C’è una lettera nella Bibbia, di san Paolo, piuttosto sconosciuta, perché non si legge mai nelle Messe domenicali; viene quindi in genere poco commentata. Il popolo cristiano praticamente non la conosce. È anche la più breve tra le lettere dell’apostolo, di poche righe, e forse per questo ritenuta “secondaria” rispetto alle grandi epistole paoline nelle quali si trattano di problemi di primaria importanza. È la Lettera a Filemone.

Eppure questo breve documento contiene una verità che, da sola, vale tutta la dottrina cristiana. Quasi relegata ad un dimenticatoio ingiusto, essa continua a brillare e mandare il suo folgorante fascio di luce anche dal sottoscala.

Questi i fatti: Paolo è in prigione e scrive la lettera ad un caro amico, un vecchio collaboratore, tale Filemone. Dal profondo del proprio dolore (incatenato, e le carceri del tempo erano piuttosto ruvide…) si rivolge all’amico perché un suo servitore (anzi, un suo schiavo, scrive l’apostolo) che lo aveva derubato ed era scappato, si è incontrato con lo stesso Paolo, si è convertito al cristianesimo, ed ora è pentito del male commesso. È diventato un agnellino, tanto che aiuta lo stesso Paolo in alcune necessità in carcere. L’apostolo sofferente ora ha deciso di rimandare questo giovane convertito – che si chiama Onesimo – proprio dal vecchio padrone, l’amico Filemone, affinché riceva il pieno perdono e tra i due vi sia la pace. Certo, il fuggitivo l’ha combinata grossa, ma ora chiede pietà e desidera rappacificarsi. Che Filemone, quindi, lo accolga fraternamente e metta una pietra sopra agli episodi passati.

Fin qui, tutto normale. Ma ecco che, nei versetti 18 e 19, l’apostolo introduce un nuovo concetto che innalza il tono in maniera vertiginosa: «Se in qualche cosa ti ha offeso o ti è debitore, metti tutto sul mio conto. Lo scrivo di mio pugno, io, Paolo: pagherò io stesso».

Paolo prende su di sè la colpa del fratello e intende pagare per lui!

Ma è possibile scontare il peccato del prossimo? Non è questa l’opera di Dio, e di Dio solo? Chi può rimettere i peccati se non Dio solo? Certo, solo Dio può rimettere i peccati, ma gli uomini possono collaborare per pagare il conto, ossia per riparare e scontare la pena del prossimo, per ripristinare la giustizia offesa, per saldare il debito che si è creato anche se la colpa l’ha commessa un altro. A tal punto Dio ci eleva a sé: possiamo collaborare affinché l’altro, perdonato da Dio, venga riabilitato e risulti “pulito” da ogni conto che avrebbe dovuto pagare.

Non c’è, anzi, un’opera più cristiana di questa, se la vita cristiana è amore. Chiedendoci questa collaborazione, Dio ci fa un piacere immenso, perché ci chiede di unirci a Lui, per vivere la sua stessa vita. Non c’è infatti altro atto umano che ci unisca a Dio più di questo, perché Dio è il Salvatore, il Redentore, colui che paga. «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo», grida san Giovanni Battista appena vede arrivare Gesù al fiume Giordano.

La riparazione dei peccati significa sic et simpliciter l’unione più profonda con Gesù crocifisso. Mentre “riparo”, io sono Lui e Egli è me. Distinte le persone, ovviamente, ma in quell’atto si realizza l’evento descritto da san Paolo nella lapidaria espressione: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.» (Gal 2,20).

L’uomo, che pure è peccatore, può offrirsi a Dio affinché il mondo sia purificato da ogni male. Questo è quanto la Madonna, teologicamente corretta, chiede ai tre bambini di Fatima: «Volete accettare le sofferenze che Dio vorrà mandarvi in riparazione dei peccati e per la conversione dei poveri peccatori?». I bambini dicono di sì, e vivranno quel “sì” fino alla loro morte, in modo eroico.

Paolo, che è già in carcere, decide di offrire quanto sta pagando affinché il peccato di Onesimo sia riparato, cancellato e distrutto anche attraverso la sua partecipazione, ossia l’accettazione serena e paziente delle proprie catene.

