criminali assassini ispirantisi a Karl Marx e guidati da Lenin.

L’Europa li ha dimenticati, e noi, in quanto creatori ed autori di un sito dedicato all’Europa che sta riscuotendo sempre crescenti consensi, abbiamo il dovere di ricordarli. Lo facciamo tenendo tra le mani l’agile, avvincente, esaustivo volumetto dal titolo «Uccidete lo Zar! Lo sterminio dei Romanov», scritto dal giornalista e storico Luciano Garibaldi, collaboratore di «Europa Cristiana», per la Gingko editrice di Verona.

Come ha scritto nella prefazione lo storico e docente universitario Mattew Del Santo, «nei primi Anni ’80 i libri di testo di rado menzionavano il loro nome, preferendo termini impersonali come “zarismo”, “tirannia” e “autocrazia”. A cento anni dalla rivoluzione russa e dalla nascita dello Stato sovietico, perlomeno nel suo Paese natale, Nicola II è stato riabilitato, glorificato con la moglie e i figli come Santi e “Portatori di Passione” dalla Chiesa Ortodossa Russa».

In effetti, oggi, in chiese, santuari e cappelle, dal Baltico al Pacifico, le immagini dello Zar Nicola, della Zarina Aleksandra e dei loro figli guardano benignamente giù verso i fedeli. Ogni anno decine di migliaia di pellegrini viaggiano a Ekaterinburg per rendere omaggio e offrire le proprie preghiere allo Zar-martire.

Non così è in Occidente. «Considerato insicuro, debole, succube della moglie, ignorante del mondo moderno», scrive ancora Del Santo, «Nicola II resta per la gran parte della storiografia occidentale un’epitome della inettitudine tipica dei governanti non eletti democraticamente».

In realtà, la riabilitazione dei Romanov, in pieno svolgimento nella Russia di Putin, è un simbolo della risurrezione dell’antica visione della Russia ortodossa, la «Santa Russia» seppellita per settant’anni dall’ateismo comunista. Ne parliamo con Luciano Garibaldi, che allo sconvolgente evento di un secolo or sono ha dedicato la sua attenzione di storico.

Come ebbe inizio la crisi della monarchia in Russia?

Nel febbraio 1904 la Russia dichiarò guerra al Giappone. Gravissime furono le ripercussioni sulla situazione economica: crollo della produzione agricola, brusco aumento dei prezzi dei beni di consumo. La prima domenica di gennaio 1905, ben 150 mila persone in corteo di protesta a Pietroburgo marciarono verso il Palazzo d’Inverno, residenza dello Zar. Affrontati dall’esercito a fucilate, vi furono più di 200 morti e oltre 2000 feriti. Seguirono scioperi a Mosca e a Pietroburgo, contadini in rivolta nelle campagne e durissima reazione della polizia, che spinse le organizzazioni operaie a dar vita ai Soviet, i consigli eletti sui luoghi di lavoro, che guideranno il popolo alla rivoluzione per abbattere il potere dello Zar. La repressione più sanguinosa ebbe luogo a Odessa nel 2005, con il famoso episodio della Corazzata Potemkin. Di tutte quelle azioni violente, la propaganda anarchico-bolscevica attribuì la colpa alla Zarina Alexandra, che avrebbe ispirato il marito a ordinare il ristabilimento dell’ordine con qualsiasi mezzo. Del resto, fin dal giorno delle sue nozze con lo Zar Nicola (27 novembre 1894), allorché si era verificata la strage dei mugiki calpestati dalla folla, gli oppositori della monarchia avevano accusato la Zarina di «portare jella». Qualche anno dopo, un’altra, dura reazione alle provocazioni anarco-marxiste si ebbe dopo l’assassinio, a Kiew, ad opera di un anarchico, del primo ministro Stolypin: seguirono centinaia di condanne a morte in tutto il Paese.

E come si arrivò all’abbattimento del potere degli Zar?

Nel fatale 1917, la situazione economica era aggravata dalla guerra contro gli Imperi Centrali. A marzo esplose, a Pietroburgo (che aveva cambiato nome, diventando Pietrogrado e abbandonando la parola di origine germanica «Burgo») la rivolta contro la guerra, la carenza di mezzi di sostentamento e lo spaventoso aumento del costo della vita, arrivato, in tre anni, alla soglia del più 700 per cento. Non fu che l’inizio di una serie di sommosse che videro in piazza, accanto a operai e disoccupati, anche soldati e marinai. La conseguenza fu che lo Zar abdicò a favore del fratello Mikail Alexandrovic il 2 marzo 1917 e si ritirò nella residenza di Zarskoje Zelo. Ma Mikail rinunciò al trono perché sapeva di non potersi fidare della «Duma» (il Parlamento creato dopo le rivolte del 1905). Qui ormai dominavano i bolscevichi, la corrente rivoluzionaria (contrapposta ai menscevichi) le cui parole d’ordine erano: no alla guerra, potere agli operai, morte allo Zar. L’idolo era Karl Marx, il capo era Vladimir Ilic Uljanov, detto Lenin, appena rientrato dall’esilio a Zurigo, e le cui parole d’ordine erano: «Tutto il potere ai Soviet», «La terra ai contadini» e «Via dalla guerra!».

