Egregio Direttore,

mai come oggi tuona forte il richiamo del Papa alla sconfitta della “povertà”!

E pare che per questa nobile causa si possano vendere anche le chiese, visto che sono sempre più vuote. Lo stesso obiettivo, quello di sconfiggere la povertà, se lo posero le varie ideologie e dottrine politiche nel corso della storia, in modo particolare quella marxista. Quante rivoluzioni e quanto sangue per tale causa! Ma la povertà è ancora qui! Resiste ed è più forte della politica e delle rivoluzioni!

La povertà di cui parla Gesù nel Vangelo, la vera povertà, è non possedere la Verità, cioè non credere in Lui, nella sua Parola!

Per Gesù era povero Matteo il pubblicano, prima di convertirsi! Era povero Zaccheo prima della chiamata di Gesù! Era povera Maria di Magdala, nonostante avesse a disposizione monili d’oro e profumi!

Per Gesù l’unità di misura della “povertà” non è il possesso o meno di beni materiali, ma il possesso o meno di Lui!

E Gesù richiamò severamente Giuda Iscariota quando disapprovò lo spreco degli unguenti e dei profumi con cui Maria di Magdala unse i suoi piedi e il suo capo (cfr. Mc 14,1-11). Giuda Iscariota era il tesoriere degli apostoli e si preoccupava delle elemosine da fare ai mendicanti, cioè ai poveri che incontravano lungo il loro cammino. E per la sua mentalità contabile e mercantile tutti i profumi della Maddalena potevano essere convertiti in denaro da dare appunto ai poveri.

Ma Gesù lodò e apprezzò i doni e il gesto della Maddalena, tornata alla vita dopo il peccato, e rimproverò severamente Giuda e la sua gretta mentalità.

Detto questo, nessuno si scandalizzi se la Chiesa Cattolica ha sempre celebrato con il fasto dell’oro e dei paramenti sontuosi la sua liturgia: nella Messa si ripete l’azione della Maddalena, oltre a rinnovarsi il sacrificio di Cristo! E questo sacrificio non è degno di oro, di profumi, di decoro e splendore? Eppure tutto l’oro del mondo e la bellezza dell’arte delle nostre chiese saranno sempre poca cosa per rendere degnamente gloria a Dio!

Quindi, cari preti neo-progressisti, che volete ostentare la povertà francescana con altari disadorni e sciatti paramenti, calici e pissidi di materiali poveri, sappiate che lo stesso San Francesco ammoniva a che la povertà si fermasse ai piedi dell’altare.

Le nostre magnifiche chiese, piccole o grandi, insieme alle cattedrali ed alle basiliche, sono state costruite anche o soprattutto con il sudore dei poveri, per celebrare la gloria di Dio, e sono stati chiamati i più grandi maestri dell’arte pittorica e scultorea per arricchirle all’interno!

Cristo con l’Eucaristia è voluto restare in mezzo agli uomini e l’uomo non poteva che realizzare delle magnifiche case per ospitarLo degnamente!

Le chiese, quindi, non si vendono, come non si usano per ristoranti, convegni e concerti, fosse anche solo per dare il ricavato ai poveri!

Dio non può essere sfrattato! I poveri, soprattutto, non lo vogliono! Ci sono tanti mezzi e modi per beneficare i poveri che vendere le chiese!

Ma, se proprio si arrivasse a tanto, a sconsacrare e a vendere delle chiese per i poveri, allora mi sia permesso di suggerire una lista di orride costruzioni dove Dio non ha mai abitato per la loro bruttezza. Sono edifici chiamati impropriamente chiese, che una committenza ignorante ha voluto affidare ad architetti moderni, a digiuno di teologia e di fede, se non proprio atei. Architetti che hanno voluto celebrare il proprio “Io”, attraverso avveniristiche forme bizzarre, pur di stupire e soddisfare il proprio offuscato e confuso narcisismo. Ecco solo alcune delle chiese da vendere, se qualche industriale le trovasse funzionali come capannoni o magazzini:

  • la chiesa-congelatore o edificio-cubico di Fuksas a Foligno;
  • il tempio massonico di Renzo Piano a San Giovanni Rotondo;
  • le bizzarre chiese futuriste di Mario Botta.

Ma la lista potrebbe essere lunga, per quante ne sono disseminate in Italia, fiorite dopo una malintesa apertura al mondo del Concilio Vaticano II.

Mi fa non poca rabbia pensare che questi edifici siano stati costruiti con l’8 ‰ dei fedeli, che la CEI avrebbe fatto bene, questa volta, a destinare veramente ai poveri. Di questi scempi, ne potevamo fare a meno!

Ma come si debella allora la povertà? Cristo ce lo dice: attraverso la conversione a Lui!

Un cuore che si converte a Lui diventa generoso e opera la carità a partire dal suo parente, dal suo amico, dal suo vicino, senza vaneggiamenti filantropici globalisti e terzomondisti, scopi per i quali ci sono già – ahinoi! –  le ONG multinazionali finanziate da Soros, alla cui carità credono solo gli ingenui.

