Madre Amedea Vercellone, figlia spirituale del Serafico d’Assisi

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La clarissa cappuccina piemontese Madre Amedea Vercellone, in questo anno dedicato all’Ottavo Centenario della morte di Francesco d’Assisi, è un esempio straordinario di figliolanza spirituale con il grande santo Patrono d’Italia, al quale fu unita persino con l’esperienza mistica delle stimmate.

“Il venerdì precedente alla sua morte, vedendola una sua compagna in pessimo stato con qualche piaga in fronte e con gli occhi pieni di sangue, la pregò a dire in confidenza, se nostro Signore l’aveva fatta partecipe della sua Corona di spine, e rispose di si: mostrandole ancora le mani addolorate per le piaghe de’ chiodi, le quali però erano invisibili, confessando d’averle parimenti ne’ piedi”. Così scrisse il canonico Pier Giacinto Gallizia, attento agiografo attivo a Torino all’inizio del ‘700, nella prima biografia della cappuccina, pubblicata a Torino nel 1727 e dedicata a Madama Reale Giovanna Battista di Savoia-Nemours.

Caterina (questo il suo nome secolare) nacque a Biella il 12 novembre 1610 in una famiglia benestante e profondamente cattolica. All’età di dieci anni rimase affascinata dalle predicazioni dei Cappuccini per la solenne incoronazione della Madonna d’Oropa e maturò il desiderio di divenire clarissa cappuccina. A Torino, dove si stava fondando un monastero dell’ordine, la ricevettero, con «straordinario fervore», le principesse Margherita, Maria e Caterina di Savoia, figlie del duca Carlo Emanuele I e della consorte Caterina d’Asburgo, figlia del Re Filippo II di Spagna. Dal diario spirituale che la Vercellone poi scrisse, apprendiamo i sentimenti contrastanti di un’anima chiamata ad una scelta radicale. Giunse finalmente il 24 ottobre 1627, giorno della professione, e insieme a undici compagne, si consacrò nella Cattedrale di S. Giovanni prima dell’ingresso in monastero che sorgeva appena fuori dalle mura, oltre la Porta di Po. Caterina divenne suor Maria del beato Amedeo, in omaggio al “duca santo” della Casa Sabauda, chiamata familiarmente Amedea. A ispirare il titolo di Nostra Signora del Suffragio del monastero era stata un’umile donna di Brissago, piccolo borgo delle sponde ticinesi del Lago Maggiore, Antea Gianetti (1570-1630) che, rimasta prematuramente vedova si trasferì ad Arona dove divenne suo confessore un gesuita, Girolamo Villani. Giunta poi a Torino, viveva “santamente” e una dama di corte la presentò alle Infante Maria e Caterina, figlie del duca. Madonna Antea, come venne poi chiamata, nutriva una grande devozione per le anime dei defunti e suggerì di costruire una chiesa dedicata alla Madonna del Suffragio, contigua al monastero delle Cappuccine. La “santa pastorella” visitava spesso le monache, istruendole nella devozione verso i morti. Tra queste c’era suor Amedea. Successivamente, grazie alle “raccomandazioni” dei Savoia, Antea visitò diverse città italiane per diffondere la devozione alle anime purganti. Fu accolta alle corti di Mantova, Ferrara, Modena e a Milano incontrò più volte il cardinale Federico Borromeo. Andò dai Medici a Firenze e a Roma per chiedere la concessione di indulgenze. Fu pellegrina ad Assisi e alla S. Casa di Loreto. Madonna Antea morì a Torino il 7 maggio 1630 e fu sepolta nel sepolcreto delle Cappuccine.

