La chiesetta di don Mario Faggi era quella di Cafaggiolo , davanti alla Villa Medicea del 1400, ampliata nel 1451 su disegno di Michelozzo- Da lì «mosse le penne» la monumentale opera di Gaetano Pieraccini: La Stirpe dei Medici di Cafaggiolo (3voll, Vallecchi 1924 – 1925), primo sindaco della Città di Firenze dopo la Liberazione.
E lì, in quel Castello dei Medici, ricevé, fanciullo, da Angelo Poliziano, i principi della sua educazione letteraria, Giovanni dei Medici, figlio di Lorenzo e Clarice Orsini, il futuro Leone X.

Guardando la facciata del Castello, sulla sinistra, fuori dalle scuderie, proprio su una curva c’è il famoso «Osso di Balena», ovvero un animale preistorico quando ancora il Mugello era un grande lago.
E così quando qualcuno domandava informazioni per arrivare alla chiesa dove si celebrava la «Messa in latino» gli veniva risposto: «Ah alla chiesa di don Faggi… avanti al Castello de’ Medici…all’Osso di Balena…»
In realtà don Mario Faggi, classe 1917, campigiano, ordinato sacerdote nel 1941, fu incardinato, nel 1945, a Santa Maria a Campiano, una chiesetta su un poggio, lì vicino, ma poi, nel 1955, la sede parrocchiale fu trasferita nella chiesa di Cafaggiolo costruita nell’Ottocento dai Principi Borghese e poi, attraverso vari passaggi, venuta in possesso dei Padri trappisti, i quali la cedettero con i locali della canonica alla Curia fiorentina.

Prima dell’assegnazione della parrocchia di Campiano don Mario Faggi era stato “cappellano” a Dicomano e ricordava i tempi dolorosi della guerra, i bombardamenti e ricordava anche di un rastrellamento fatto dai tedeschi che avevano preso una quindicina di giovani e li portavano via, per essere fucilati. Ma il giovane cappellano, pur non sapendo una parola di tedesco, seguiva questo triste corteo e si raccomandava: «Io questi ragazzi li conosco tutti, a uno a uno… posso garantire per loro, sono persone che non hanno fatto niente di male…”
E l’interprete che traduceva all’ufficiale e, quindi, rivolto al prete: «Guardi, padre, è meglio che se ne vada, altrimenti fucilano anche lei...». Ma don Mario continuò ad implorare e ad andar dietro a quei soldati e a quei ragazzi, i “suoi” ragazzi, e a raccomandarsi per tutto il pomeriggio: «Lasciateli liberi, non macchiatevi di un delitto simile… liberate questi innocenti, rimandateli alle loro famiglie e il Signore vi benedirà…»

Alla fine i giovani “morituri”, insieme al cappellano, furono portati in una cascina e rinchiusi in una stanza. Poi furono portati fuori e piangevano insieme al loro sacerdote pensando che tra breve sarebbero stati fucilati: ma l’interprete disse: «Per questa volta, visto che il soldato tedesco che ha subito l’attentato sta meglio vi lasciano andare… ma attenzione sarete tenuti d’occhio… specialmente il prete…»
E quando rievocava questo episodio, gli si riempivano gli occhi di lacrime… lì, in quel suo “studiolo” nella chiesetta di Cafaggiolo dove, serenamente, per tanti anni era vissuto con il fratello, la cognata e i nipoti… con il passare del tempo i nipoti si sposano e “prendono il volo”, se ne vanno lontano… poi la scomparsa dei congiunti… quindi sopraggiunge, insieme alla vecchiaia, la solitudine.
E a novantaquattro anni suonati, in quella parrocchia, faceva tutto da sé, dalla cura della chiesa e delle anime, alle faccende della canonica, quel parroco ossuto, con negli occhi quasi un bagliore di fiamma quando, di fronte al “disastro conciliare”, all’ “apostasia dalla Fede” – come lui diceva – vedeva l’andazzo della chiesa fiorentina. Così nel 1995, di fronte a un Convegno Ecumenico tenutosi a Firenze, patrocinato dalla Comunità di Sant’Egidio e approvato dalla Curia, don Mario Faggi, giuliottinianamente, scriveva che quell’incontro era un’ingiuria a Dio che è l’unico Mediatore («Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio all’infuori di Me, non presterai loro culto», Ts.20, 25), il rinnegamento di Cristo («Nessuno va al Padre se non per mezzo di Lui», Giov. 14,6) e un grave scandalo per le anime che «sono state indotte a pensare che ci sia un’approvazione dei falsi culti da parte della Chiesa e quindi una gravissima eresia che mette sullo stesso piano la Vera Religione con le false religioni.»

