Poiché l’alfabeto non muta (anche se la gente sembra non saperlo più, tanto c’è qualche app che provvede), abbiamo le nostre 21+annessi esteri, per scandire qualche informazione e riflessione sull’arte contemporanea AC.

Quindi niente cronache d’arte contemporanea, che sarebbe lugubre rassegna, ma un promemoria per tenersene lontani più possibile.

Trattandosi di AC, se ne potrebbe trarre un quadro troppo pessimista; ma l’arte vera esiste ancora, e basta usare occhi e cuore per contemplarla e cercare le sue opere. La sua prima caratteristica è che non c’è bisogno di spiegare niente, che tutti se ne intendono, che dà a ciascuno l’emozione di un’unicità e insieme di una condivisibilità assoluta.

AC  è l’acronimo con cui Christine Sourgins in Les mirages de l’Art Contemporain (Paris 2005) definisce quella produzione che –anche giocando sull’equivoco del termine “contemporaneo”- si arriga il diritto di essere la sola arte del nostro tempo. In realtà arte contemporanea «designa, dal 1960, una categoria estetica, un genere, ovvero un’etichetta» che si è costituita a sistema e si è imposta come monopolio internazionale, di natura finanziaria e finalità ideologica. Il termine AC (che contiene anche l’allusione al carattere concettuale di tale produzione) viene usato anche per distinguere l’arte contemporanea dall’“arte di oggi”, cioè l’Arte.

BUCO nero è quello in cui la scorsa estate è caduto un incauto visitatore in un museo di arte contemporanea in Portogallo. Un immeritato valore aggiunto simbolico per una scemenza di Anish Kapoor, metafora del vuoto dell’AC, degna erede dell’orinatoio di Duchamp (dove un ingenuo può orinare), dei cumuli di spazzatura (che un ingenuo può buttar via), degli spruzzi e imbratti (che un ingenuo può pulire) ecc…

Non guardi il visitatore nel buco nero dell’AC. C’è solo il nulla, ma ci si può anche far male.

CIA. Non si tratta di una teoria complottista, tutto è noto ormai, e documentato. Del resto che l’arte moderna novecentesca, sotto forma di avanguardie più mondane e pittoresche che eticamente ed esteticamente motivate, abbia subito gradito il patrocinio da parte di quei ceti altoborghesi che fingeva di contestare, è un ammiccamento furbesco che gli artisti della modernità non hanno mai nascosto. Più imbarazzante, per rivoluzionari e trasgressori, essere stati tenuti a bàlia dalla CIA, per un programma egemonico sulle élites culturali europee, in funzione antisovietica e di sostegno alla spartizione interna di aree d’influenza tra i partiti politici nazionali. Il culmine di questo imperialismo culturale è stata l’esportazione in Europa, con un battage pubblicitario senza precedenti, della pop art, che facendo tabula rasa di uno scenario artistico allora già inquinato ma ancora vario, ha posto le premesse del monopolio AC.

DEIEZIONE  è l’appellativo dato ad una delle più incredibili imprese dell’AC: l’installazione per mesi e mesi nel 2017 in piazza della Signoria a Firenze di un’enorme massa informe, come se un cane gigantesco fosse passato di lì… Non che sia un caso limite, se ne è viste di peggio, ma è esemplificativo della totale subordinazione delle amministrazioni pubbliche e del patrimonio al sistema arte contemporanea, in una città nella quale si lamenta l’inadeguatezza delle infrastrutture e del “polo museale” a gestire in modo intelligente o almeno civile i flussi turistici, nonché a rendere visibili i patrimoni artistici non accessibili o giacenti nei depositi. V.anche Uffizi.

EUROPA. Anche nell’arte l’Europa/UE riproduce un aggregato lobbistico, una piattaforma rotante senza radici.

