Testimonianze di santità in Casa Savoia

In conspéctu divinæ maiestátis tuæ

rubrica di Cristina Siccardi

 

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Proseguiamo, con questo terzo appuntamento sabaudo, i profili biografici di coloro che, in Casa Savoia, hanno lasciato testimonianza profonda della propria santità, contribuendo, nella fattispecie, a rispondere in maniera inequivocabile con il proprio esempio di vita alle idee giacobine della Rivoluzione francese, a quelle rivoluzionarie napoleoniche e a quelle rivoluzionarie liberal-massoniche. Quest’ultime, come d’altra parte le due precedenti, stravolsero i governi d’Europa del XIX secolo, compreso quello piemontese, dove regnava Vittorio Emanuele II, il responsabile della rottura millenaria del fecondo legame, a vantaggio di Casa Savoia, della Chiesa (pensiamo al bene che i santi della Torino dell’Ottocento hanno apportato sia a livello religioso che civile) e del benessere spirituale e materiale del proprio popolo, fra Trono e Altare.

Nell’Index ac status causarum risultano in corso le cause di beatificazione della Venerabile Maria Clotilde di Borbone e della Serva di Dio Maria Clotilde di Savoia.

Venerabile Maria Clotilde di Borbone, Regina di Sardegna

Nasce il 23 settembre 1759 nel castello di Versailles, è figlia di Luigi delfino di Francia e della principessa Maria Giuseppina di Sassonia; viene educata in ferma opposizione alla dissolutezza e corruzione morale della corte. Maria Clotilde manifesta ben presto la sua vocazione religiosa, alla quale aveva contribuito l’influenza su di lei della nonna, Maria Leszczynska, tuttavia a 16 anni, per ragioni di Stato, va in sposa al principe ereditario di Piemonte, Carlo Emanuele di Savoia, molto religioso. Il matrimonio viene celebrato per procura il 20 agosto 1775. Dalla loro unione non nacquero figli, ma fu un’unione perfetta. Entrambi abbracciarono la regola del Terz’Ordine Domenicano, prendendo il nome di Maria Clotilde di santa Margherita e di Carlo Emanuele di san Giacinto.

Maria Clotilde sopportò con grande rassegnazione cattolica le persecuzioni inflitte dalla Rivoluzione Francese alla sua famiglia, persecuzioni che portarono alla morte per ghigliottina, nel 1793, suo fratello Luigi XVI, la cognata Maria Antonietta e sua sorella Maria Elisabetta, che amava oltremodo.

Il marito Carlo Emanuele IV di Savoia, salì al trono di Sardegna il 18 ottobre 1796, ma il regno durò poco perché i francesi invasero il Piemonte ed una convenzione con il generale francese Joubert l’8 dicembre 1798 obbligò il Re alla rinuncia del trono. La conseguenza fu che i due coniugi furono costretti all’esilio nella città di Cagliari. Proprio qui Maria Clotilde conobbe il gesuita Padre Senes che divenne suo direttore spirituale. Nei momenti drammatici e di sconforto, Maria Clotilde diede forza e coraggio al consorte, inoltre si adoperò energicamente per il ritorno dei gesuiti, perseguitati dai francesi, negli Stati Sardi.

Lasciata Cagliari, i due esuli fecero tappa a Firenze e Roma, dove Maria Clotilde incontrò Pio VI, il Papa che sarà oltraggiato e arrestato da Napoleone Bonaparte, al quale donò un suo anello. Alloggiarono prima in una locanda al Chiatamone denominata «Alle Crocelle» e poi traslocarono nell’albergo «Aquila Nera» del rione Chiaia. La conduzione della loro vita era assai sobria, considerando anche il fatto che la sovrana aveva venduto anche il vasellame d’argento per aiutare i poveri. Trascorreva gran parte del suo tempo nella chiesa di Santa Caterina dei Francescani del Terz’Ordine Regolare. Il padre superiore del convento divenne suo confessore, così decise di entrare a far parte anche del Terz’Ordine Francescano. Un altro suo consigliere spirituale fu il barnabita san Francesco Saverio Maria Bianchi, che incontrò a Napoli.