Come fece Lenin a conquistare il potere?

Il 25 ottobre 1917 riuscì a scalzare il capo del Governo Alexander Kerensky con un vero colpo di Stato che passerà alla storia con il nome di «Rivoluzione d’Ottobre», peraltro con l’appoggio di gran parte delle forze militari, spaccate in due: i «rossi», dalla parte di Lenin, e i «bianchi», che continuavano a battersi nel nome dello Zar, appoggiati da Francia, Gran Bretagna e dagli alleati della Triplice Intesa, fra i quali la Cecoslovacchia.

Che cosa accadde alla famiglia imperiale dopo la rinuncia al trono?

Dopo l’abdicazione al trono di Nicola II, la famiglia imperiale si era ritirata nel castello di Zarskoje Selo, negli Urali, illudendosi di venire dimenticata. Ma, dopo la rinuncia del fratello dello Zar Mikail Alexandrovic, la Russia divenne, di fatto, una repubblica. Il 14 agosto Kerenskj, eletto dalla Duma capo del governo, ordinò il trasferimento della famiglia imperiale a Tobolsk, in Siberia, perché nuovi, gravi disordini erano scoppiati a Pietrogrado e si temeva che i bolscevichi assaltassero il castello di Zarskoje Selo per fare scempio degli ex reali. A quel tempo, lo Zr aveva 49 anni, la Zarina 45, lo Zarévic 13, le Granduchesse Olga 21, Tatiana 20, Maria 18 e Anastasia 16.

Come si giunse al massacro della famiglia?

La data fatale è il 25 ottobre 1917 (secondo il calendario russo), ovvero il giorno in cui Lenin prende il potere a Pietrogrado con il golpe portato a termine al Soviet, dove i bolscevichi, pur essendo minoranza, riescono ad impossessarsi della presidenza e fanno poi attaccare il Palazzo d’Inverno dall’incrociatore «Aurora» e da bande armate di soldati con la stella rossa appuntata sui berretti. Mentre la “Rivoluzione d’ottobre” divampa e si estende a Mosca, con migliaia di vittime, giunge a Tobolsk un inviato di Lenin con l’ordine del Sov.Nar.Kom (Comitato Nazionale dei Soviet) di trasferire la famiglia imperiale a Ekaterinburg, negli Urali, dove i sovrani e il loro piccolo seguito vengono rinchiusi nella casa Ipatiev, requisita dai bolscevichi. Per lo Zar e la sua famiglia, a Ekaterinburg incomincia la prigionia più dura ed umiliante che si possa immaginare. Non vi sono più soldati a far la guardia, ma operai delle locali fabbriche. Non più ufficiali, ma «commissari del popolo» e agenti della Ceka, la polizia segreta che uccide gli anticomunisti col colpo alla nuca. I libri che lo Zar stava leggendo vengono gettati dalla finestra. Le Granduchesse sono obbligate a fare i loro bisogni dinnanzi agli sguardi lerci degli operai. I pasti si riducono a due misere razioni giornaliere di pane nero e erbe cotte. Difficile immaginare qualcosa di più avvilente e di più umiliante delle angherie cui fu sottoposta quella povera famiglia nella casa Ipatiev.

Nel frattempo, con il passare delle settimane, Ekaterinburg era finita assediata dalle truppe antibolsceviche, che continuavano ad opporsi alla presa del potere di Lenin, e sottoposta a continui cannoneggiamenti. Da un momento all’altro avrebbero potuto occuparla e liberare lo Zar.

Un rischio che non si poteva certo correre. Da qui la decisione di uccidere non solo lo Zar, ma tutta la famiglia imperiale. Ottenuto il nulla-osta da Lenin, via telegrafo, Jurovskj e il suo braccio destro Medvedev ordinano ai Romanov di scendere nei sotterranei (il podval) per non correre il rischio – questa la spiegazione – di finire sotto le cannonate dei «bianchi». Sono le 2 di notte del 17 luglio 1918. Lo Zar tiene Alessio in braccio. E’ seguìto dalla moglie Alexandra, dalle quattro figlie, dal medico Evgenj Botkin, dalla domestica Anna Demidova, dal domestico Aleksei Trupp, dal cuoco Ivan Karitonòv. Jurovskj legge la sentenza di morte e ha inizio la folle sparatoria. Al termine, alcuni corpi si muovono ancora, ricoperti di sangue: tra questi le Granduchesse che portavano corsetti imbottiti di pietre preziose, che avevano fatto da freno alle pallottole. Vengono tutte trafitte, e finite, a colpi di baionetta.

Che ne fu dei corpi delle vittime?

Alle 3 di notte, i cadaveri furono caricati su un furgone Fiat e portati nella vicina foresta di Koptiàki, cosparsi di acido solforico per evitare esalazioni e ricoperti con travi e fango. Da qui ebbe inizio una lunghissima odissea, che ho sintetizzato nel mio libro, e che si concluderà il 17 luglio 1998, esattamente vent’anni fa, con la decisione di Boris Eltsin di traslare i resti nella cattedrale di San Pietro e Paolo, a San Pietroburgo, dove sono sepolti tutti gli Zar, a partire da Pietro I il Grande.

Come era facile prevedere, la notizia della morte di Zar Nicola II, resa nota la mattina del 19 luglio dal quotidiano «Izvèstja», organo ufficiale del Governo di Lenin, (che – ovviamente – si guardò bene dal precisare che erano state assassinate anche le Granduchesse, il piccolo Zarévic e il personale di servizio), ebbe una negativa ripercussione sui «bianchi», che avevano continuato a combattere sostenuti dagli aiuti della Francia, della Gran Bretagna e dell’Armata cecoslovacca. Essi furono sconfitti definitivamente un anno dopo, nell’autunno 1919, dall’Armata Rossa con Trotzkj al comando.

Come fu possibile venire a conoscenza di tutti i particolari dell’orribile massacro?

Entrati a Ekaterinburg poco tempo dopo lo sterminio dei Romanov, i Bianchi affidarono le indagini sulla scomparsa della famiglia imperiale al magistrato Nikolai Sokolov. Sokolov svolse un enorme lavoro, interrogò centinaia di testimoni, poi riparò all’estero, dove scrisse un libro che raccoglieva i risultati della sua indagine. Libro che fu rigorosamente vietato in Russia per oltre mezzo secolo, finché vide la luce anche a Mosca nel 1991 per decisione di Boris Eltsin.

Come si è giunti al capovolgimento che vede la Russia odierna onorare la memoria dei Romanov?

La più spettacolare e significativa manifestazione del culto popolare verso i Romanov la si ebbe nell’agosto 2000 allorché, durante il Concilio dei Vescovi della Chiesa ortodossa russa, in corso nella cattedrale di Mosca dedicata a Cristo Salvatore, fu decisa all’unanimità la canonizzazione della famiglia sterminata il 17 luglio 1918 a Ekaterinburg. Da quel giorno, milioni di credenti russo ortodossi venerano e pregano San Nicola II, Santa Alessandra, e i loro figli Sant’Alekseij, Sant’Anastasia, Santa Tatiana, Santa Maria e Santa Olga.

La canonizzazione dei Romanov era stata sollecitata dallo stesso Putin, riavvicinatosi alla fede nel ricordo del suo padre spirituale, l’archimandrita Tikhon del Monastero di Sretenskij, che in epoca sovietica era stato trasformato in commissariato di polizia, ma oggi, splendidamente restaurato, è tornato alla sua storica missione di fede per volontà di Putin.

Oltre che a Putin, a chi va dunque il merito di aver voluto il riscatto dei Romanov?

Dopo il crollo del muro di Berlino e l’inizio della fine del bolscevismo (1989), protagonisti del ritorno della Russia al rispetto e al culto dei Romanov furono Mikail Gorbaciov (presidente fino al dicembre ’91) e Boris Eltsin (presidente dal 1991). Esempio tipico: a Ekaterinburg, dove un tempo c’era Casa Ipatiev, teatro dello sterminio dei Romanov, oggi sorge il bellissimo «Tempio del Sangue Versato», realizzato negli Anni ’90 e méta di pellegrinaggi da tutta la Russia.

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1 commento su “L’Europa ha il dovere di ricordare lo Zar – Intervista a Luciano Garibaldi”

  1. Carla D'Agostino Ungaretti

    E’ vero: la civiltà europea ha un patrimonio culturale immenso prodotto dalle sue radici cristiane. Ma se ne scorda, o finge che non sia vero, perché non crede più in Dio. E allora ecco che sta perdendo quella forza morale e spirituale che le ha dato il Cristianesimo. E’ mai possibile che gli europei non capiscano questa verità così elementare? L’Europa sta precipitando nel “cupio dissolvi” perché il demonio si è impossessato di lei. Io non faccio che gridarlo, ma sono trattata con benevola condiscendenza, quando non conderisione.

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