La vicenda, ancora per molte parti oscura, della morte, ora ammessa anche dalle autorità saudite, del giornalista Ahmad Khashoggi Jamal (1958-2018) fa emergere la sorda rivalità politica tra il Governo di Riad e la Turchia. Quest’ultima, dopo la presa del potere di Recep Tayyip Erdogan e del suo AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) nel 2002, ha avviato una politica di completo ribaltamento delle posizioni kemaliste, che avevano caratterizzato il Paese fin dalla proclamazione della Repubblica (1922).

Sul piano interno, si assiste ad una rapida e progressiva islamizzazione. Ma è sul versante delle relazioni internazionali che la svolta islamista si mostra in tutta la sua profonda intensità. Erdogan la chiama «politica neo ottomana» e lo è in maniera molto più radicale di quanto normalmente venga percepito dagli osservatori internazionali. La Turchia abbandona, anche senza uscire formalmente dalla Nato, la sua consolidata posizione filo-occidentale, per porsi come punto di riferimento dell’islamismo sunnita, non solo delle popolazioni turcofone; emblematica, a questo riguardo, è la politica in Medio Oriente, dove Ankara ribalta l’appoggio, anche militare, ad Israele, che aveva raggiunto il suo apice con l’Accordo su Sicurezza e Spionaggio (1994), per divenire il grande protettore internazionale di Gaza, governata da Hamas, ed appoggia i Fratelli musulmani in Egitto.

Questo attivismo, teso ad assumere la leadership del fondamentalismo sunnita, preoccupa l’Arabia Saudita e la dinastia degli Āl Saʿūd, che, fin dagli accordi con Thomas Edward Lawrence (1888-1935), detto d’Arabia, durante la Prima Guerra Mondiale, a tale ruolo si era sempre candidata, tanto per la lettura wahabita dell’Islam, sua caratteristica peculiare fin dal XVIII secolo, quanto in virtù della custodia dei luoghi santi della Mecca e di Medina.

Dalla fine degli anni ‘20 del secolo scorso, l’Islam politico o fondamentalismo islamico, che dir si voglia, ha subìto, per quanto riguarda il campo sunnita, una bipartizione: al Wahabismo si è aggiunta e contrapposta la Fratellanza islamica. Semplificando molto, il primo rappresenta l’Islam dall’alto, dove è il governo islamico a creare la società musulmana; la seconda, invece, rappresenta l’Islam dal basso, dove è la società musulmana a costituirsi in Stato islamico. In questa contrapposizione, la Turchia di Erdogan intende giocare il ruolo del grande protettore dei Fratelli musulmani, egemonizzando, al tempo stesso, quel campo, in vista di assumere la leadership di tutto il fondamentalismo sunnita.

La risposta saudita si è concretizzata in un’operazione a vasto raggio. Sul piano interno, ha lanciato una modernizzazione tecnologica della propria economia, cui ha accompagnato alcune riforme di facciata, tese a dare all’opinione pubblica ed ai Governi occidentali l’impressione di aperture importanti, soprattutto sulla questione femminile, ma che, di fatto, nulla tolgono all’ontologia del Regno, rimasta profondamente wahabita. La modernizzazione economica è diretta soprattutto allo sviluppo tecnologico ed alla diversificazione, in modo da affrancarsi dalle esportazioni petrolifere, giustamente ritenute, in prospettiva, come declinanti; ma, sul piano politico, nessuna reale modifica dell’aspetto assolutistico della monarchia è anche solo pensabile; si è, anzi, assistito ad un ulteriore accentramento dei poteri, soprattutto dopo l’ascesa politica del nuovo erede al trono, il giovane Principe Mohammad bin Salman bin Abdulaziz Al Saud, vera punta di lancia di questo riassetto, salutato dalla maggioranza dei commentatori occidentali come un «monarca illuminato», quasi di ispirazione liberale.

Sulla scena internazionale, la politica di Riad si è fatta più spregiudicata e tutta tesa a colpire i propri antagonisti nel campo del fondamentalismo sunnita. Ha inasprito i toni dello scontro con l’Iran, sia attraverso una più dura repressione della minoranza interna sciita, i cui Teheran è, ovviamente, il grande protettore, sia con un massiccio intervento in Yemen contro i ribelli Huthi, sciiti anch’essi ed appoggiati dalla Repubblica degli ayatollah. In campo mediorientale ha, di fatto, realizzato una tacita convergenza di interessi con Israele ed ha sostenuto il colpo di Stato del Presidente egiziano ʿAbd al-Fattāḥ al-Sīsī, che ha rovesciato il Governo dei Fratelli musulmani.