Il Priore di Cafaggiolo non mancava di far sentire la sua voce di dissenso, pubblicamente, da tutto ciò che egli, in coscienza non riteneva in linea con la Dottrina cattolica.
Io incontravo don Mario ogni martedì… nonostante i suoi novantaquattro anni egli veniva in macchina, da Cafaggiolo a Borgo San Lorenzo, a fare la spesa per la settimana: un’occasione per scambiare quattro chiacchiere, per poi fissare per il sabato dopo le funzioni religiose… e la sua Messa che celebrava, giornalmente, secondo il rito romano antico, concedendo le letture in italiano…

Nel 1989 egli aderì, appunto, al Comitato ANTI 89 – nato a Firenze per le (contro)celebrazioni della Rivoluzione francese – e volle celebrare, nella sua chiesa, una Santa Messa tradizionale per i caduti antigiacobini nelle insorgenze dei «Viva Maria» del Mugello… e quanta gente, commossa, c’era quel pomeriggio nella chiesetta di Cafaggiolo allorché il priore iniziò la sua omelia:

«In Francia – disse, tra l’altro – la Vandea insorse e, tanto fu chiaro che si combatteva per la Fede e la Libertà, che sotto le insegne del Sacro Cuore combatterono anche ebrei e protestanti e affrontarono insieme ai patrioti vandeani la ghigliottina… Il Ministro della Guerra Carnot Lazare dette l’ordine scritto: “Bisogna massacrare le donne perché non partoriscano e i bambini perché sarebbero i futuri briganti…” Clebert, un Generale, si rifiutò di eseguire l’ordine: “Non sono un macellaio!” gridò. Ma al suo posto fu messo Mourreau che compì il misfatto. Dopo alcuni mesi il Generale Hosche arrivò in Vandea. Inorridì. Scrisse al Governo: “Avete disonorato la Francia!” Cosa aveva mai visto? Più di quattrocentomila massacrati su una popolazione di seicentomila abitanti; paesi e città rasi al suolo e bruciati, donne e bambini orrendamente straziati. Preti uccisi o costretti a spretarsi, o deportati o esiliati; le chiese chiuse o profanate. Per più di quindici anni fu resa impossibile la trasmissione della fede. (Pensate che oggi è dal 1969, data della chiusura del Concilio, che non si trasmette la Fede. N.P.C)
Come possono allora – prosegue don Faggi – vescovi e preti di Francia e d’altrove inneggiare alla Rivoluzione e celebrarla come un evento grande e benefico? Si può forse solidarizzare con i carnefici, rinnegando le vittime e i martiri? Il mondo, che è posto tutto nel maligno, inneggi pure al sangue sparso e alle libertà, oh no, mi correggo, al libertinaggio conquistato.
Noi qui riuniti di fronte all’altare di Dio, con Gesù nostro amatissimo Maestro, ripeteremo gli uni per gli altri: “Perdonali, Signore, non sanno quel che si fanno”.
E con voce concorde e pia, con questa Santa Messa – concluse don Mario Faggi – chiederemo a Dio la pace eterna per questi nostri fratelli trucidati ma, in modo particolare, per quelli che “Pro facis et aris” qui, nel nostro Mugello, i così detti “Viva Maria”, donarono la vita.
Oh sì, perché la mala pianta, come gramigna funesta, dalla Francia dilagò anche nella nostra Italia; e cuori generosi e fedeli insorsero a difesa della propria fede, nonostante i diversi Codronchi che, allora come sempre, del resto, per avere onori e commende, ipocritamente e sotto il manto della pace, predicavano la sottomissione al tiranno. Che vivano in Cristo, in eterno e nei nostri cuori.
»

Ecco questo era don Mario Faggi prete fedele e assai popolare nel Mugello: aveva insegnato per quarant’anni nella Scuola; prima a Borgo San Lorenzo alla Scuola di Avviamento Professionale e, dopo la riforma che unificò le “medie”, formando un unico e degradato pollaio, presso l’Istituto tecnico Industriale (ITI) di Firenze e a quei “suoi ragazzi” che ancor oggi lo ricordano con affetto, in mezzo alla Rivoluzione sessantottarda, egli tenne la barra dritta e, parafrasando Giovannino Guareschi, non poteva che ripetere ai suoi giovani alunni le parole del “Padre di don Camillo e Peppone”:

