La Libia ha sempre rappresentato, per l’Italia e, in modo più specifico, per il sud del nostro Paese, una questione di sicurezza nazionale; quel territorio e, in particolare, le sue coste sono sempre stati fondamentali per il mantenimento del controllo e della tranquillità del Mediterraneo centrale, almeno a partire dallo scontro tra greci e fenici, dal IV secolo avanti Cristo. Con il prevalere di Cartagine sull’Egitto ellenistico degli Tolomei, almeno nella parte occidentale del Paese, lo scontro con Roma divenne inevitabile: le guerre puniche rappresentano l’inizio di una costante geo-strategica, che vede il litorale di quel territorio africano come una continua minaccia alla tranquillità delle nostre coste; minaccia che cessa unicamente con la definitiva sconfitta della potenza africana (146 a.C.) ed il dominio delle legioni dell’Urbe su quella regione. Con il crollo dell’impero romano e, soprattutto, con la conquista araba e musulmana dell’area (644 d.C.), il periodo di pace tra le due sponde del Mediterraneo cessa definitivamente e la Libia diviene il luogo da cui maggiormente partono le scorrerie, la guerra di corsa e le saccheggiatrici incursioni dei pirati islamici. L’intensità della minaccia è sempre direttamente proporzionale alla capacità militare, soprattutto marittima, dei seguaci di Maometto nell’area, costringendo i signori del nostro Mezzogiorno (dai normanni agli spagnoli, fino al Regno d’Italia) a tentare di indebolirla con spedizioni militari, non sempre fortunate.

La dominazione ottomana della regione non ha mutato il quadro. Il Regno d’Italia ha ereditato questa situazione, fino a spingere il Governo liberale di Giovanni Giolitti (1842-1928) alla guerra italo-turca (1911) ed all’annessione della Libia. La politica coloniale italiana è costantemente caratterizzata dal favor nei confronti dell’insediamento di nostri connazionali, finalizzato alla stabilizzazione dell’area e, conseguentemente, di tutto il Mediterraneo centrale. All’indomani della sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, l’Italia cerca di persuadere le Potenze vincitrici, soprattutto con l’instancabile e meritoria opera del Ministro degli Esteri, Carlo Sforza (1872-1952), dell’effetto domino che l’indipendenza libica avrebbe causato in tutto il Nord Africa, con conseguente caos insurrezionale e cancellazione della presenza europea nell’area. Ma la cieca ostinazione antitaliana di Parigi ha impedito il successo di tale politica, fino a giungere all’indipendenza libica (1951) ed alla prevista cacciata dei francesi dal settentrione arabo del Continente Nero.

L’atteggiamento di Roma nei confronti dell’ex colonia è, però, stato quello di favorire la stabilizzazione del Regno di Libia, aiutando la minoranza italiana ad integrarsi ed a contribuire allo sviluppo economico del Paese. Anche dopo il colpo di Stato (1969) di Mu’ammar Gheddafi (1942-2011) e la cacciata degli italiani (15 ottobre 1970), previa spoliazione di tutti i loro beni, la politica costante dei nostri Governi è sempre stata quella di favorire rapporti di stabilizzazione dell’area e di cooperazione con Tripoli, anche dal punto di vista economico, nel solco dell’azione, cui tanto impulso diede Enrico Mattei (1906-1962), sulla cui morte, ancora oscura, pesa il forte sospetto di un pesante coinvolgimento dei servizi segreti transalpini.

Questa costante politica tesa alla stabilizzazione della Libia, da parte del nostro Governo, viene contraddetta per la prima volta, si potrebbe dire da millenni, dall’inerzia dell’ultimo Governo Berlusconi di fronte all’aggressione contro Tripoli, voluta dagli Stati Uniti di Barack Hussein Obama, nel quadro delle cosiddette Primavere arabe, ed entusiasticamente appoggiata da Parigi.

Le Primavere arabe rappresentano l’apice della politica estera dei Presidenti democratici degli Stati Uniti. Essa consiste nell’appoggio sistematico alla Cina ed al fondamentalismo islamico sunnita, in contrapposizione alla Russia ed al mondo sciita, Iran in primis, che ha portato Bill Clinton ad appoggiare la nascita del primo Stato islamico nel cuore dell’Europa, la Bosnia-Erzegovina, contro i serbi ortodossi ed i croati cattolici; a far nascere il terrorismo musulmano in Somalia e, soprattutto, a creare, prima, ed a portare al potere, poi, i talebani in Afghanistan, deponendo il Governo nato dalla resistenza antisovietica; e, infine, a favorire il colpo di Stato islamista del generale Pervez Musharraf in Pakistan. Tale politica fu totalmente rovesciata dall’Amministrazione di Bush figlio, con l’intervento militare in Afghanistan al fianco della cosiddetta Alleanza del Nord, vale a dire del Governo legittimo deposto dai talebani, con conseguente imposizione di una conversione politica di 180°, in chiave antica islamica, al generale Musharraf; con l’invasione dell’Iraq e la deposizione di Saddam Hussein (1937-2006), a favore dell’instaurazione di un governo sciita; e con il miglioramento delle relazioni con la Russia.

Le Primavere arabe, come dicevamo, hanno segnato l’apice della ripresa della politica di Clinton, con l’ascesa al potere dei fondamentalisti sunniti in Egitto (Fratelli musulmani), anche se il colpo di Stato (2013) del generale Abd al-Fattāḥ Saʿīd Ḥusayn Khalīl al-Sīsī, appoggiato dalla Russia, ha ristabilito un governo “laico”; con il tentativo, successivamente abortito, di favorire l’Islam politico in Tunisia; con la destabilizzazione di tutti i Paesi arabi; con lo scatenarsi della guerra civile in Siria; e con la dissoluzione dello stato libico, conseguente all’intervento militare contro Gheddafi.

La dissoluzione della Libia fu appoggiata, in chiave chiarissimamente antitaliana, dall’Unione europea e, al suo interno, in particolare, dalla Francia. Nel nostro Paese, tutte le forze europeiste, a partire dall’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, costrinsero l’allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, contrario a tale dissennata politica, a non fare pressoché nulla per impedirla, sfruttando la sua debolezza caratteriale politica, che avrebbe portato, in quello stesso 2011, alle sue dimissioni, nonostante godesse della piena fiducia delle Camere. I Governi che si sono succeduti dopo questa “forzatura costituzionale”, per non dire vero e proprio colpo di Stato, hanno continuato a disattendere la tradizionale politica italiana di stabilizzazione della nostra ex colonia, appoggiando in maniera assolutamente acritica l’Esecutivo di Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj, nonostante questo non controlli che una piccola parte del territorio libico.

 

Governo di Tobruk    Governo di Tripoli    Stato Islamico (IS) Anṣār al-Sharīʿa    Tuareg

 

La guerra civile, seguita alla caduta di Gheddafi, ha frantumato il Paese in una miriade di zone di influenza controllate ciascuna da una milizia, con due poli di attrazione maggiori, rispetto ai quali le varie bande armate si giostrano, nel tentativo di ritagliarsi ciascuna un maggiore spazio politico ed economico: i cosiddetti Governi di Tobruk e di Tripoli, ciascuno dei quali ha un proprio Parlamento.

Il primo, guidato dal generale Khalīfa Belqāsim Ḥaftar, rappresenta l’elemento nazionalista e “laico”, con gran parte delle forze armate di Gheddafi, oltre che con le milizie della Cirenaica. Controlla, sia pure in modo non assoluto, tutta la parte orientale del Paese e quasi tutta quella meridionale. Gode dell’appoggio internazionale della Russia e dell’Egitto, oltre a quello, strumentalmente antitaliano, della Francia.

Il Governo di Tripoli, invece, detto anche «di unità nazionale», nasce dall’accordo politico tra alcune sparute formazioni di orientamento “liberale” e la branca libica dei Fratelli musulmani egiziani. È formalmente riconosciuto dalle Nazioni Unite e dall’Unione europea. Controlla, in maniera alquanto approssimativa, poiché non dispone di milizie proprie, ma si deve appoggiare alle varie bande locali, parte della Tripolitania. È capitanato da Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj.

L’appoggio ideologico, da parte dei Governi italiani, a tale Esecutivo rappresenta, come dicevamo, una assoluta rottura con la tradizionale politica del nostro Paese in terra libica, in quanto, lungi dallo stabilizzare lo Stato africano, tende a protrarre a tempo indefinito la guerra civile. Questa destabilizzazione della Libia comporta gravi danni per la sicurezza nazionale italiana, di cui l’afflusso incontrollato di clandestini sulle nostre coste è solo l’aspetto più evidente.

Il Governo di Giuseppe Conte, preso atto di tale situazione, sta cercando di riprendere la tradizionale linea italiana, avviando un dialogo con tutte le parti in causa, tendente a presentare l’Italia come equidistante tra tutte le fazioni e come interessata unicamente alla pacificazione del Paese e ad intrattenere con esso rapporti sempre più stretti e reciprocamente proficui, sia sul piano politico che su quello economico. La difficoltà di tale operazione consiste, però, principalmente nel fatto che le forze che fanno capo al generale Ḥaftar si sono abituate a vedere in Roma l’amico della fazione di Tripoli ed in Parigi un loro alleato.

Se il ribaltamento politico messo in atto dall’attuale Governo avrà successo, il nostro Paese ne trarrà grandi vantaggi politici, tra cui un più facile contenimento dell’immigrazione clandestina, ed economici, tra i quali, non ultimo, il mantenimento e, possibilmente, l’ampliamento della presenza dell’Eni nello sfruttamento degli idrocarburi libici. In caso contrario saranno i francesi a guadagnarci, indebolendo l’Italia sul fronte migratorio e sostituendo progressivamente l’Eni con la Total.

 

 

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