Le vicende delle Cappuccine, negli anni, risentirono fortemente degli avvenimenti che sconvolsero Torino. Il convento fu abbattuto e le monache dovettero adattarsi a soluzioni di fortuna. Madre Vercellone si distinse per saggezza e determinazione e nel 1641 fu eletta badessa, a soli trent’anni. Nel 1643 ottenne da Roma l’approvazione delle Costituzioni del monastero. Terminata la guerra trovò un nuovo edificio in cui collocare stabilmente la comunità, con la cooperazione anche del Cardinal Maurizio di Savoia. Nel silenzio della cella, Amedea iniziò inoltre ad avere le manifestazioni del Divino che avrebbero caratterizzato la sua vita, tanto che i superiori le dissero di scrivere una “Relazione della propria vita”, il diario già menzionato, con grande sua pena perché temeva fossero delle “immaginazioni”. Scrisse: «Mi innalzava Sua Divina Maestà all’intelligenza della sua infinita bontà», «in tutti questi combattimenti, alcune volte passava moltissimi giorni con aridità grande, ma poi era molto consolata da Nostro Signore che mai m’abbandonava». Tra quanti le chiedevano consiglio ci fu Cristina di Francia e proprio quando alcuni scritti arrivarono nelle sue mani – scrisse – «si cominciò a divulgare che io avessi grazie da Nostro Signore». Madre Vercellone fu eletta per un secondo priorato nel 1653, successivamente fu nominata maestra delle novizie. Grazie al diario, provvidenzialmente ritrovato nel 1999, possiamo avvicinarci al suo profondo misticismo, ma anche al carattere determinato. Contemplare la Passione di Cristo caratterizzò la sua spiritualità: «una gran cosa è di molto profitto all’anima, la continua considerazione sopra la santissima Passione di Nostro Signore e credo sia tale che non potrà alcuno esercitarsi nella sua meditazione che non ne senta vivi effetti di virtù e di singolari grazie». In un’altra pagina scrisse: «ebbi in mia particolar devozione di considerare quello che Nostro Signore patì nella notte che fu preso, e dopo l’esser già stato avanti Anna e Caifas posto in quell’oscura prigione, là dove fu la prima volta flagellato, come pur dice S. Bonaventura. Or sopra quelle pene e ingiurie ivi sostenute, con molta tenerezza volentieri pensava; stando dunque in tale considerazione, più volte m’è parso di veder quella Divina Maestà posta nelle maggiori angosce che patir potesse e tali che non si potranno sapere sino alla fine del mondo, perché furono, mi diceva il Signore, cose le più orribili che mai creatura immaginar possa».

Importanti furono i rapporti con eminenti ecclesiastici, tra gli altri Giulio Cesare Bergera arcivescovo di Torino dal 1642 al 1660, padre Giusto Guerrini, poi vescovo di Ginevra, Michele Beggiamo che nel 1657 fu nominato vescovo di Mondovì. Questi la volle nella sua diocesi nonostante si fossero già manifestati nella cappuccina seri problemi di salute. Decisiva fu la guarigione da grave malattia della Principessa Ludovica, figlia di Madama Cristina che aveva chiesto a tal fine preghiere alla Vercellone. In segno di ringraziamento si definì la fondazione del monastero a Mondovì. Il 7 giugno 1659 Madre Amedea e la fedele suor Teresa Scarampi lasciarono la capitale sabauda. Le due monache e alcune postulanti presero possesso di un ex-convento agostiniano che si rivelò poi malsano e qualche mese dopo, alla prima visita di Madama Reale, la comunità si stabilì nella parte alta della città, accompagnate personalmente dalla Reggente. Madre Amedea nuovamente si mise all’opera per adattare la casa alla clausura.

Le lettere di Madre Vercellone sono conservate all’Archivio di Stato di Torino, nel faldone “lettere di santi”. La corrispondenza divenne più importante dopo il trasferimento a Mondovì. Nel giugno 1660 scrisse alla Principessa Ludovica in merito ad una causa riguardante tutta la città: «Sono con la presente a far umilissima riverenza a Vostra Altezza e insieme supplicarla di volermi favorir presso Madama Reale supplicandola che si compiaccia credere che questa povera città è ridotta ormai all’estremo, per la gravezza dei carichi che sormontano i suoi redditi, in modo tale che se non si ingegnassero con le loro fatiche sarebbe impossibile il poterle pagare e ora si ritrova che Madama Reale sia stata sinistramente informata contro questi Signori, […] per amor di Dio voglia sollevar questa città se desidera che noi abbiamo qualche elemosina da vivere». Il suo ruolo è pacificatore, volto a chiedere uno sgravio di tasse sulla collettività. Suggerisce anche aiuti per carcerati o ecclesiastici in difficoltà. Prezioso fu il suo consiglio mentre si decideva la fondazione di un Oratorio filippino nella città di Chieri. Madre Amedea scrisse al sacerdote promotore dell’iniziativa: «In quanto all’opera che brama veder principiata in Chieri, cioè della Congregazione dell’Oratorio di S. Filippo Neri, io le dico che Vostra Signoria la deve principiare nel modo che si può, perché principiata che sia, Nostro Signore le darà gli aiuti in tempo opportuni. […] Egli deve esser il Capo Maestro che mette la roba e fa il lavoro e noi gli dobbiamo servir da garzonetti e far quello che il nostro padrone ci comanda. Poi, quando l’opera è fatta, si deve dar l’onor al Maestro e non ai garzoni, quantunque abbiano fatto gran fatiche». La fondazione si concretizzò.

Nei suoi ultimi tre anni di vita, ai calcoli e a una grave forma di artrosi, si aggiunse la quasi totale cecità. Ogni sofferenza, vissuta in povertà estrema, fu accettata con pazienza per amore di Cristo che la favorì della grazia mistica delle stimmate, rimaste però invisibili. Spirò nella notte tra il 12 e il 13 aprile 1670 e subito si raccolsero “scritti e attestazioni” su grazie ottenute per intercessione di Madre Amedea, poi riportate dal Gallizia nella biografia del 1727. Il suo corpo, a distanza di secoli, si conserva incorrotto.

 

 

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