«Protesto perché nessuno dice a questi giovani: diffidate di chi vi sorride e di chi dà importanza eccezionale. Vuole rifilarvi un giornale, un libro, un disco, una rivista pornografica, un intruglio gassato, una chitarra, un allucinogeno, una pillola, una scheda elettorale, un cartello, un manganello, un mitra. Protesto perché sono stato giovane e buggerato come saranno irrimediabilmente buggerati i giovani d’oggi…»
Era il tempo della “contestazione globale” per cui si dichiarava sorpassato lo stesso comunismo: era il tempo dei “cattivi maestri” che sedevano nelle Cattedre Universitarie, era il tempo dei “preti rossi” che vedevano nella guerriglia sanguinosa dell’America Latina “nuovi cieli e terre”, era il tempo dove nel Mugello imperava (e, ahimè, impera tuttavia, con sigillo papale) il verbo “milaniano” per cui, in tempi di “pensiero unico”, parlar male del prete rosso di Barbiana vuol dire mettersi contro la mandria del sinistrume al potere… insomma, mettersi nel ghetto degli intoccabili.
Don Mario Faggi conosceva bene don Lorenzo Milani e, in proposito, andando controcorrente ha lasciato anche alcune sue importanti testimonianze che, periodicamente, ricordava anche durante le omelie. Ne riportiamo alcune:

Era l’anno 1967, tre o quattro giorni dopo la morte di don Milani, e mi trovavo con Mons. Bianchi, allora vescovo ausiliare di Firenze e con altri sacerdoti che con me celebravano il 25° dell’ordinazione sacerdotale, a Roma, in San Pietro, in una Cappella adibita, con tendaggi, a sala di ricevimento, alla presenza di Sua Santità Paolo VI. Ricordo benissimo la scena. Il Papa è appena entrato, Mons. Bianchi gli va incontro e insieme noi sacerdoti. Monsignore gli si mette alla destra e noi d’intorno, io mi trovavo proprio di faccia al Papa.

Le prime parole che Mons. Bianchi rivolse al Papa furono queste: “Santità, ha saputo? È morto don Milani!”

Il Papa a questo annuncio congiunge le mani, alza gli occhi al cielo ed esclama: “Speriamo bene!” con un timbro di voce come se dubitasse della salvezza eterna di quell’anima.

Tutti rimanemmo stupefatti e pensierosi.

Certamente il Papa conosceva don Milani per averne letti gli scritti e perché il Card. Florit, allora arcivescovo di Firenze, gliene aveva parlato, non solo, ma anche raccomandato (come mi ha attestato lo stesso Mons. Bianchi) perché inviasse del denaro a don Milani, già malato di leucemia, per procurarsi le medicine costose che doveva far venire dagli Stati Uniti, non essendoci ancora in Italia tali specialità.

Perché rievoco un tale episodio? Non è forse della pietà cristiana parcere sepulto e abbandonare all’infinita misericordia di Dio chi ormai è nell’altra vita?

 È che si prende a pretesto ogni data e ricorrenza, per parlare ed esaltare questo sacerdote e, dispiace dirlo, per presentarlo addirittura…. come sacerdote obbedientissimo e santo, quasi canonizzabile, tanto da chiedergli perdono per l’incomprensione delle autorità ecclesiastiche di allora: il Card. Florit, Mons. Giovanni Bianchi, Vicario Generale, il Cardinal Ottaviani, Prefetto del Sant’Uffizio, che condannò il primo dei libri scritti da don Milani: Esperienze pastorali, i Reverendissimi Padri Gesuiti di Civiltà Cattolica, che scrissero un articolo di severa condanna del suddetto libro, escludendo, s’intende, dal numero, il Cardinale Elia Dalla Costa, che invece fu proprio quello che rimosse dalla parrocchia di San Donato don Milani , che non voleva andarsene, minacciando perfino di rimuoverlo con il braccio secolare (altro che obbediente!) ed inviandolo nella parrocchia di Barbiana. Fu lo stesso Cardinal Dalla Costa che nei decreti inviati al nuovo parroco di San Donato Santacatterina, dopo la visita pastorale, fatta alcuni mesi dopo la partenza di don Milani, prescriveva al parroco queste raccomandazioni: “Usi ogni industria perché sia cancellato il ricordo del recente passato a tutti noto”, e al parroco che si lamentava per l’archivio spogliato e di tante altre difficoltà il Cardinale rispondeva: “Ringraziamo il Signore che è andato via; ricominci tutto da capo.”
Tutto questo è stato detto, scritto e fatto dal Cardinal Elia Dalla Costa e non da altri.

