Paradossi del vittimismo femminista

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L’ideologia femminista contemporanea sembra a volte rimpiangere, nel rievocarle, le fondate motivazioni che aveva il femminismo storico di protestare contro discriminazioni, esclusioni e repressioni. D’altra parte in passato i vari movimenti delle donne, mentre rivendicavano il voto, l’istruzione, le tutele giuridiche, si facevano forza e proclamavano il ruolo decisivo delle donne sui versanti fondamentali, imprescindibili nella storia dell’umanità, quelli dell’allevamento e dell’educazione dei figli, dell’economia domestica, e della gestione e cura della famiglia; ruolo decisivo da non vedersi in contraddizione con prospettive professionali e d’indipendenza economica. Anche per questo le femministe storiche rivendicavano il contributo delle donne nelle istituzioni, per garantire la possibile armonizzazione tra i processi di modernizzazione e i valori comunitari e familiari. Di fatto, sotto questo profilo, la storia ha visto invece da una parte il totale fallimento del comunismo, dall’altra l’imporsi di un sistema socioeconomico consumistico, di dissoluzione delle comunità e della famiglia; di esso è venuto a far parte il femminismo ideologizzato, che assumendo come ispiratrici figure squallide come Simone de Beauvoir, ha posto al centro l’inimicizia verso l’uomo, e una forma d’individualismo vacuo ed esasperato, subalterno alle mode, che costituisce base di consenso al sistema globale. Della gloriosa millenaria storia delle donne, si è fatta narrazione approssimativa e falsata, che astrattizza nel mistificato concetto di genere qualunque evento, e paradossalmente vuole le donne sempre vittime; per questa via ignora, nonché l’importanza essenziale delle donne nella storia, le personalità femminili (tante) che hanno dato in vari settori (tutti, tranne forse quelli militari…) un personale contributo di cui resta memoria e lascito. Esse diventano interessanti per le femministe solo se si può scovare nella loro biografia qualche frustrazione, qualche sottovalutazione o ingiustizia patita per il contesto “patriarcale”. La deformazione femministica arriva così al paradosso di dar risalto a questo aspetto a scapito di ogni altro, e nel caso di artiste e scrittrici a una forzatura concettuale lesiva dell’integrità della loro opera stessa. Si può fare l’esempio di un documentario trasmesso da Arte.tv[1] su Paula Modersohn-Becker (1876-1907), pittrice tedesca della scuola di Brema (nella foto a sinistra, Paula Modersohn-Becker, autoritratto con fiori, tempera su tela, 1907) . Nel corso del programma, fra l’altro, una benintenzionata “creativa” espone una propria opera (ammucchiamento di drappi e cenci colorati) dove sono impressi i nomi di alcune artiste che “sono state ignorate”, tra cui Paula, a cui lei gentilmente offre questo tardivo riconoscimento di memoria. Ora, di esso Paula non ha alcun bisogno! Sin da giovanissima, non è stata affatto mortificata nelle sue ambizioni (la famiglia l’ha sostenuta), ha cercato (e trovato) il suo stile originale, ha vissuto nella comunità di artisti di Worpswede, di cui faceva parte il pittore Otto Modersohn, che poi sposò. Ha soggiornato in vari periodi a Parigi, frequentando gli artisti innovativi dell’epoca, di cui si avverte traccia nella sua pittura, che è una forma di espressionismo profondo e discreto, sia nei ritratti che nelle nature morte e nelle scene d’ambiente. La maternità doveva coronare la felice creatività di Paula, ma purtroppo, nata una bambina, dopo pochi giorni, a solo 31 anni, Paula morì per embolia. Della sua breve, intensa vita e arte, il documentario dà un’immagine/fiction a tesi, evidenziandovi una pretesa inquietudine femminista, concettualizzando la sua pittura e facendone un’eroina misconosciuta.

Paula Modersohn-Becker, ritratto di Rainer Maria Rilke, tempera su tela, 1906, Collezione  Sammlung Ludwig Roselius

 

Con tono lamentoso o sdegnato, il commento e le varie interviste impongono un’immagine di Paula che contrasta coi dati biografici ma soprattutto con la sua pittura, che esprime forza, consapevolezza e dominio dei mezzi espressivi. Quanto poi alla sua fama, già nel 1927 a Brema fu istituito un museo delle sue opere, e dagli anni 60 varie esposizioni a lei dedicate si sono tenute nel mondo; del gruppo stesso degli artisti di Worpswede, è menzionata nelle storie dell’arte come “l’artista più rappresentativa”, anticipatrice dell’espressionismo (anche per questo, come tanti altri artisti tedeschi, la sua opera fu bollata dai nazisti come “arte degenerata”); i ritratti che fece a Rilke[2], Sombart, Vogeler, sono assai noti e riprodotti. Quanto al successo in vita, non fu probabilmente facile il rapporto con l’ambiente artistico parigino, nel quale i nomi divenuti poi famosi emergono da un milieu precario e convulso, dipendente da mercanti e galleristi; un mondo che, più che porre insormontabili impedimenti e mortificazioni della creatività delle donne, è probabile contrastasse con la loro sensibilità umana e artistica, che non a caso ha trovato una straordinaria fioritura nel settore dell’illustrazione. Come del resto ha in seguito dissuaso le donne, nel loro spontaneo disgusto verso il vano e mortifero, la deriva nihilista delle avanguardie del 900, il relativismo assoluto e la proclamata “morte dell’arte”. È per esempio testimonianza di resistenza a tale deriva, e di risoluta coerenza artistica e umana, la nostra Antonietta Raphaël Mafai (1895-1975). Ma ben altra è l’”arte al femminile”, di cui si fa promotrice l’ideologia femminista, secondo stereotipi di provocazione, narcisismo e vittimismo insieme, ove altresì la denuncia della mercificazione del corpo femminile si risolve in un’ennesima e più spinta mercificazione, in pedissequo zelo e servitù volontaria al sistema dell’arte contemporanea concettuale.

 

Paula Modersohn-Becker, natura morta, tempera su tela, 1906 ca., collezione privata

 

[1] Rete televisiva franco-tedesca Arte.tv che, sotto il dichiarato ruolo di servizio pubblico e d’informazione culturale di qualità, promuove la sinistra europea e le campagne ideologiche “progressiste” (femminismo, lbgt, liberalismo genetico, ecc..).

[2] Rainer Maria Rilke scrisse in ricordo di Paula Requiem für eine Freundin (Requiem per un’amica).

 

 

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