Ad oggi esiste una pubblicistica enorme e multiforme sul femminismo, nella sua quasi totalità di dichiarata impostazione elogiativa; a parte alcune pubblicazioni polemiche e di non elevato e non riconosciuto valore scientifico, non esistono (o quasi) trattazioni neutre o contrarie. Nella variegata pubblicistica femminista troviamo ciarpame, schizofrenia, volgarità e grossolaneria, mera propaganda, molte volte anche particolarmente violenta, e, infine, studi meritevoli di attenzione. Sul web, poi, si trova un oceano: siti, blog, articoli, opinioni “in libertà”… dalle suffragette alle battaglie per il divorzio, il sesso libero e l’aborto, fino ad arrivare al Femminismo 3.0 dei nostri giorni: il Femminismo della prima e della seconda ora hanno raggiunto i loro obiettivi, ma rimane l’insoddisfazione… si vuole di più.

Nel 2018, ad esempio, è uscito un libro, Tutte le Ragazze Avanti (add Editore), molto pubblicizzato negli ambienti femministi, dove sono state raccolte le parole di undici autrici – scrittrici, blogger, esperte musicali e di serie tv, ricercatrici, social manager – che hanno raccontato cosa voglia dire crescere “femminista” e che significato abbia per loro questa parola. «Oggi che molte battaglie sono state combattute e vinte, è tornato il momento di parlare e di insistere per una visione del mondo più ampia di quella maschile», ha detto la curatrice del testo, Giusi Marchetta. «Ebbene, questa visione l’ho trovata spesso nei libri, nelle interviste, negli articoli delle donne che hanno accettato di scrivere le pagine di questo libro». Tutte le undici autrici «hanno raccontato perché per le donne è tempo di andare avanti», ha detto ancora la Marchetti. «Questo non vuol dire pretendere che altri vadano indietro ma riconoscere che c’è un sistema che penalizza le donne e che questa disparità va sanata. Di più: vuol dire riconoscere il diritto alle ragazze di essere intere come dice bene Giulia Blasi, cioè tenute in considerazione anche se non si adeguano a una società che le vuole silenziose»[1].

Alla domanda «Che significa per te femminista?», Giusi Marchetta risponde: «La parola “femminista” per me indica una persona che ha deciso di stare dalla parte di chi subisce un’ingiustizia inflitta da una mentalità sessista. Una femminista si ribella all’idea che esistano dei ruoli prestabiliti da una società patriarcale, per cui ai maschi spettano dei compiti e delle responsabilità, alle donne altre. Oltre la questione di diritti, si parla anche di cambiare un immaginario che definisce un’idea di uomo e di donna e che esclude, marginalizza e usa violenza contro chiunque non corrisponda a questo modello (gli omosessuali o i transessuali ad esempio, ma anche donne semplicemente ambiziose e competitive). L’idea è quella di garantire a tutti il diritto di essere semplicemente se stessi»[2].

La teoria femminista è iniziata in Europa e precisamente in Francia, e ha indottrinato tutto l’Occidente, inserendosi a buon titolo nel processo di secolarizzazione. L’obiettivo del movimento femminista è stato quello di spezzare la «catena di condizionamenti che si trasmette pressoché immutata da una generazione all’altra», così scriveva nel 1973 Elena Gianini Belotti, classe 1929, nel suo libro di grande successo Dalla parte delle bambine, ancora oggi pubblicato, e per spezzare la catena occorreva «prendere coscienza», così come, in altro ambito, il proletariato doveva prendere coscienza della lotta di classe; lo scopo era, quindi, spingere le donne «a prendere coscienza dei condizionamenti subíti e a non trasmetterli a loro volta, e contemporaneamente a rendersi conto che possono modificarli. L’operazione da compiere, che ci riguarda tutti ma soprattutto le donne perché ad esse è affidata l’educazione dei bambini, non è quella di tentare di formare le bambine a immagine e somiglianza dei maschi, ma di restituire ad ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene»[3], parole che si ricollegano in maniera plastica al concetto pedagogico di Maria Montessori (1870-1952), fonte d’ispirazione della Belotti, che ha diretto per vent’anni il Centro Nascita Montessori di Roma.

Ma le risposte al pensiero femminista dove sono?

A tutt’oggi non si vede una critica sistematica, scientifica e costruttiva sull’argomento e le ragioni sono debitamente inserite nella visione liberale dei “diritti” individuali, dai quali discende la “dignità” dell’individuo. Inoltre c’è un motivo, a nostro modo di vedere, che inibisce sia le donne che gli uomini dall’affrontare seriamente questo tema: scatta l’autocensura nelle prime per timore di apparire alle femministe delle reazionarie; mentre i secondi, essendo maschi “porterebbero acqua al proprio mulino” maschilista, secondo la presumibile accusa delle femministe e degli intellettuali politicamente corretti. Senza contare poi il fatto che nelle Università la maggioranza dei docenti è d’impostazione liberale e progressista.

Una delle poche voci fuori dal coro è quella di Gabriella Rouf, che scrive:

«Non siamo di fronte alla normalizzazione di un processo rivoluzionario, magari imposto per legge come nelle squallide “quote rosa”, né al naturale esaurimento della spinta propulsiva. L’involuzione del femminismo e il suo cedimento completo e senza residui alle istanze del capitalismo globalizzato manifesta uno storico fallimento, una nemesi che forse era inscritta nel prevalere in esso di componenti radicali. Il primo segnale della subordinazione sta del resto nella debolezza teorica del movimento femminista, per lo più disinteressato ai fondamenti strutturali della società, sommariamente liquidata come patriarcale, e quindi puntellato via via su approssimazioni psicanalitiche e miti della modernità: desideri, bisogni, diritti, più che funzionali al consumismo e in effetti approdati ad una mercificazione del corpo senza precedenti nella storia dell’umanità.

Non interessato ed incapace di affrontare le crisi strutturali del postmoderno, il femminismo ha infine travasato la propria ormai frusta ideologia anti-uomo nei contenitori à la page del politicamente corretto, degli studi di genere e del transumanesimo[4].».

La donna contro il maschio e la donna contro la carne della propria carne, il figlio che porta in grembo che, per deliberata scelta, viene abortito. Poi, qualora nasca, affidato non più alla famiglia, ma allo Stato, depositandolo lontano da sé, essendo impegnata in attività diverse dalla maternità, e delegando alle pubbliche istituzioni l’educazione:

«È pertanto conseguente e forse inevitabile che il femminismo sia pervenuto per queste vie all’aggressione finale verso la vita, non più in formazione, come nell’aborto — ma attuale nel bambino-merce. Esiti finali, essendo stati nel frattempo erosi e prosciugati i terreni sui quali poteva svolgersi un’autocritica alla luce dei fatti ed un recupero di rapporto con la realtà delle donne, ormai inafferrabile e a cui del resto le teoriche e le loro raccapriccianti testimonials sono indifferenti, non pagando mai in proprio»[5].

«Europa Cristiana» apre oggi l’Approfondimento, con i contributi di più studiosi, tra i quali la suddetta Gabriella Rouf, dedicato a questa tematica per conoscere storicamente il fenomeno, comprenderne i significati filosofici, culturali, sociali, politici, linguistici e religiosi, conoscere le personalità che si sono fatte e sono portavoci delle istanze femministe. Particolare attenzione sarà dedicata alle riviste femminili ed alla loro metamorfosi, oltre che, ovviamente, ai rapporti, a volte molto stretti, con le varie ideologie politiche, i vari processi storici e la finanziarizzazione dell’economia. Altro argomento su cui concentreremo il nostro sguardo sarà quello del rapporto tra la “questione femminile” e lo sviluppo della civiltà.

Conoscere il Femminismo significa anche ragionare sulla natura della donna e dell’uomo e, così facendo, recuperare l’identità femminile e l’identità maschile. Il Femminismo è la conseguenza delle idee rivoluzionarie ed anticristiane, che si sono sviluppate dall’Illuminismo in poi, anche se ci sono stati prodromi precedenti, specialmente di natura gnostica.

Il progetto di «Europa Cristiana» è quello di affrescare un quadro quanto più possibile esaustivo del fenomeno, che intrattiene strettissimi legami con l’ideologia gender e l’omosessualismo in genere, legami che verranno esaminati sia nelle loro cause che nelle loro conseguenze ovvero nella legislazione degli Stati e negli usi e costumi delle società. Verranno anche studiati i rapporti dell’ideologia del movimento femminista con il Marxismo e con le varie ideologie rivoluzionarie, a partire da quella liberale, soprattutto nella sua ala radicale.

La Francia, come si è detto, ma anche l’area anglofona, Inghilterra e Stati Uniti, sono le nazioni che, soprattutto nella sua fase iniziale, hanno dato i maggiori contributi al pensiero femminista. Agli inizi del XX secolo le proteste divennero sempre più violente: molestie, colpi alle porte delle case, vetrine infrante, incendi… La suffragetta Emily Davison (1872-1913), membro del WSPU, Women’s Social and Political Union (Unione Sociale e Politica Femminile), per citare un caso che all’epoca ebbe molto risalto mediatico, si lanciò, nel 1913, durante una corsa di cavalli, sulla pista dell’Epsom Derby, per sostenere le sue rivendicazioni, e morì sotto le zampe del cavallo di re Giorgio V (1865-1936) d’Inghilterra.

Uno dei più illustri antecedenti del Femminismo si ha nella Rivoluzione Francese ad opera di Nicolas de Condorcet (1743-1794), grande estimatore di François-Marie Arouet, detto Voltaire (1694-1778), nonché interprete principale della campagna anticlericale giacobina. Agguerrito difensore dell’égalité dei «diritti umani», già nel 1787 affermò, nelle sue Lettres d’un bourgeois de New Haven à un citoyen de Virginie[6], il diritto all’uguaglianza tra donne e uomini, sostenendo il suffragio femminile all’interno del nuovo regime rivoluzionario. Dopo il ripetuto, ma fallito, appello rivolto da Condorcet all’Assemblea nazionale costituente nel 1789 e nel 1790, Olympe de Gouges (1748-1793), pioniera del femminismo in Francia – in collaborazione con la «Società degli Amici della Verità» – stilò e pubblicò la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina nel 1791, imitazione critica della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, che elenca i diritti validi solo per gli uomini, allorché le donne non dispongono del diritto di voto, dell’accesso alle istituzioni pubbliche, alle libertà professionali, ai diritti di possedimento… Di quale uguaglianza sociale, avrebbero parlato gli uomini, se metà dei cittadini francesi, ovvero le donne, erano esclusi?

Una vignetta satirica dell’ultima decade dell’Ottocento sull’emancipazione femminile ritrae, sul divano, una moglie “liberata” con, nella mano destra, la sigaretta, e con la mano sinistra in atto di attrarre a sé il marito, ma, quest’ultimo, se ne discosta, con ritrosia, e con un atteggiamento decisamente effeminato… emblematica immagine dei nostri tempi.

Dopo tante battaglie e successi di “genere”, nel corso di due secoli, le femministe militanti, tuttavia, non si sono affatto acquietate: anzi, di fronte alle nuove generazioni, con ragazze ormai emancipate e più dedite ai master e al mondo del lavoro piuttosto che alla famiglia e alle rivendicazioni delle donne, manifestano un senso di preoccupazione e, quindi, sono ben intenzionate a proseguire nella linea della fermezza e della lotta:

«Femminismo. Un termine che negli anni, non si sa bene come e perché, sembra essere diventato una “brutta parola”. Poche donne si definiscono femministe. Sembra quasi essere diventata l’etichetta per le donne che semplicemente odiano il genere maschile. Una definizione dalla quale molte donne, dunque, fuggono indignate. Peccato, perché se possiamo godere di molti diritti in famiglia e sul posto di lavoro è proprio grazie alle femministe. Donne che nella storia hanno lottato, “sputando lacrime e sangue”, in molti casi rinunciando anche alla propria vita, per consentire a se stesse e alle generazioni future di poter avere gli stessi diritti degli uomini. Grandi battaglie come quelle per il divorzio, l’aborto, il diritto al voto, sono tutte riconducibili al movimento femminista. Oggi possiamo dire di essere uguali agli uomini davanti alla legge ma si può parlare di reale parità? Carichi familiari, maternità, violenza… ancora le donne subiscono forme di oppressione, discriminazione e disparità anche nelle società definite moderne.  E allora siamo sicure che non abbia più senso parlare di femminismo[7].

Il lavoro si preannuncia ampio ed irto di difficoltà, soprattutto per la scarsità di fonti indipendenti, ma «Europa Cristiana» ritiene che le fonti partigiane possano essere un’ottima documentazione per la conoscenza delle dottrine a cui si asservono e che i fatti storici costituiscano un sufficiente contraltare, per poter giungere alla verità e, conseguentemente, per dare un giudizio obiettivo su un fenomeno che tanta rilevanza ha avuto e tuttora ha nella vita quotidiana dei popoli dell’Occidente e non solo.

 

(1-continua)

 

 

[1] http://www.vita.it/it/interview/2018/12/10/perche-e-importante-oggi-in-italia-parlare-di-femminismo/206/

[2] http://www.vita.it/it/interview/2018/12/10/perche-e-importante-oggi-in-italia-parlare-di-femminismo/206/

[3] E. G. Belotti, Dalla parte delle bambine. L’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita, Feltrinelli, Milano 198028, p. 8.

[4] G. Rouf, Nemesi del femminismo e il racconto dell’ancella, in «Il Covile, 22 gennaio 2019, n. 421/XI, p. 1.

[5] Ivi, p. 2.

[6] Paris, Firmin Didot frères, 1847, p. 14 ss…

[7] Daniela Testa, Storia del femminismo: ieri, oggi e domani… girl power!, in https://www.robadadonne.it/109576/storia-del-femminismo-ieri-oggi-domani-girl-power/ (consultato il 23 marzo 2019).

 

 

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