Cornacchiaia è là, nel «verde Mugello», dove – dice D’Annunzio – «fiorisce l’asfodelo», tra quelle montagne firenzuoline, dove i torrenti sgorgano fragorosamente, allo sciogliersi della neve, in quel silenzio incantato rotto, un tempo, dai richiami che i pastori si lanciavano nei lunghi meriggi, quando i primi raggi del sole primaverile risvegliavano, dopo il sonno invernale, quelle montagne ammantate dal primo tenue verde dei pascoli, dove il fringuello timido risponde al gracchiar delle cornacchie e dei corvi in cerca di carogne da spolpare.

E il nome di quella località alpestre non può che derivare dalla petulante cornacchia che è di casa in quei luoghi montani ove, un tempo, ahimè lontano, le famiglie erano assai numerose, dedite all’agricoltura e, massimamente, alla pastorizia… e le ore del giorno erano scandite dal suono della campana.

A sera il “capoccia”, tolta la corona appesa a un chiodo della cucina, accanto al quadro del Sacro Cuore con l’ulivo benedetto, iniziava la recita del Santo Rosario con quel «Deus in audiutorum intende» a cui i membri della famiglia rispondevano: «Domine in adiuvandum me festina» («Signore vieni in mio aiuto, vieni presto in mio aiuto») facendo scorrere, tra le dita, quei grani della corona ai cui devoti son legate le promesse della Madonna: «Ogni giorno libero dal purgatorio le anime devote del S. Rosario».

In quella Cornacchiaia battuta dal vento, su quelle colline svettanti su cui la neve rimane sino al maggengo, in una famiglia di onesti contadini, timorati di Dio, il due luglio 1911, dopo quattro fratelli e prima di due sorelle, nacque Ivo Isidoro Biondi da Pietro e dalla sorella della mamma di Tito Casini, lo scrittore cattolico definito da Papini «il Virgilio cristiano», a sua volta nipote di quell’insegne latinista che fu don Stefano Casini, Pievano proprio della chiesa di «Sancti Joannis Decollati de Cornacchiara» e autore, tra l’altro, di tre monumentali volumi del Dizionario biografico geografico e storico del Comune di Firenzuola (Stab. Tipografico Campolmi, Firenze 1914 – ristampato, in copia anastatica, dalla Cassa Rurale e Artigiana del Mugello nel 1983).

Insomma in quelle Alpes Ubaldinorum, a Cornacchiaia, son nati in quelle “numerose famiglie” dei Biondi e dei Casini: il Pievano Sac. Stefano Casini, il di lui nipote Tito – il non dimenticato autore, inviso ai modernisti di ogni risma, de La Tunica stracciata, il primo libro e più importante libro contro la disastrosa riforma liturgica del Concilio Vaticano II – e, infine, il cugino del grande scrittore cattolico, appunto, don Ivo Biondi.

Sembra che il clima di quella parte dell’Alto Mugello, ove: «la somma influenza di quel rigido clima – si legge in un Almanacco di fine Ottocento – sulle generazioni rurali e l’ingratitudine con la quale la terra risponde ai suoi curatori, (abituano) quest’uomo alla pazienza e alla povertà», sia proprio quello adatto allo studio dei classici, infatti a un tiro di schioppo dalla patria dei due Casini e del Biondi, a Giugnola nacque il Cardinale Antonio Bacci (fu lui il prefatore de La Tunica stracciata) che stilò, nella lingua di Cicerone, i documenti di quattro Pontefici: Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI. E degno di cotanto zio fu anche il di lui nipote, il Professor Marsilio Bacci, insigne latinista e ricercato scrittore.

A sedici anni, dunque, Ivo Isidoro Biondi andrà in seminario e canterà la sua prima Messa, a venticinque anni. Cappellano a Casetta di Tiara insegnava, intanto, latino nel seminario di Firenzuola.

Arrivò, nel 1939, come parroco, nella chiesetta di San Martino in Argiano, nei pressi di San Casciano, dove rimase fino al termine della sua vita terrena.

Pensò alle anime affidate alla sua cura, insegnò per trent’anni nella scuola, quindi continuò a far scuola in canonica, rimase sempre fedele alla Messa della sua prima ordinazione, partecipò alla vita civile del Paese e combatté nella Resistenza: nel 1944 fece parte, acclamato da tutti (ex fascisti compresi), alla prima Giunta Comunale del CLN come Assessore all’Annona, nominato dal Governo Militare Alleato (GMA) il cui sindaco era il Colonnello Angelo Chiesa.