Possibile che questa verità oggi sia dimentica, nascosta, se non addirittura negata?

Il mondo ha bisogno di anime vittime e di martiri più di qualsiasi altra cosa, se si vuole che la creazione rimanga e non venga distrutta dal male.

Non sappiamo quale sia la proporzione tra chi ripara e chi opera il male. Se l’atto della morte di croce del Cristo e la sua resurrezione in atto primo ha salvato il mondo intero, di ogni tempo e ogni luogo, questo significa che la sofferenza offerta ha un potenziale straordinario. Quindi può darsi che siano i pochi a riparare per i molti. Ma se questo arruolamento non si fa più nelle nostre chiese, nella nostra predicazione, nel nostro vivere quotidianamente la volontà di Dio offrendo, riparando, pagando, come potremo difenderci dagli assalti continui del male?

Non si tratta del male che ha aumentato la propria aggressività: siamo noi che abbiamo abbassato le nostre difese.

Ma la Messa è sempre la Messa, e chi si comunica in grazia di Dio diventa, che lo sappia o non lo sappia, una potenziale anima vittima e un martire, perchè Gesù è la Vittima per eccellenza e il Martire supremo. Noi partecipiamo del suo stesso fine, che è sempre quello: la salvezza delle anime.

«Pago io», «metti tutto sul mio conto», sono parole che non si sentono più. Eppure le ha dette san Paolo, dando l’esempio a tutti. Ma, prima che sue, sono le parole sublimi del Cristo e di ogni anima che ami veramente.

Si dirà che la carità consiste piuttosto nel dare da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, eccetera. Certo, la morale cristiana è ben chiara: questi sono atti di amore, in base ai quali verremo anche giudicati. Ma c’è un’altra carità di cui si parla nel Nuovo Testamento, quella per la quale può essere considerato vano anche il distribuire tutte le sostanze ai poveri («Se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova» 1 Cor 13,3). È qual è questa carità? È la carità del cuore, dell’intenzione, che vuole il bene dell’altro più del proprio. È il soffrire al posto dell’altro, come ha fatto Gesù.

D’altro canto, che cosa poteva fare san Paolo in prigione? Poteva dare da mangiare agli affamati, poteva assistere gli anziani o aiutare la vecchina ad attraversare la strada? No, che non poteva: era in catene. Poteva però offrire le proprie sofferenze e pagare per il peccato di Onesimo. Agli occhi degli uomini, un nulla. Agli occhi di Dio: tutto.

Il male dilaga sotto i nostri occhi, e noi ne siamo come paralizzati. Sentiamo dire che il bene che si può fare è quello di compiere atti di accoglienza o assistenza, eccetera. No. Quello che possiamo e dobbiamo fare lo insegna san Paolo nella Lettera a Filemone.

Possiamo soffrire.

E davanti a questo atto, cristianamente offerto, Satana non può far nulla, perchè in quell’atto è Cristo che vive in noi.

 

 

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2 commenti su “La nostra vittoria”

  1. Ave Maria! Grazie padre per questa luminosa riflessione sulla vera chiamata che Gesu fa a ciascun cristiano, in particolare in questo tempo cosi unico e drammatico. Questo solo salverà l’umanità: Gesu Cristo mediante la sua vera Chiesa, formata da coloro che sapranno diventare uno con Lui, fino in fondo. Sia lodato Gesu Cristo!

  2. Straordinario Paolo, e straordinario il commento!
    Perché, indipendentemente da come viviamo, da come e quanto pratichiamo gli atti della nostra FEDE, possiamo riconoscere tutti che non esiste NESSUNA VITA senza sofferenza.
    E usare le nostre sofferenze, anche le più piccole, come dono “”CONTINUO”” a LORO per la salvezza di
    un’ anima, o delle anime, è un mezzo semplicissimo e molto molto efficace alla portata di TUTTI!!!
    GRAZIE GRAZIE GRAZIE!!!
    Il Signore vi ricompensi!!!
    Paola

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