La sua esistenza fu costellata di odio, al quale rispose sempre con il perdono e la carità. I due coniugi, che soggiornarono un mese a Roma e che furono presenti alle celebrazioni dei riti della Settimana Santa del 1801, ebbero modo di conoscere il nuovo Papa Pio VII, che sarà anch’egli catturato da Napoleone, ma furono costretti a lasciare la città papale per fuggire a Napoli a causa di un rapimento progettato dai francesi ai loro danni.

Dopo una grave malattia, Maria Clotilde, di 42 anni, muore il 7 marzo 1802. Fu tumulata nella chiesa di Santa Caterina a Chiaia, dove si trova tuttora e precisamente nella cappella della «Buona Pastora». Carlo Emanuele IV, rispettando la semplicità che aveva contraddistinto la sua sposa, commissionò una modesta tomba, che nel 1933 fu restaurata da Re Umberto I di Savoia.

Fu acclamata «angelo tutelare del Piemonte» e il suo nome fu dato ad un’altra pia principessa di Casa Savoia, futura moglie del principe Girolano Napoleone. Il 10 aprile 1808, sei anni dopo la morte, il Pio VII la dichiarò venerabile e introdusse la causa di beatificazione. Papa Giovanni Paolo II, nel 1982, promulgò il decreto sull’eroicità delle virtù della Regina Maria Clotilde, mentre, nel bicentenario della sua morte il 7 marzo 2002, autorità, fedeli e religiosi si sono riuniti presso la sua tomba per celebrarne la memoria.

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Serva di Dio Maria Clotilde di Savoia

Clotilde, Maria, Teresa, Luisa di Savoia, era nata a Torino la notte fra il 1° e 2 marzo 1843 da Vittorio Emanuele II, allora Duca di Piemonte, e da Maria Adelaide, arciduchessa d’Austria.

Il Battesimo venne amministrato dall’Arcivescovo della capitale subalpina, Monsignor Luigi Fransoni, che molto ebbe a patire sotto i colpi dei liberali e dei massoni e che, opponendosi con coraggio alle leggi anticlericali, fu condannato all’esilio nella città di Lione, dove morì.

Clotilde fu la primogenita di otto figli e quando la madre perì di tifo fu data a lei la responsabilità di coordinare casa e famiglia. Precocemente, dunque, provò il dolore lacerante e allo stesso tempo l’imperio del dovere. Infanzia e giovinezza furono all’insegna di una precoce e palese maturità, sia di sentimenti che di scelte. Molto sensibile e legata fortemente agli affetti e alle amicizie scriverà, ricordando l’ultima visita fatta alla madre morente:

«Io la vidi per l’ultima volta il giorno 18 [gennaio 1855]. […]. I suoi bei capelli neri sparsi sul guanciale facevano vivo contrasto con la sua figura così pallida e disfatta. […]. Papà mi disse che nel suo delirio questa madre diletta parlava molto della sua Clotilde e che mi vedeva camminare dappertutto, persino sulle cornici della sua camera. […]. Così quella bell’anima si addormentò nella pace del Signore tranquillamente e santamente, come aveva sempre vissuto, […]. Oh, quali dolorosi ricordi!! [pochi giorni prima era morta la suocera della mamma, Maria Teresa d’Asburgo-Lorena Toscana (1801-1855)] E poi la morte di Vittorio [l’ultimo fratello]; poi quella dello zio Ferdinando. In quell’anno la nostra famiglia fu ben colpita da sventure!».

Sventure profetizzate da san Giovanni Bosco, il quale aveva avvertito il futuro primo Re d’Italia: se avesse avallato la legge Rattazzi (come avvenne proprio nel 1855) per la soppressione degli Ordini religiosi e l’incameramento dei loro beni da parte dello Stato, Casa Savoia sarebbe stata funestata da diversi lutti. Don Bosco pubblicò anche un opuscolo, dove ammoniva Vittorio Emanuele II, scrivendo fra l’altro: «La famiglia di chi ruba a Dio è tribolata e non giunge alla quarta generazione», come accadrà con la fine della monarchia in Italia dopo la terza generazione. Rimangono lettere molto intense e toccanti di Clotilde, indirizzate al padre per cercare di persuaderlo di fermare l’irruente valanga persecutoria ai danni della Chiesa: «Se sapesse, Papà mio, come ne soffro! Ella lo sa, come lo so io: tutto passerà in questo mondo, tutto crollerà; ma la Chiesa rimarrà inconcussa, avendo per sé le promesse del suo Divino Fondatore» (8 febbraio 1877).

