È sotto i nostri occhi la cronaca dei fatti avvenuti nella discoteca di Corinaldo, in provincia di Ancona. Una sera di un mese fa, un ritrovo serale che poteva contenere un numero limitato di persone, rigurgitava di ragazzini convenuti per ascoltare un “concerto” (chiamiamolo così) di uno pseudo-cantante (chiamiamolo così). Poi cause balorde – sembra l’uso di uno spray urticante – hanno scatenato il panico con corsa convulsa e violenta verso le uscite, con conseguenza di persone morte schiacciate e calpestate. Quasi tutti ragazzini adolescenti, alcuni poco più che bambini.

Quello che sconcerta ed evidenzia lo sbandamento morale della nostra generazione consiste nel fatto che la discoteca pullulava di undicenni, dodicenni, portati lì dai genitori per passare una serata di musica o di ritrovo: in pratica per ascoltare un povero ragazzo messo sul palco le cui “canzoni” (chiamiamole così) inneggiano alla trasgressione, all’uso di droghe e abuso di alcolici, alla sessualità più volgare. Ho avuto modo di leggere qualcuno di questi testi e mi sono domandato come sia possibile che un genitore porti un figlio minorenne e più che minorenne ad indottrinarsi su queste cose luride e nefaste. È questo il modo di insegnare al figlio dove sia il bene e dove sia il male? La funzione di genitore non dovrebbe essere piuttosto quella di mettere in guardia i propri figli dai pericoli, appunto, delle droghe, degli alcolici, della sessualità disordinata, delle cattive compagnie?

Noi riceviamo i nostri figli come deposito sacro da Dio e siamo chiamati a collaborare con Lui alla loro crescita. Già è difficile, nel mondo di oggi, a tenerli preservati dai pericoli e dalle tentazioni, ma se siamo noi genitori stessi che li portiamo ad abbeverarsi alle fonti inquinate, come potremo poi farne dei futuri adulti ben formati e ben orientati nella vita?

Ma, bando alla retorica, voglio farmi solidale a questi bambini-ragazzini, che faranno anche capricci (forse li facevamo anche noi per andare a giocare a pallone nel cortile del vicino), ma sono pur sempre degli adolescenti.

Per loro ci sono due bambini, anzi, due bambine, loro coetanee, che hanno vissuto orientate alle cose vere della vita, alle realtà eterne del Cielo, con una sapienza che ha superato di gran lunga quella degli adulti: Giacinta Marto e Maria Goretti. Esse possono insegnare e parlare più di noi.

Giacinta di Fatima (1910-1920) vide la santa Vergine a Fatima, ascoltò la sua voce (non quella del povero cantante rep) e si conformò. Tale voce le chiedeva di offrire sacrifici e penitenze per la salvezza dei peccatori e la remissione dei peccati. Una missione enorme! La santa Vergine metteva nelle mani della bambina il potere di agire sul Cuore di Dio e di strappare le anime che precipitavano all’Inferno (che vide in diretta, il 13 luglio 1917), collaborando con i propri sacrifici alla loro salvezza. Nei diciotto mesi in cui sopravvisse all’apparizione, Giacinta continuò dapprima a fare la pastorella, poi quando si ammalò gioì perché il Signore le dava l’occasione di «salvare delle anime». «Tu Signore oggi sei contento – diceva a Gesù all’ospedale di Lisbona, dopo una giornata di acute sofferenze – perché oggi ho salvato con te delle anime». Non era un dubbio per lei: ne era convinta. D’altro canto, glielo aveva detto la Madonna: con la vostra sofferenza offerta i peccatori si convertiranno. Alla scuola di Maria, la piccola Giacinta in pochi mesi raggiunse le vette della santità (è infatti regolarmente canonizzata). Avendo come educatrice Maria Santissima. La quale educò la piccola non al divertimento, non a “fare come gli altri” o ad essere trascinati, tanto meno, nel vortice del male, ma a purificare la sua già innocente anima chiedendo lo sforzo della penitenza per il bene (quello vero) del mondo. Alla scuola di Maria: ecco come si cresce. Figuriamoci, poi, sulla sessualità, così omaggiata dallo pseudo-cantante. Alle suore dell’ospedale di Lisbona la piccola Giacinta esprimeva le sue lamentele per come vedeva vestite le infermiere o qualche donna che veniva a trovare i parenti malati, a parere della piccola con abiti troppo discinti o scollati. Esagerazioni? Giacinta abbassava lo sguardo e, mortificata, commentava: «Se sapessero…».