Ma un giudizio ancor più drastico e severo su don Milani lo dette l’allora Patriarca di Venezia Card. Roncalli, il futuro Giovanni XXIII:

Dopo aver preso visione del libro “Esperienze pastorali” e letto la stroncatura di questo libro su “Civiltà Cattolica”, scrivendo il 1 ottobre 1958, al suo amico Mons. Piazzi, Vescovo di Bergamo, così si esprimeva:
“Ha letto, eccellenza, la “Civiltà Cattolica” del 20 settembre, circa il volume “Esperienze Pastorali”? L’autore del libro deve essere un pazzerello scappato dal manicomio. Guai se si incontra con un confratello della sua specie! Ho veduto anche il libro. Cose incredibili!”
(Cfr. A.G. Roncalli: “Lettere al Vescovo di Bergamo” su Pubblicazione del Seminario di Bergamo – Studi e memorie 1973 n.2 pag.76)

Ho riportato i giudizi di queste tre grandi personalità che lo hanno conosciuto bene… e tutte sfavorevoli.
Da questo ne viene fuori un sacerdote superbo e finto, strafottente e pieno di sé, sboccato fino all’eccesso, pieno di veleni nei confronti di coloro che non la pensavano come lui, persistente nel rancore con chi stimava l’avesse offeso anche se richiesto di riconciliazione, un sacerdote che confessava, prima di morire,  di aver “amato i miei ragazzi più di Dio”, non ricordando le parole di Gesù : “Chi ama il padre e la madre, e i figli e le spose e perfino la sua vita più di me, non è degno di me.”

Per screditarlo per sempre basterebbe la trama da lui ordita, insieme a don Bensi e La Pira, per carpire la firma del Cardinale Dalla Costa  al suo libro: “Esperienze Pastorali” ( Cfr. Domenico Magrini in “Trame sinistre all’ombra dell’altare” Ed. Civiltà – Brescia)

Mi dispiace scrivere queste cose di un confratello ormai da tempo defunto; ma si tenta di farne un martire, un mezzo santo che si propone a esempio da alte cattedre  e questo va contro la verità e la carità.

L’amore vero, cristiano, ha il suo fondamento nella Verità, senza Verità non c’è amore.

 È stato scritto (San Paolo – Efesini, 4-15) “Veritatem facientes in Charitate” .

Questo mio scritto è nato da questo precetto: per ristabilire la verità, e perché ciascuno si senta spinto a pregare per quest’anima affidandola all’infinita misericordia di Dio.

(Sac. Mario Faggi, del clero fiorentino)

Un aspetto coraggioso e controcorrente della personalità del priore di Cafaggiolo che, a 96 anni, dopo tre rapine sanguinose subite nella sua canonica, fu costretto, a ritirarsi, dolorosamente alla Casa del Clero, un ambiente di angosciante solitudine e di dolore: «Sconterò qui il mio Purgatorio», mi diceva don Mario che, perfettamente lucido, fedele alla sua Messa, nel 2015 rese la sua anima al Signore. Nessuno osò dirgli, quando ancora era in vita, che la sua chiesetta era stata venduta dalla Curia fiorentina per cui le esequie si celebrarono – nel rito romano antico come lui aveva lasciato detto – a Galliano… non c’era nessuno dei preti del Mugello che tante volte il buon priore aveva sostituito nella loro parrocchie… era un vecchio priore e, per di più, attaccato alla Tradizione… peccato quest’ultimo che i preti allineneati bovinamente al neomodernismo conciliare non potevano perdonargli. Il Vicario del Vescovo, il Padre Roncari ofm, disse testualmente: «Ho il rimpianto di aver conosciuto don Mario troppo tardi, ma ho apprezzato lo stesso in lui la grande fedeltà alla Chiesa…»

Le spoglie di don Mario giacciono nel piccolo cimitero del Bosco ai Frati, insieme a tanti anacoreti servitori del Signore…

 

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