Corrispose epistolarmente anche con i Sommi Pontefici: il beato Pio IX, Leone XIII e san Pio X. Membro del Terz’ordine di san Domenico (fece la professione di fede il 14 maggio 1872), prendendo il nome di Suor Maria Caterina del Sacro Cuore, arrivò ad affermare a padre Giacinto Maria Cormier O.p., poi Maestro generale dell’ordine domenicano dal 1904 al 1916: «È tanto chiaro dunque che tutto sembra concorrere  a un solo e medesimo scopo: la mia santificazione! […] ho un gran bisogno d’annientamento e di immolazione! Niente mi basta in fatto di difficoltà e di sofferenze: vorrei potermi consumare ai piedi di Gesù, come una vittima di espiazione, di riparazione, di amore» (23 luglio 1875).

Maria Clotilde venne investita di obblighi reali e familiari di grande peso, che seppe condurre con abilità, amabilità e carità tutta cristiana. Essendo la primogenita, ma anche la figlia prediletta di Vittorio Emanuele, per doveri di Stato, accettò a malincuore di sposare il 30 gennaio 1859 Napoleone Giuseppe Carlo Paolo Bonaparte, noto e attempato libertino. Le nozze erano state strategicamente predisposte da Cavour e da Napoleone III. Il Principe Napoleone, detto Gerolamo (Jérôme) o Plon-Plon, fu ufficiale dell’esercito del Württemberg dal 1837 al 1840 e divenne il capo riconosciuto della famiglia Bonaparte. Il 16 gennaio 1883 fu arrestato a Parigi per aver sponsorizzato un plebiscito a favore del suo diritto al trono e nel 1886, a causa della sua potenziale pretesa al trono imperiale, fu bandito dal territorio francese.

Maria Clotilde visse a Parigi sfuggendo gli splendori della Corte imperiale, dedicandosi alla beneficenza, con gran dispetto del marito. Scoppiata la rivoluzione nel 1870, decise di rimanere nella capitale francese in rivolta, malgrado le insistenze del padre a rientrare in patria, alle quali rispose con una lettera intrisa di Fede e di senso del dovere:

«L’assicuro che non è il momento per me di partire […] la mia partenza farebbe il più pessimo e deplorevole effetto. Non ho la minima paura: non capisco nemmeno ch’io possa aver paura. Di che? E perché? Il mio dovere è il rimanere qui tanto che lo potrò, dovessi io restarci e morirci: non si può sfuggire davanti al pericolo […]. Non tengo al mondo, alle ricchezze, alla posizione che ho; non ci ho mai tenuto, caro Papà, ma tengo ad adempiere, sino alla fine, il mio dovere. […]. Non sono una Principessa di Casa Savoia per niente! Si ricorda cosa si dice dei Principi che lasciano il loro Paese? Partire, quando il Paese è in pericolo, è il disonore e l’onta per sempre. Se parto, non abbiamo più che da nasconderci. Nei momenti gravi bisogna avere energia e coraggio; li ho, il Signore me l’ha dati e me li dà. Mi scusi, caro Papà, se forse le parlo troppo liberamente, ma mi è impossibile di non dirle ciò che sento, ciò che ho in cuore. Sia convinto che Mammà mi approva dal cielo».

Fuggiti tutti i Bonaparte e proclamata la Repubblica, lasciò Parigi per ultima e da sola, in pieno giorno, con la carrozza scoperta e le sue insegne: nel recarsi alla stazione, la guardia repubblicana le rese gli onori.

Subì la vita dissipata del marito che in seguito la abbandonò, lasciandola in ristrettezze economiche. Tuttavia rimase sempre lei: la tenera madre adottiva dei fratelli; la figlia rispettosa; la nuora affabile dello spodestato Re di Vestfalia, Girolamo Bonaparte (1784-1860); la sorella dei poveri; la sposa che si sacrificò per la salvezza eterna del marito, al quale, morente, gli stette accanto.

La Serva di Dio spirò a 68 anni nel suo castello di Moncalieri il 25 giugno 1911 e venne sepolta nella basilica di Superga. Il 6 aprile 1936, nella diocesi di Torino, iniziò il processo di beatificazione della «Santa di Moncalieri», come ormai da anni veniva chiamata.

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