Ricorda il Professor Luigi Paoletti: «Fin da ragazzino frequentavo la parrocchia di San Martino, sono cresciuto insieme con lui. Don Ivo era una persona candida, di fede adamantina, e di un candore commuovente: Era conservatore fino allo spasimo tanto che ha continuato a dire la Messa in latino anche dopo il 1969, anno in cui entrò in vigore la riforma liturgica di Paolo VI che aboliva la liturgia latina. Lui, però, contrario a questa decisione, continuò a celebrare il rito antico, tanto che molti venivano in San Martino in Argiano a sentirlo.»

Ma vi fu una “persecuzione” continua contro don Ivo. Mi scriveva nel 1980: «Amico mio carissimo, (…) la relazione e i commenti della Messa di Saint Nicolas du Chardonnet mi hanno commosso e non trovo, perciò, per esprimerle la mia ammirazione, le tante parole che vorrei dire.

Devo tacere e tenere per me quel sentimento di forte invidia che provo per Lei, soprattutto per la sua età: perché lei – ne sono sicuro – lei, vedrà quei tempi che io sogno quotidianamente.

Quanto a me, ormai devo rassegnarmi al non vedere sorgere quel giorno in cui, da Chi ne ha il potere verrà detto a noi poveri reietti tradizionalisti: siete liberi, potete celebrare come volete.

Come sa io me la prendo questa libertà, ma vivo nel terrore che mi venga interdetta questa “nostra” Messa. Un mio fratello, che in questi giorni compie gli ottanta, mi diceva qualche anno fa: tutte le mattine quando mi sveglio il pensiero va alla riforma liturgica e subito mi si stringe il cuore: non avremo più quella Messa, non canteremo più i Vespri! Ed è un povero contadino.

Caro amico mio, quanti “strizzoni” al mio vecchio cuore! Mi chiedo ora: chi sarà il nuovo arcivescovo? Come mi tratterà quando gli diranno che sono un dannato lefebvriano? Ma, davanti a Dio, vorrei essere Mons. Lefebvre in die illa. (…) Ora c’è da sorbirsi il centenario di Lutero. In “De Rome d’ailleurs”, arrivatomi ieri, leggo che Congar ha scritto che l’eresiarca tedesco è più grande e geniale di Sant’Agostino e di San Tommaso d’Aquino. Coraggio, evviva! Testis eram vivus, moriens ero mors tua, Papa. Così lo sfratato convivente di Caterina Bora. Scommetto che se celebrassi con la statua di lui sull’altare e la incensassi non avrei rimproveri, ma guai a celebrare la Messa “papista” che quel signore voleva eliminare.

Presto toccherà a me. Non posso pretendere di raggiungere l’età di Monsignor Ducaud Bourget. Che Dio lo benedica e lo protegga! Nel ricordo di questo grande combattente, ci scambiamo ancora tanti auguri. Un abbraccio dal Suo affezionatissimo don Ivo Biondi.»

Don Ivo come mi scriveva e mi raccontava (allora non c’era Internet e si parlava ancora e addirittura si tenevano contatti epistolari!) che aveva insegnato alla scuola privata di San Casciano dal 1945 al 1960, data in cui detta scuola fu statalizzata per cui don Biondi passò allo Stato e insegnò per altri quindici anni, ma non avendogli messo, nei primi quindici anni, le “marchette” «Agli effetti della pensione posso contare solo su quindici anni di insegnamento nella Statale… a sessantacinque anni di età e quindici di insegnamento mi obbligano a dimettermi. Se lo avessi saputo per tempo mi sarei regolato nelle spese: pazienza. (…) Ora sono francescanamente povero ma senza rimpianti…»

Ecco il prete fedele alla Tradizione che si contrappone, parafrasando il titolo di un libro dello scrittore francese Michel de Sant Pierre, ai “Nuovi preti”, ai “Preti operai” ai “preti rivoluzionari” ovvero ai don Mazzi e ai don Milani… lui, don Ivo, continua, anche da pensionato, a “fare lezione” ai giovani, insegnando gratuitamente, con scienza, coscienza e… sapienza, senza instillare, come fece il demagogo don Milani, l’odio nel cuore dei ragazzi: «Le mie giornate sono piene tuttavia: il mattino è occupato dagli impegni parrocchiali, dalle pratiche di pietà (sono vecchio devo prepararmi serenamente al gran passo) dallo studio, dalle letture varie, mentre il pomeriggio è dedicato fino a tarda sera, alle ripetizioni: latino, italiano, greco e un po’ di filosofia. Poiché insegno gratis et amore dei lascio immaginare a lei l’affluenza di ragazzi e giovanotti in casa mia. Qualcuno, ogni tanto, allunga qualche foglietto: come l’anno scorso, anche quest’anno mi troverò pagata metà della spesa per il riscaldamento. È qualche cosa e ne ringrazio il Signore. (…) quando celebro fuori parrocchia, la mattina, a buio, mi reco in bicicletta al vicino paese, evito gl’incontri (che, nel passato, degeneravano sempre in furiosi scontri) con i miei confratelli… le mie giornate festive sono massacranti e mi vedono trasformato in un bolso ciclista che arranca, al mattino, fra le mie due insignificanti parrocchie; il pomeriggio ricomincia la gimcana perché, oltre l’officiatura nelle mie chiese, sono impegnato, come organista, nella chiesa dei francescani (uno stupendo Tamburini) e nella propositura per accompagnare le Sante Messe vespertine. E sarebbe, quest’ultima, una fatica piacevolissima, da cui mi riprometto una generosa ricompensa (…) se i miei rapporti con i Rettori delle due chiese fossero come quell’accoglienza “generosa, calda, cordiale”, che è il titolo di una gustosa commedia di un suo compaesano e parente, don Canuto Cipriani (…) Ma come si fa a lasciarsi andare alla serena spensieratezza con quel magone sullo stomaco che è il nefasto postconcilio? Mi dica lei, caro amico, di cosa dovrei parlare con i miei due colleghi, col parroco del vicino paese e con il Superiore dei francescani di cui sono organista?

(…) Gli auguri di quest’anno sono malinconici: devo fare uno sforzo per pensare alla nostra condizione di “esiliati”, di compassionati e tollerati. Quando riesco a concentrarmi, dimenticando quello che ci succede da vent’anni, allora torno a sentire la poesia e la dolcezza del Natale. Ma gli anni mi avvicinano al traguardo finale (…)

Quando penso che alla mia morte in chiesa mi canteranno il “Gloria” e l'”Alleluia”, mi prende la tristezza: avrò invece bisogno di tanti “Requiem” e “De Profundis” . Caro amico mio dimentichiamo il glorioso passato con le sue certezze o – meglio – teniamolo nascosto nel nostro cuore di cristiani tradizionalisti. Dio non cambia, Dio è fedele. Questo ci basti e ci conforti. Preghi per questo vecchio suo amico. Con un fraterno abbraccio, Le auguro tante cose buone. In Christo Rege et Maria eius Matre – Suo affezionatissimo Sac. Ivo Biondi.»

Già tra i filari delle vigne sancascianesi si scorgevan le prime brume mattutine e, via via, appariva il sole proprio in quell’estate di San Martino che «dura tre giorni e un pochino» e San Martino era la festa patronale, la festa della sua piccola pieve: don Ivo, alle undici, celebrava la sua Messa solenne “in terzo”, con diacono suddiacono: le campanine suonavano a distesa e annunziavano, con quella loro voce argentina, l’entrata di quella Messa cattolica dei Santi e dei Martiri… un tripudio di canti gregoriani e di dolci laudi popolari, con il profumo dell’incenso che si sposava con quello delle rose rampicanti che fioriscono tutto l’autunno…

E, poi, nel pomeriggio, i Vespri cantati, anzi, “bociati”, dopo il pranzo annuale di qualche amico di tante “battaglie”.

Rimase fedele a quella “nostra” Messa che celebrò con la stessa devozione della prima e come se fosse stata l’ultima. Non fui presente al funerale e mi risparmiai lo scempio, la barbarie dei suoi “confratelli”, di quella gente che, molte volte, è più felice per un dolore altrui che per una gioia propria che, naturalmente, si rifiutarono, di celebrare quella Messa per cui don Ivo aveva eroicamente combattuto in vita…

La salma di don Ivo Isidoro Biondi, morto nel 1993, giace ora, nella pace del Signore che tanto amò, nel piccolo cimitero di Cornacchiaia, accanto a quella del cugino Tito Casini: visse senza piegarsi agli idoli immondi del Modernismo eretico… fu esempio a tutti i cristiani, per me un amico caro, un Maestro, un fratello!

 

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2 commenti su “Don Ivo Isidoro Biondi, amico, Maestro, fratello di Pucci Cipriani”

  1. Cesaremaria Glori

    Commovente come il compianto per un amico vero che è andato avanti sul cammino largo ed erto su cui tutta l’umanità si affanna cercando, ciascuno, di tardarne indarno il momento in cui ciascun s’accascia e vien portato via. Eppure gratifica il cuore ricordare in cotal modo un amico cui s’è voluto un gran bene, perché tanto bene fece.

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