L’arte europea è arte cristiana, perché le architetture religiose hanno conformato il territorio e le città, perché, anche ove è passata l’iconoclastia protestante, di arte cristiana (spesso italiana) traboccano i musei, e il comune senso e linguaggio della bellezza si identifica col senso corale di un’unica fede. Questo, manco a dirlo è, più che rimosso dalla memoria, attivamente combattuto dalle burocrazie UE e filo-UE, con l’intento di sostituire ad esso l’ideologia destrutturante postmodernista, in forma di terrorismo culturale dissolutivo delle identità, individuali e collettive. Da cui politiche di museificazione dissennata per desacralizzare le opere d’arte, e poi di storicizzazione e concettualizzazione dei musei, per banalizzare gli artisti del passato, svuotare le opere di significato spirituale, ridurre tutto a questioni di sesso e potere. Quando poi non si accede al terzo grado, quello degli accostamenti indecorosi e blasfemi. Il carrozzone itinerante AC, il famoso “circuito internazionale” nel quale dovremmo docilmente inserirci, per offrire le nostre splendide piazze, chiese, palazzi e musei a far da vetrina agli spauracchi AC, ha in questa politica livellante la funzione dello schiacciasassi. Assorbire risorse, spazi, attenzione mediatica, complicità istituzionali, facendo leva sulla dabbenaggine e il complesso d’inferiorità verso gli arroganti propagandisti dell’AC, è il modo per convincere la gente che quella è arte, rendere sempre più inaccessibile la bellezza, secolarizzare l’arte sacra. Già sembra che la gente riesca a guardare l’arte solo fotografandola: è un sintomo di spossessamento, di perdita d’identità di un popolo che ha pregato davanti alle Madonne di Giotto, ai mosaici di Monreale, sul Sacro Monte di Varallo.

FUMAROLI Marc, saggista francese, studioso di storia e di estetica, Accademico di Francia, autore del testo Paris-New York et retour (Fayard 2009), definitivo quanto alla condanna dell’AC come «circo Barnum dei fenomeni viventi». Testo magnifico, che è stato pubblicato in italiano da Adelphi, e la cui lettura sgombra ogni equivoco sulla pretesa credibilità dell’arte contemporanea come espressione artistica in continuità con il patrimonio, la tradizione e l’identità europea.

GUSTO, buon gusto, cattivo gusto… molto è stato scritto sul gusto, come categoria relativa alla cultura e alle norme estetiche della classe sociale di appartenenza. Anche i gusti rispecchiano –si diceva- la gerarchia sociale, per cui le élites apprezzeranno forme più sofisticate e nuove, mentre il popolo, non arrivando a comprenderle, resterà legato a quelle semplici e tradizionali. Tutto questo è stato spazzato via nella società globalizzata postmoderna, dove, in campo artistico, l’AC non piace a nessuno (è brutta, insulsa, offensiva ecc… e del resto rifiuta furbamente ogni concetto estetico), e nessuno ci capisce niente (perché non c’è niente da capire). Elites  di alta cultura non ce n’è più, e nel frattempo anche la dimestichezza spontanea con la bellezza è stata mortificata e attivamente combattuta, in quanto pericolosamente identitaria.

HIRST Damien.  Se non avessimo difficoltà con la lettera H, non citeremmo il menagramo Hirst, coi suoi squali in formalina e altre trovate tra il macabro e l’idiota. Copiamo quindi pedissequamente da Wikipedia: «In occasione dell’apertura di una retrospettiva dedicata all’artista presso la Tate Modern di Londra, il critico Julian Spalding ha detto: Quel che separa Michelangelo da Damien Hirst è che Michelangelo era un artista invece Damien Hirst non lo è. Le idee brillanti e profondamente commoventi di Michelangelo si manifestano in quello che ha realizzato; non erano bestemmie pretenziose schizzate fuori dalla cima della sua testa. A queste dure critiche Francesco Bonami ha replicato sulle pagine de La Stampa che: Mettere in dubbio Hirst come artista significa azzerare la storia dell’arte degli ultimi cento anni

Appunto, azzerata

ITINERANTI  sono le mostre, chiavi in mano, che girano tutto il mondo, con evidente riduzione dei costi, e nessun impegno qualitativo (di discernimento, valutazione nel merito, compatibilità culturale e ambientale) da parte delle istituzioni, di settore e locali. Questo spiega l’impressione continua di deja vu, di fronte a l’ennesima mostra di Warhol, Dali, Magritte, ovvero di mostre dal titolo incomprensibile e allusivo, che celano modestissime (o peggio) scelte di opere, e puntano tutto sull’effetto luna park; del resto, all’opposto, come non rimanere sconcertati di fronte a prestiti inconcepibili, quale quello della Visitazione del Pontormo, per molti mesi in trasferta in USA! Ma dato che le mostre sono diventate riti turistici e d’intrattenimento di massa, l’uovo di Colombo, è oggi quello di eliminare le opere stesse, con relativi oneri di trasporto e assicurativi,  promuovendo le “mostre digitali”, dove si paga per vedere capolavori che sono altrove. Complimenti!

KOONS Jeff, è collocato all’ottavo posto nella classifica mondiale 2018 delle maggiori performances finanziarie di Arte (AC, ovviamente), classifica che è già di per sé una componente del sistema speculativo, perché accredita un mercato fasullo, totalmente virtuale ed autoreferenziale, tenuto su, in modo da nessuno controllato e controllabile, dallo stesso pool d’investitori, collezionisti, azionisti di case d’asta, banche e brokers, che vi agisce facendo il gioco delle parti, con istituzioni e media al servizio. Infatti al vertice ci sono le opere di Basquiat, morto e morto male, per le quali non c’è nemmeno il disturbo di avere tra i piedi l’autore. Koons invece, vivo e vegeto, è il ragioniere dell’AC, lanciato dalle performances sulla sua ex Cicciolina, e poi via via pervenuto ad una produzione rassicurante, perfetta per “dialoghi con l’arte del passato”, in quanto ingombrante e completamente idiota.

LEGO. In concorrenza con lo strizzapalloni Koons vanno in giro, con minori ambizioni ma planetario successo, le 5 mostre delle “sculture” in mattoncini LEGO di tale Sawaya. Beh, bastava pensarci, no? Nelle varie specializzazioni concettuali dell’AC (per materiale, colore, effetto spavento, ribrezzo, blasfemia ecc…) questo mancava. Che differenza c’è dai parchi Legoland? Ovviamente nessuna, solo che qui viene dichiarato che “è arte”, e certo in confronto alle installazioni di liquami e pornografia, per lo meno ci si può portare i bambini.

MANIFESTO. L’omonimo ottimo film di Julian Rosefeldt (2015) riesce a mostrarci quanto altrimenti richiederebbe fiumi di parole. Abbinando la declamazione dei Manifesti delle avanguardie politiche e artistiche del ‘900 a personaggi, situazioni e ambienti odierni, da pretenziosi a squallidi, da privilegiati ad emarginati,  mette in scena, tragicamente e comicamente, il fallimento storico dei pretesi rivoluzionari, innovatori e sovvertitori, che hanno di fatto contribuito con i loro manifesti roboanti quanto vuoti, a una deriva di alienazione e disumanizzazione. Ogni personaggio è interpretato con stupefacente mimetismo dalla stessa bravissima Kate Blanchett, che rappresenta un presente in cui le identità si sono perdute, e ognuno è la sua apparenza, ognuno è volta volta vittima o profittatore del sistema. Terzo livello di lettura, iperironico, è che il film è stato inteso dagli stolidi commentatori come celebrazione delle avanguardie: il che è vero solo in questo, che la contemporaneità, attuando i loro proclami dissolutori e nichilisti, le ha smascherate come supremi conformismi alle tendenze del sistema.

NITSCH Hermann. Pare che il povero Nitsch sia destinato ad abbinarsi ai nostri ABC (cfr. Il Covile n.869 del 3/9/2015, qui). Ecco di nuovo proposta per la primavera a Mantova la sua mostra–macelleria, che nella spartizione internazionale delle specializzazioni “artistiche” si è aggiudicata quella del sangue e carcasse. Proteste delle associazioni animaliste e delle persone di buon senso; e dall’altra parte, il solito teatrino, tra ingenuo e sprezzante, sulla “libertà artistica”, “l’artista quotato”, “il circuito internazionale”… Però chiamarla mostra-macelleria non è certo un’offesa, in quanto lo stesso Nitsch ci informa: «Dopo che impieghiamo la carne per la performance, la mangiamo: l’animale ucciso viene dunque utilizzato due volte, per l’arte e per il nostro nutrimento.» Buon appetito.

ORRORE. Nella classifica degli orrori dell’AC, veramente affollatissima, si sgòmita per le prime posizioni, tra escrementi, necrofilia, pedofilia, blasfemia oscena, sempre nella speranza della denuncia, della protesta, dell’imbratto dell’opera, unica chance per attirarle l’attenzione mediatica di cui ha disperato bisogno. Si colloca in buona posizione l’artista cannibale, la cui performance consiste nel prelevare un lembo di carne dal dorso di un volontario, friggerlo e farglielo mangiare (l’ha fatto in un museo di Riga e già Parigi lo invoca).