Noi comuni cristiani, alla carità di Soros, dobbiamo preferire quella “terra terra” di Maria, la Madre di Dio; una carità in cui mi impatto sempre nel secondo «Mistero della gioia», quando la giovane Maria si mette in cammino per andare in aiuto di sua cugina Elisabetta, anche lei in attesa di un bimbo.

E questa è la carità che ci insegna Maria, a partire dalla propria famiglia, dai propri parenti!

E partendo da questa è arrivata, attraverso il Calvario, insieme a suo Figlio, a donarci la Redenzione, la liberazione dal peccato!

Ed è questa la missione che la Chiesa Cattolica deve continuare e avere come sua “ossessione”: liberare l’uomo dal peccato! Solo così, poi, l’uomo saprà prendersi veramente cura del “povero”!

Cordialmente

Alfonso Piccirillo – regista e attore

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Egregio Signor Piccirillo,

non viviamo in tempi normali, perché, se vivessimo in tempi normali, Ella non avrebbe scritto questa lettera e, tantomeno, Europa Cristiana avrebbe ritenuto opportuno, quasi necessario, pubblicarla; in tempi normali, tutto quanto Ella ha scritto, con così piana chiarezza, sarebbe risultata l’ovvia conseguenza della sequela di Nostro Signore Gesù Cristo, non solo per un qualunque cattolico, ma anche per chiunque, sia pure non illuminato dalla Fede, si trovasse a vivere in un Paese cristiano. Ma, come si diceva, non è così. Ecco che il Suo scritto diviene particolarmente opportuno e tristemente attuale.

«Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate» scriveva Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) nel ventesimo capitolo, intitolato «Osservazioni conclusive sull’importanza dell’ortodossia», del suo saggio «Eretici» (1905). Il grande scrittore inglese lo prevedeva, con preveggente lucidità, mentre noi, purtroppo, lo dobbiamo constatare. Detto in altre parole, l’abbandono della Fede ha condotto l’uomo contemporaneo[1] all’abbandono della ragione, intesa tanto come capacità di riconoscimento del reale, quanto come capacità di trarre le debite conclusioni dalle premesse; e tutto questo passando attraverso non solo e non tanto l’abbandono della metafisica e della logica aristotelica, ma attraverso l’irrazionale odio verso la stessa e dogmatizzazione del più demenziale ed assoluto soggettivismo relativista.

Questo processo non è altro che il portare alle estreme conseguenze l’irrazionalismo illuminista e kantiano, a sua volta risultato dell’irrazionalismo protestante: è quello che va sotto il nome di «pensiero debole», proprio perché non è in grado di dimostrare nulla, ma pretende che sia legittimo tutto.

Questo oscuramento dell’anima razionale dell’uomo si è infiltrato anche nella Chiesa cattolica, attraverso le varie evoluzioni del Modernismo, dal cosiddetto Cattolicesimo liberale della prima metà dell’Ottocento, fino alla Nouvelle Theologie degli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso ed alle varie correnti conciliari e post-conciliari.

Tutto il Modernismo può essere sintetizzato in un enorme “complesso di inferiorità” di questi sedicenti cattolici nei confronti del mondo e del pensiero anti-cristiano; in fondo, costoro pensano che la Fede non sia un’illuminazione della ragione, che la esalta e la rende più profonda e più efficace, in una parola, superiore, ma un ostacolo al ragionamento, un insieme di dogmi che imbrigliano la capacità razionale dell’uomo e, conseguentemente, invidiano coloro che ne sono privi, quasi fossero più liberi e più “intelligenti”. Partendo da questi assurdi presupposti, hanno ricercato ogni tipo di compromesso e di conciliazione con tutte le irrazionali dottrine anti-cristiane, fino a vedere nella Tradizione ed in ciò che la Chiesa ha sempre detto il nemico da combattere e negli avversari della Fede i potenziali alleati e, addirittura, i maestri, da cui imparare.

Uno dei filoni più attraenti, per costoro, è, senza dubbio, quello economicistico-materialista. Su questa strada, si è cercato di eliminare tutta la dimensione spirituale del Cristianesimo, riducendolo, di fatto, ad un’etica, sganciata da ogni dimensione metafisica, e, conseguentemente, ad un’etica sociale collettiva, dove l’azione diviene più importante del pensiero e dove la carità cessa di essere primariamente l’amore verso Dio, per divenire unicamente l’orizzontale amore verso il prossimo. E la stessa carità fraterna, privata della dimensione verticale e della sua natura di amorevole obbedienza a Nostro Signore Gesù Cristo, si riduce a soccorso materiale ed economico verso i poveri. È in quest’ottica che nasce la cosiddetta «opzione preferenziale per i poveri», che, di fatto, trasforma il cristianesimo in una sorta di socialismo.

Anche il concetto di povero viene modificato in chiave materialista. La Chiesa ha sempre visto nella povertà la virtù di chi riconosce la propria miseria e pone ogni propria speranza in Dio, indipendentemente dai beni materiali cui dispone; ecco che la povertà diviene strumento di perfezione, perché permette alla persona di distaccarsi, anche fisicamente, dalla ricchezza e, conseguentemente, dalle sicurezze che questa può ingenerare, con un maggiore abbandono alla Provvidenza: è la via scelta in sommo grado da San Francesco (1182-1226) e dal francescanesimo più rigoroso.

Per i modernisti, invece, la povertà non è una condizione privilegiata, ma lo stato in cui versano gli indigenti e dal quale debbono essere liberati, tramite una “più equa distribuzione delle ricchezze”: alla dimensione religiosa spirituale si è sostituita quella socio-economica e materiale.

La conseguenza pratica è la sostituzione dell’uomo a Dio: in questa demenziale concezione, oggetto dell’adorazione del cristiano non è più la Santissima Trinità, ma l’Uomo: è la dottrina che va sotto il nome di antropocentrismo, cui, come dice Paolo VI nell’allocutio di chiusura del Concilio Vaticano II, questo ha rivolto la mente della Chiesa.

«E un’altra cosa dovremo rilevare: tutta questa ricchezza dottrinale è rivolta in un’unica direzione: servire l’uomo. L’uomo, diciamo, in ogni sua condizione, in ogni sua infermità, in ogni sua necessità. La Chiesa si è quasi dichiarata l’ancella dell’umanità, proprio nel momento in cui maggiore splendore e maggiore vigore hanno assunto, mediante la solennità conciliare, sia il suo magistero ecclesiastico, sia il suo pastorale governo: l’idea di ministero ha occupato un posto centrale.

Tutto questo e tutto quello che potremmo dire sul valore umano del Concilio ha forse deviato la mente della Chiesa in Concilio verso la direzione antropocentrica della cultura moderna? Deviato no, rivolto sì».

In questo crescendo, poi, si giunge all’assurdo logico della Chiesa, Corpo mistico di Nostro Signore Gesù Cristo e, quindi, di natura divina, che si pone al servizio dell’uomo; con il passo successivo di porre addirittura Dio al servizio dell’umanità, con un totale ribaltamento di ogni gerarchia e di ogni logica.

Con queste premesse, quindi, la missione della Chiesa cessa di essere quella di portare il maggior numero di anime possibili in Paradiso, per la maggior gloria di Dio, divenendo quello di soccorrere l’uomo e di farlo secondo due direttrici prioritarie precise: la lotta per la pace nel mondo, intesa unicamente come assenza di conflitti armati, e la lotta alla povertà.

Si inquadra perfettamente in questa “logica” l’affermazione di Papa Francesco alla FAO del 14 febbraio scorso: «Essere determinati in questa lotta è fondamentale perché possiamo finalmente ascoltare, non come uno slogan ma come una verità: “La fame non ha presente né futuro. Solo passato”». E che questo contraddica in modo plateale l’infallibile previsione di nostro Signore Gesù Cristo («i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete»[2]) non pare suscitare alcun tipo di problema, poiché, nel momento in cui si cessa di adorare Dio, per adorare l’uomo, ogni consequenzialità razionale viene meno e tutto è affidato al sentimentalismo.

Ecco che anche le chiese devono divenire spoglie, disadorne, volutamente brutte, per non dare l’idea di “sprecare” ricchezze per Dio, sottraendole all’uomo e, in particolare, ai poveri, oggetto della nuova adorazione materialistica.

Le chiese non sono più le «case di Dio», ma le «case degli uomini» o, ancor meglio, le «case della comunità», in cui non si adora Dio, ma si impara la condivisione. “Illuminante”, questo riguardo, è lo spot pubblicitario in favore delle offerte per i sacerdoti, nel quale un prete, ad una bambina che gli domanda se la chiesa sia casa sua, risponde «nostra, vorrai dire». Si comprende, quindi, che le chiese, in quanto «case della comunità», possono essere adibitie a dormitori (possibilmente per immigrati), a mense… e (perché no?) vendute e destinate ad ogni uso profano.

Le aberrazioni che Ella denuncia non sono tanto e solo il frutto di un comportamento immorale, ma la “logica” conseguenza di un tragico mutamento dei contenuti della Fede e, conseguentemente, possono cessare unicamente con il ritorno degli uomini di Chiesa alla purezza della Fede cattolica di sempre.

[1] Ci si riferisce, ovviamente, alla mentalità comune ed alla vulgata del cosiddetto «pensiero moderno», conseguente all’Illuminismo, e non alle singole persone.

[2] Mc 14,7.

 

 

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1 commento su “Lettera al Direttore di Alfonso Piccirillo”

  1. Alfonso Piccirillo – Carlo Manetti
    _____________________________
    GRAZIE DI CUORE per i vostri splendidi scritti, ma il mio grazie è purtroppo insufficiente, soltanto
    il SIGNORE vi può compensare adeguatamente.
    Che LUI vi benedica.

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