Giudicando dai risultati, il complesso ideologico che pretende di porsi in continuità con i movimenti storici per l’emancipazione femminile, segna un fallimento e un pervertimento sui quali non vi è ormai possibile dubbio. La complicità del femminismo mainstream nelle derive della mercificazione del corpo e del degrado delle relazioni umane, certo amplificata dalle campagne mediatiche, mostra sempre più gli esiti disastrosi di un’ideologia di dissoluzione dei valori comunitari e identitari.
In occasione della morte della femminista Gloria Steimen (nella foto a sinistra) è stato rievocato l’episodio del suo infiltrarsi nei ranghi di Playboy per denunciare lo sfruttamento delle “conigliette” a pro dell’assetto maschilista della società, nonché il degrado della donna nella pornografia più o meno soft. Ebbene, la povera Steimen ha fatto in tempo a vedere un mondo in cui la pornografia e la prostituzione sono assurte a modelli imprenditoriali e professionali, saturando intere aree del social, senza soluzione di continuità col mondo dei media, dello spettacolo e dei vip. Forse si sarà resa conto che la mistica del “corpo è mio”, con l’elogio dell’aborto, ha consegnato le donne a una sorta di mostruoso apparato, in cui sono contemporaneamente carnefici (da carnifex, che fa la carne) e vittime.
Il concetto di pudore e di rispetto del corpo, connaturati antropologicamente all’identità femminile, vengono meno con la negazione e lo svuotamento di essa, a favore delle teorie del gender da una parte, e del postumano dall’altra. Al di là dello spettacolo grottesco delle nudità esibite, fra l’altro progressivamente a scapito dell’appeal erotico di esse, è chiaro che la mercificazione del corpo, nel rompere l’unità della persona, precostituisce un modello di sudditanza, di umanità incompleta e manipolabile. Nei riguardi dei bambini e degli adolescenti è un abuso e una violenza.
Il venir meno del riserbo e del rispetto di sé e degli altri, induce anche altre forme di esibizionismo -sempre amplificate e promosse dal circo dei media– con lo scialo di biografie o autobiografie con ghiotte indiscrezioni sessuali. La valanga di “rivelazioni” segna nonché la deriva editoriale e mediatica, forme di vendetta postuma, e di riduzione del complesso e del diverso a una rozza semplificazione (che è poi la norma dei “gender studies”).

Alfred Kubin, Angst (Angoscia), 1903
L’equivoco per cui il pudore sarebbe una forma di “vergogna” indotta dal sistema oppressivo patriarcale, è uno dei prodotti delle teorie dissolutorie e dell’astrazione, relativamente innocue finchè tenute sotto controllo dalle ideologie dell’economia politica. Con il fallimento di queste, il complesso di disumanizzazione, negazione del reale e destrutturazione della comunità umana e dell’individuo si afferma come strumento del totalitarismo, nelle forme di schiavitù volontaria e alienazione dal proprio essere.
Il pudore fa parte della coscienza di sé, è risorsa di preservazione e custodia della struttura integrale della persona umana: pur nella diversità delle culture, esso attiene la percezione del corpo come tema valoriale, morale e relazionale. Anche in questo caso il femminismo postmoderno occidentale, sdoganando la mercificazione del corpo, agisce contro la realtà, gli interessi e la dignità delle donne.
Lo conferma oggi l’accredito e l’imposizione mediatica di Emma Bonino come eroina e antesignana di un preteso progresso: ovvero il conformismo, o la prescrizione per legge, della cultura della morte.
(Prima parte – continua nel prossimo numero di «Europa Cristiana»)

Il primo numero di Ms. (1972), prima rivista femminista, di cui Gloria Steinem è stata cofondatrice