Naturalmente c’è chi dice che questi sono casi estremi, di provocazioni che servono appunto a far discutere, a rompere con gli stereotipi ecc… Conosciamo la solfa, ed è dai primi del ‘900 che vari personaggi hanno esibito le loro stravaganze per scandalizzare i ricchi borghesi, lanciare mode anticonformiste e essere così campati da loro. A parte il fatto che da più di 100 anni si ripetono le stesse cose, il che deve insospettire sulla buona fede di questi rivoluzionari, oggi la situazione è completamente diversa: la provocazione è istituzionalizzata, ufficializzata, finanziata dagli Stati, imposta mediante il terrorismo culturale, fino a bollare chi dissente, come fascista, omofobo, populista…

PUFFO emergente. Il sito di Nicole Esterolle www.schtroumpf-emergent.com. (Puffo emergente) ci tiene al corrente con umorismo, spesso amaro, della situazione dell’arte in Francia, ove l’AC è ufficialmente arte di Stato. L’unico conforto che ce ne viene è che, per fortuna e per lo meno per ora, in Italia il monopolio AC è meno compatto e sicuro del suo status, per la dimestichezza e l’aspirazione del nostro popolo alla bellezza, la sua tradizione religiosa e il discredito crescente delle cosiddette élites.  Il Puffo emergente su cui ironizza l’Esterolle, è l’”artista” concettuale aspirante al successo, programmato per «sfidare, interrogare, provocare la riflessione», colui che «sovverte tutto quello che si può immaginare: lo spazio espositivo, lo spazio pubblico, lo spazio tout-court, l’istituzione, la storia dell’arte» e naturalmente gli stereotipi, i codici, il potere, il sessismo, e via via seguendo i propri ghiribizzi e gli aggiornamenti del politicamente corretto. Di questi Puffi ce n’è anche da noi.

QUOTAZIONI. Via via la cronaca ci dà notizia degli esiti mirabolanti del mercato dell’AC, che non risente di crisi, anzi, il che non ci stupisce: essendo un fenomeno speculativo, o crolla o deve crescere, non c’è via di mezzo. Aspettiamo fiduciosi che crolli, ma non è detto, perché trattandosi di una bolla finanziaria internazionale, variabile indipendente da fenomeni economici e politici legati alla produzione e al mercato, è uno di quegli utili contenitori dove sostano capitali e credito, specie di beni rifugio, anche più efficienti perché in questo caso il bene non c’è, e i rischi minimi. E’ infatti nella natura speculativa del sistema AC la necessità che le “opere” e le “quotazioni” siano le prime vuote per quanto massicce, le seconde improbabili e fasulle, per quanto stratosferiche. Quello delle “quotazioni” rimane quindi un mistero gelosamente protetto dal trust, a cui corrisponde la «generalizzazione e banalizzazione di pratiche opache di collusione e conflitti d’interesse pubblico-privato, che non potrebbero essere ammessi in nessun altro campo». (dalla Petizione «Esigiamo il rispetto della diversità artistica! Stop al dirigismo di Stato!» – qui – in corso di sottoscrizione in Francia).

RACCOLTA differenziata, che potrebbe essere opportunamente applicata all’arte contemporanea AC, alle sue installazioni e a ciò che le sta intorno. Tolto ciò che già in partenza è spazzatura, detrito, stracci, residuo non differenziabile, si rileva che molto è resina, plastica ed altri materiali tossici, un po’ di metallo contorto e arrugginito, poi materiali brut in catasta o imballati (utili per l’edilizia), poi l’organico, il cadaverico, gli spurghi di fosse biologiche e macelli, infine la carta da macero, i manifesti, i lussuosi cataloghi, le tonnellate di chiacchiere illeggibili, del resto scritte per non essere lette. Messa ogni cosa al suo posto, non resta NULLA, non una memoria, non un’immagine, non un’emozione. (La street art torni lungo le ferrovie, la land art tutta agli emirati dove non fa danno).

SPECULLECTOR. Neologismo, da spéculateur + collectionneur, che definisce la figura di François Pinault nel sistema globalizzato AC, che lo colloca (in nome della libertà dell’arte, della “cultura”, ecc…) nella posizione di giocare, in vari ruoli e contemporaneamente, la sua partita su tutti i tavoli, come collezionista, proprietario di case d’asta e centri espositivi, finanziere ecc.: «oltre i vantaggi fiscali, utilizza la sua collezione d’arte come un portafoglio borsistico» (voce Wikipedia). In questo modo la speculazione, come distrugge l’economia reale, distrugge la vera arte, e nello stesso tempo l’AC fornisce al postcapitalismo finanziario l’ideologia e la copertina luccicante per coprire una realtà grigia e totalitaria.

TASSE. Se l’AC si sostenesse con le sue sole forze, ci si potrebbe limitare a girare la testa dall’altra parte, come si fa per tante altre manifestazioni del degrado e dell’omologazione dell’industria culturale al minimo livello. Ma ciò non è possibile in Italia, che l’AC predilige non tanto come mercato, ma come vetrina e accreditamento internazionale del suo essere arte in continuità con l’Arte del passato, di cui possediamo la massima percentuale del patrimonio mondiale. Dichiarando che l’arte è morta, destrutturandola e pervertendola ad esibizione oscena, l’AC ha nello stesso tempo necessità di contesti prestigiosi (meglio se sacri), che essa sfregia ed offende, ma di cui in qualche modo vampirizza la bellezza, la sacralità e la nobiltà. Che “aura” può rubare a Dubai? Ciò per noi ha un costo, non solo visuale, spirituale e morale, ma in denaro, perché gli ambienti ceduti, gli allestimenti, il complesso di oneri anche indiretti, gravano sulla spesa pubblica, quindi sulla gestione del patrimonio, che viene depredato due volte, come furto d’immagine e come spreco di risorse. Non parliamo poi dei famigerati Musei di Arte Contemporanea, iperbole dello scialo del denaro dei cittadini, delle tasse che paghiamo, sì, anche per foraggiare l’AC!

UFFIZI. Questa triste immagine esemplifica un altro contagio del modernismo artistico, quello di isolare più possibile l’opera d’arte dal contesto da cui è nata e che l’ha ispirata, e, nel caso di arte sacra (che è quasi la totalità), dai suoi significati teologici e devozionali. Quindi musealizzare, musealizzare, e ove non possibile, trasformare le chiese in musei. Quando poi l’opera è nel museo, è l’allestimento, la scenografia, le didascalie concettuali che s’incaricano di secolarizzare l’opera, sottilinearne sempre le finalità di potere, prestigio e magari suggestione oscurantista… Questo recentissimo riallestimento agli Uffizi realizza perversamente l’isolamento materiale dell’opera come unicum di sola immagine, con le solite famigerate  pannellature, allontanando definitivamente l’opera stessa da una plausibilità umana, per cui si può solo fotografarla. In questo caso tale follia ripiega su se stessa, si autopunisce, incappando in effetti imprevisti che la smascherano: ed ecco il tondo Doni costretto nell’oblò di una lavatrice!

VIAGGIO. Non so per quali meandri delle sponsorizzazioni (altro “mistero” dell’AC) per mesi la ghigna iettatoria di Marina Abramovich, che propagandava la sua mostra a Palazzo Strozzi, ha invaso treni, autobus, metropolitane, biglietti metro e bus urbani ed extraurbani, oltre a qualunque altro supporto disponibile nell’area fiorentina. I viaggiatori Trenitalia hanno tirato un sospiro di sollievo quando è stata sostituita da una simpatica capriola di Raffaella Carrà sulla copertina dell’insulsa rivista sparpagliata sui sedili. Ma ancora fa capolino qua e là, con la sua candelina.

WARHOL Qual è la città che non ha avuto la sua brava  mostra di Warhol, sempre presentata come evento eccezionale? Anche il Vaticano vi aspirava… Di un abile imprenditore la cricca internazionale dei critici d’arte ha fatto un artista epocale, senza dubbio decisivo nel volgere l’”arte” ad una produzione seriale vuota di qualunque significato, il tutto glorificato e presentato come un’intuizione geniale, mai vista prima! Quanto poi al perché e percome la pop art si è fulmineamente imposta pur basandosi su pregi così aleatori, v. C come CIA.

ZITTI, è come dovremmo stare, secondo gli imbonitori dell’AC, perché non siamo famosi critici d’arte, non siamo del ramo, siamo passatisti, insomma non comprendiamo l’arte contemporanea, che invece ecc… ecc… Questo stare “z-itti” lo ripeteremo sempre nei nostri ABC, ma non lo  faremo mai.

 

 

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1 commento su “Alfabeto dell’Arte contemporanea”

  1. In casa mia avevamo molto amore per l’ARTE VERA, ed eravamo anche abbastanza artisti: mio babbo e mio fratello erano ottimi pittori, io una brava disegnatrice, la mia mamma una brava cantante, ecc.
    Ci accorgemmo dell’abisso in cui stavamo precipitando quando misero in mostra i “”bellissimi quadri di fontana””: tele con tagli…
    Poi ci sono stati i successivi orrori, molti dei quali avete descritto.
    E questo fu uno dei molti aspetti della vita che mi fecero capire quanto la gente può essere MANIPOLATA, anche nella Chiesa…..
    Spero in LUI!!!!

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