L’indecenza di allora oggi passa per qualcosa di ridicolo se confrontato con quanto vediamo o sentiamo oggi. Ma rimane quel monito, ancora più angosciante: «Se sapessero…».

Maria Goretti (1890-1902) era la primogenita di una squadra di fratellini e sorelline. Viveva con i suoi, assai poveramente. Quando la mamma era fuori per il lavoro nei campi, era lei che doveva tenere la casa, badare ai fratellini, fare da mangiare, tenere tutto in ordine. Tutto questo quando aveva 10, 11 anni. Le responsabilità facevano crescere in fretta i bambini, e soprattutto li facevano maturare. Non che ella sentisse questo come un peso; non protestava, non vantava diritti, non tormentava i suoi con recriminazioni: era così, e si collaborava tutti per aiutare la famiglia, ognuno come poteva.

Tutti conoscono la sua morte. Aveva 12 anni, e fu improvvisamente assalita da un giovanotto, vicino di casa, che voleva abusare di lei. La piccola Maria era perfettamente consapevole delle intenzioni dell’assalitore e cercò di resistergli. Vedendo che non gli riusciva a portare a termine il suo atto, il malintenzionato perse la testa e colpì ripetutamente Maria con un ferro acuminato. La cosa che meraviglia più di ogni cosa è che, mentre quel tal Alessandro cercava di compiere violenza su di lei, la piccola intimava: «Non farlo! … Non sai di avere un’anima? … Se fai così andrai all’Inferno!». Più che della propria incolumità, ella era preoccupata dell’anima dell’assalitore! Le premeva di più la salvezza eterna del giovane che la brutalità di quanto stava subendo.

Maria Goretti sopravvisse più di tre giorni alla terribile esperienza. Fu portata d’urgenza all’ospedale di Nettuno, mentre il ragazzo veniva arrestato e condotto in carcere. In quei tre giorni, essendo ancora lucida, più volte perdonò Alessandro Serenelli. Non lo condannò, ma chiese al Signore che avesse pietà di lui. Poi morì.

Le cronache ci dicono che Serenelli scontò lunghi anni di carcere, dove si convertì a Dio, poi una volta uscito passò il resto della vita in penitenza presso un Istituto di religiosi, nel commosso ricordo di quella piccola Maria che era morta per mano sua.

Giacinta e Maria. Cresciute in un ambiente povero, ma onesto e puro. Un ambiente dove si pregava, dove si parlava del Signore, dove si educavano i piccoli al fatto che la vita non è solo godimento o soddisfacimento dei propri desideri, ma è sacrificio, dono di sé, altruismo. Una vita che è passaggio, palestra, perché la vita vera è il Cielo, il Paradiso di Dio.

Ai giovani-bambini della discoteca, queste due giovani-bambine possono insegnare tanto. Possono dire che la vita è bella davvero, ma se vissuta nel dono di sé a Dio e ai fratelli, accompagnati dalla Grazia di Dio. La vita è questa, ed è proprio quella che il demonio ci vuole strappare.

I bambini possono capire. Se vengono aiutati a capire.

Perché dico questo, dopo le morti di Corinaldo? Perché Maria Goretti nacque a poco più di un chilometro di distanza dalla discoteca. Nacque proprio lì.

Speriamo che la giovanissima santa in Cielo abbia ottenuto il permesso di correre verso quei poveri adolescenti suoi compaesani, li abbia presi per mano e li abbia educati alla vera vita nel breve tragitto tra questo mondo di ombre e la vera Realtà, che è il Cristo risorto.

 

 

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1 commento su “Bambine maestre”

  1. Carla D'Agostino Ungaretti

    Sono convinta che nelle famiglie e nella scuola, come nella pedagogia in genere, bisogna trovare il coraggio di fare un deciso passo indietro verso il tipo di educazione che si impartiva fino 50 anni fa, prima del famigerato ’68. L’abbassamento della maggiore età ai 18 anni ha contribuito allo sfacelo educativo cui assistiamo ora. Allora bisognerebbe ripristinare l’autorità genitoriale e scolastica almeno finchè i nostri figli sono minorenni: dopo, purtroppo, sarà impossibile per la complicità dello Stato e dei Comuni che preferiscono lasciare che quelle maledette discoteche continuino ad essere diffusori di droghe ed esempi di comportamenti nefasti. Salvo poi lamentarsi, piangere e dirsi vicini agli infelici genitori delle vittime. Ma so bene che la mia è un’utopia: il business delle discoteche è troppo lucroso, gli stessi genitori e gli insegnanti non sono all’altezza di questo compito perché sono essi stessi figli del ’68. Dio non voglia che dobbiamo aspettarci disgrazie ancora peggiori.

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