In questo contesto, la figura di Ahmad Khashoggi Jamal viene ad inserirsi nello scontro interno al potere saudita tra i fautori del nuovo corso, impersonato dal Principe Mohammad bin Salman bin Abdulaziz Al Saud, e coloro che vi si oppongono, ricercando una linea di compromesso con la Turchia ed i Fratelli musulmani. Ricordiamo che il giornalista ucciso era membro della potente famiglia Khashoggi, di cui facevano parte, tra gli altri, il bancarottiere e trafficante d’armi Adnan Khashoggi (1935-2017), particolarmente noto alle cronache mondane degli anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso, ed Emad El-Din Mohamed Abdel Moneim Fayed (1955-1997), figlio di Mohamed Abdel Moneim Fayed, finanziere e proprietario, tra le altre cose, dei magazzini Harrods di Londra, cui le autorità britanniche hanno sempre negato la cittadinanza inglese, ed ultimo amante di Lady Diana Frances Spencer (1961-1997), con lei morto nell’incidente del Pont de l’Alma a Parigi (31 agosto 1997). Suo nonno, Muhammad Khashoggi (1889-1978), fu, tra l’altro, medico personale del Re Abdulaziz ibn Abdul Rahman ibn Faisal ibn Turki ibn Abdullah ibn Muhammad Al Saud (1875-1953), fondatore dell’Arabia Saudita.

Voci insistenti e mai convincentemente smentite dicono che Ahmad Khashoggi Jamal fosse uno degli esponenti più in vista dell’ala filo-turca a Riad e che il suo esilio volontario negli Stati Uniti avesse, tra gli altri scopi, anche quello di incrinare i buoni rapporti della nuova Amministrazione americana con l’Arabia Saudita, in favore di un miglioramento di quelli con la Turchia. Questa ricostruzione spiegherebbe perché abbia scelto il consolato di Istanbul per farsi consegnare i documenti riguardanti il suo divorzio, e per quale ragione la monarchia degli Āl Saʿūd abbia deciso di ricorrere ad un mezzo tanto estremo e tanto rischioso come la sua uccisione.

Il comportamento delle Autorità turche, in stile “paladino dei diritti umani”, si spiega con il loro desiderio di migliorare i rapporti con gli Usa, dopo avere rasserenato quelli con la Russia, in modo da poter riprendere la loro politica mediorientale, che ha, indubbiamente, subito una forte battuta d’arresto per la pesante sconfitta subita in Siria.

Chi, però, da tutta questa vicenda esce politicamente peggio sono gli Stati Uniti, che si ritrovano, per motivi di opinione pubblica interna, a dover prendere provvedimenti, almeno diplomatici, nei confronti del Regno saudita, eletto a loro campione nell’area, in chiave anche iraniana. Ma questo parziale e, probabilmente, momentaneo inaridimento dei rapporti con la monarchia wahabita rischia di trasformarsi in un vantaggio politico, quando non anche economico, della Turchia e dei Fratelli musulmani.

Non pare, purtroppo, ancora intravedersi all’orizzonte il momento in cui l’Occidente comprenda la reale portata del pericolo rappresentato dall’Islam politico e dal fondamentalismo sunnita, in modo particolare. A vegliare questi rischi è rimasta, ancora una volta, la sola Russia, che, non a caso, ha mantenuto su tutta la vicenda un profilo estremamente basso.

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su print
Stampa
Condividi su email
Email

3 commenti su “La morte di Khashoggi mostra lo scontro tra il Governo di Riad e la Turchia”

  1. Carla D'Agostino Ungaretti

    Gentile Direttore, gli intrighi politici mi sono risultati sempre molto indigesti e il suo articolo mi ha aiutato a digerirli un po’ meglio, ma mi rimane un dubbio. Premesso che sono sempre stata contraria all’ingresso della Turchia nell’UE , nella disperata speranza di mantenere, il più a lungo possibile, la purezza delle radici cristiane del nostro già abbastanza scristianizzato continente, non sarà forse che avevano ragione quelli che invece ne caldeggiavano l’ingresso, nel timore che la Turchia, dopo la svolta occidentale di Ataturk, finisse per tornare indietro sulla strada dell’islamizzazione, con le prevedibili conseguenze che tutti dovremmo temere? Non so cosa pensare. Vorrebbe cortesemente illuminarmi? Grazie! CARLA

    1. Gentilissima Signora D’Agostino Ungaretti,
      Il dubbio che Ella pone si basa sull’assunto che la svolta islamista della Turchia sia il frutto della sua mancata adesione all’Unione europea o che, quanto meno, tale mancata adesione ne abbia favorito il cammino. E’ vero esattamente il contrario: sono stati gli obblighi “democratici” imposti ad Ankara, in vista della sua adesione a favorire Erdogan ed il suo Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) nella sua ascesa al potere. Ciò è avvenuto in svariati modi e circostanze, ma la più evidente di tutte è stata la pretesa di Bruxelles di sottoporre le forze armate turche al volere del Ministro della Difesa, esponente dell’AKP, impedendo, così, che svolgessero il loro ruolo costituzionale di vegliare sulla laicità dello Stato. Oggi i vertici militari sono di nomina politica: i principi “democratici” dell’Unione europea, imposti alla Turchia, quando questa non ne faceva ancora parte, hanno determinato l’attuale assetto islamista del Paese, si immagini che cosa sarebbe successo se fosse stato un Paese membro: che avrebbe più facilmente esportato l’Islam politico negli altri Paesi comunitari, a partire dalla Germania, dove la presenza turca è maggiore.
      Carlo Manetti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *