Lo scontro tra l’Italia e le autorità di Bruxelles sta assumendo sempre di più la dimensione di una “guerra civile fredda” all’interno dei singoli Stati e, conseguentemente, dell’Unione europea nel suo complesso: da un lato i paladini della Sinarchia eurocratica e dall’altro coloro che vi si oppongono, detti comunemente «sovranisti». Le stesse alleanze internazionali, all’interno dell’Unione, tendono sempre più a definirsi in base all’appartenenza, all’uno o all’altro campo, delle forze politiche che esprimono e sostengono i Governi dei vari Stati.

Le autorità centrali dell’Unione europea appoggiano in maniera sempre più evidente i partiti politici che, nei vari Stati, maggiormente si oppongono alle tesi sovraniste; plateale fu la loro ingerenza nelle elezioni polacche del 2007, che portarono al governo l’attuale Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, ma, soprattutto, cacciarono dal potere il partito «Diritto e Giustizia» fondato nel 2001dai gemelli  Lech (1949-2010) e Jarosław Kaczyński, di cui il primo divenne Presidente della Repubblica nel 2005 e morto in un sospetto incidente aereo nel 2010 ed il secondo divenuto Primo Ministro nel 2006.

Tale vittoria delle forze eurocratiche pareva aver normalizzato la situazione all’interno di tutta l’Unione, ma la pax bruxellese durava solo tre anni. Già nel 2010, Viktor Orban tornava trionfalmente Primo Ministro in Ungheria, dando inizio, pressoché immediatamente, ad un durissimo braccio di ferro con la Banca centrale europea (Bce) sul controllo della Banca centrale d’Ungheria, che, incredibilmente, il Governo del piccolo Stato magiaro riusciva a vincere. Nel 2015 si scatena la grande crisi migratoria balcanica, alla quale il Governo di Budapest reagisce con l’innalzamento, a tempo di record, di una recinzione lungo tutto il suo confine con la Serbia, impedendo l’ingresso sul suo territorio a tutti i clandestini. È un nuovo scontro con l’Unione europea e, ancora una volta, gli ungheresi non escono vincitori.

Questi successi ridanno fiato alle forze identitarie, che, sia pure con sfumature politiche diverse, giungono al potere in Polonia (2015), in Slovacchia (2016), in Austria (2017), nella Repubblica ceca (2017) ed in Italia (2018). Fino al varo del cosiddetto Governo giallo-verde nel nostro Paese, il confronto tra gli Stati a guida sovranista e le autorità centrali europee aveva mantenuto, sia pure con alcuni acuti, un livello universalmente ritenuto compatibile con la loro permanenza all’interno dell’Unione. Con l’arrivo del Governo Conte, invece, tale scontro si è rapidamente innalzato, fino a porre in dubbio la stessa sopravvivenza dell’organismo eurocratico: nessun altro Esecutivo aveva osato mettere in discussione il pagamento dei contributi statali a Bruxelles e condizionarlo all’accettazione di propri punti programmatici. Per la prima volta, l’appartenenza agli organismi comunitari viene subordinata alla salvaguardia in qualche interesse nazionale, ritenuto prioritario addirittura rispetto ad essa.

La presa di posizione del Governo italiano ha gettato nel panico i vertici dell’Unione europea: se un contributore netto per circa 3 miliardi di euro all’anno decidesse di rinunciare a far parte del consorzio, difficilmente gli altri membri potrebbero mantenerlo in piedi senza di lui, sia per il precedente politico creato, che potrebbe essere seguito da altri Paesi, sia per la difficoltà di imporre su altri la redistribuzione dei suoi oneri, con conseguente possibile effetto domino. Per ora, la reazione europea pare ferma e per nulla incline a fare concessioni, ma la partita è appena iniziata.

L’Italia ha richiesto formalmente una revisione dell’operazione Sophia, con un’alternanza ed una rotazione nei porti di approdo, tale da non rendere, come di fatto oggi è, l’Italia l’unico destinatario dei clandestini e dei naufraghi salvati da tale operazione. È palesemente difficile che un simile approccio venga accettato a livello comunitario, non solo e non tanto per la necessità dell’unanimità e per l’ovvia opposizione dei cosiddetti Paesi di Visegrad, quanto per la sorda, ma tenacissima resistenza, soprattutto della Francia, che ha fatto della questione migranti la sua punta di lancia nella politica di sostituzione delle sue aziende a quelle italiane nei rapporti con i Paesi del Nord Africa, proprio a partire dall’Egitto, dove ha mirabilmente sfruttato (se non prodotto, come dicono, ma senza pezze giustificative sufficienti, le malelingue) il caso di Giulio Regeni, e dalla Libia, dove, in tutti i modi, favorisce la permanenza all’aumento del caos, in palese chiave anti-italiana.

L’insistenza del nostro Governo su politiche a vario titolo redistributive dei migranti potrà, più realisticamente, portare, se la fermezza del professor Giuseppe Conte e dei suoi Ministri dovesse continuare, ad una reale politica di contenimento dei flussi, fino, magari, ad un loro azzeramento o quasi.

Questo risultato, però, potrebbe anche essere raggiunto dal Governo italiano senza l’aiuto degli altri Paesi europei, come minacciato da Matteo Salvini, in caso di persistenza della loro sordità alle nostre richieste. «Faremo da soli». La cosa è tecnicamente possibile ed anche non particolarmente costosa, ma comporta un ulteriore salto di qualità nello scontro politico con l’Unione europea e con gli Stati a guida eurocratica, Francia in testa. Si tratterebbe di intensificare la collaborazione con Tripoli e, anche se in maniera meno stretta e meno strategica, con il Cairo e con Tunisi, riconoscendo alla Libia lo status di «porto sicuro», contro quanto prevede Bruxelles. Di qui potrebbe partire il pattugliamento libico o, addirittura, libico-italiano congiunto delle coste del Paese nordafricano.

È di ogni evidenza che un tale sviluppo porterebbe l’Italia a divenire la punta di lancia e la guida dei Paesi sovranisti, riequilibrando il peso dei due schieramenti, anche per la determinazione politica che verrebbe dimostrata.

Le reazioni della Sinarchia e dei suoi servi sarebbero, allora, pesantissime, anche sul piano della speculazione finanziaria a danno del nostro Paese. Ma questo potrebbe non essere particolarmente dannoso per la nostra economia e, soprattutto, per la situazione sociale italiana, in quanto costringerebbe le nostre autorità a prendere quelle decisioni che sono necessarie, ma osteggiate da Bruxelles, che ha già dichiarato di non voler riconoscere nessuna “flessibilità” ai nostri conti in vista degli improrogabili investimenti in opere pubbliche che il nostro Governo deve compiere.

Lo scontro, se realmente si produrrà, sarà lungo e duro, soprattutto per l’azione dei vari alleati di Bruxelles all’interno dei nostri confini, azione di cui l’incriminazione di Matteo Salvini rappresenta solo un timido inizio.

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su print
Stampa
Condividi su email
Email

4 commenti su “Guerra civile fredda nell’Unione Europea”

  1. Infatti in Libia è scoppiata la guerra contro Tripoli, ovvero contro l’Italia. I francesi sanno che i nemici di Salvini e di 5stelle, PD e FI, faranno ogni sforzo per far perdere il governo insediato a Tripoli e far vincere la Francia, alla quale negli anni i governi del PD avevano concesso tutto. Fra i nemici dell’attuale governo primeggia Berlusconi, ridottosi per rabbia ed invidia a votare ed agire con gli ex comunisti. Emerge un Berlusconi rancoroso, che ha perso quel poco di consenso che ancora aveva, ed ha perso persino anche l’amore per i suoi cospicui interessi privati. Un vero disastro politico ed umano

  2. Ci sono alcune cose che a mio giudizio i marpioni a Bruocsella (si chiamava così) non potranno capire:
    la cosiddetta “Europa dell’Est” o “paesi di Visegrad” ossia la fascia che parte dal parallelo bulgaro-albanese per risalire fino a Vienna e prosegue, hanno dovuto fare i conti col mondo ottomano per secoli.. É forse un caso che il patto si riferisca a Visegrad ed il ponte sulla Drina fatto costruire dagli schiavi cristiani da Mehmed Paša Sokolović …?
    Possibile che non ci si faccia caso o si ignori che siamo alla reconquista in senso inverso?
    Quando noi parliamo della resistenza ci riferiamo ad un fenomeno di meno di 4 anni
    Quando i Greci parlano di resistenza, parlano di 400 ANNI!!
    Certe cose restano nella memoria storica, il DNA dei popoli.
    Giovanni d’Austria, Eugenio Von Savoie, JAN III Sobieski, Jacopo Inghirami in Italia sono quasi sconosciuti, ma lo sono in quell’Area dove l’Islam Ottomano allungò le mani per vederle mozzate alla fine con il trattato di Santo Stefano.
    Ma questa è Storia, i nostri politicanti non la conoscono

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *