Martedì 6 novembre u.s. si sono tenute, negli Stati Uniti, le cosiddette elezioni di Medio Termine, per il rinnovo dell’intera Camera dei Rappresentanti, di 35 senatori su 100 e di 36 Governatori. I Repubblicani hanno rafforzato la loro maggioranza al Senato ed i Democratici hanno conquistato la Camera. Parrebbe quasi un pareggio, con relativo indebolimento per il Presidente Donald Trump. Ma non è esattamente così, poiché bisogna considerare che l’attuale inquilino della Casa Bianca non è (o, meglio, non era) espressione maggioritaria del Partito Repubblicano, ma di una minoranza emergente al suo interno. Bisogna, quindi, valutare, in rapporto all’accresciuto o diminuito potere presidenziale, la combinazione della doppia partita, sia nella dimensione interna al partito dell’Elefantino, sia nella dimensione del rapporto con i Democratici.

Nel rapporto tra i due partiti, certamente quello dell’Asinello si è rafforzato, anche se non nelle dimensioni che ci si attendevano, a spese del rivale, conquistando, come si è detto, il controllo della Camera dei Rappresentanti; e questo contenimento del successo democratico, considerazione non irrilevante nel valutare il potere di Trump, soprattutto in relazione al proprio partito, è stato reso possibile dall’impegno profuso dal Presidente in campagna elettorale, impegno che ha permesso di mantenere e, addirittura, rafforzare il controllo repubblicano sul Senato.

Sul piano dei rapporti interni al Partito Repubblicano, poi, bisogna considerare che la stragrande maggioranza degli eletti, sia alla Camera che al Senato, appartengono alla corrente “trumpiana” e sono di piena fiducia del Presidente. Questo ha mutato la geografia interna del partito, dove la corrente liberale, nelle sue varie accezioni, ivi compresa quella più conservatrice, risulta totalmente ridimensionata e oggi, possiamo dire, minoritaria.

Tutta la cultura politica statunitense, dall’estrema sinistra all’estrema destra, si è sempre basata sull’equivoco liberale, vale a dire sulla prevalenza della libertà sulla verità: partendo dal presupposto, kantiano ed illuminista, secondo il quale non esiste una oggettiva verità filosofica e, conseguentemente, politica e, se, per assurdo, dovesse esistere, non sarebbe conoscibile e, quindi, comunicabile, la realtà viene interpretata come il confronto e lo scontro di «libere opinioni», tutte aventi la medesima dignità ed il medesimo diritto ad essere espresse ed a divenire base ideale dell’agire di ciascuno. Risulta di ogni evidenza che tale principio, se applicato in maniera rigida ed assoluta, impedisce qualsiasi forma di convivenza umana, riproducendo una sorta di hobbesiano «stato di natura», vale a dire di una continua guerra di tutti contro tutti.

Per poter applicare il principio liberale, è necessario “correggerlo” con dei limiti, la cui accettabilità viene presunta come universale, senza alcuna dimostrazione logica, o viene imposta dalla sua maggiore popolarità, attraverso il suffragio universale.

Oltre a ciò, il principio liberale contiene, in sé, una contraddizione insanabile tra la libertà e l’uguaglianza.

La storia del Partito Repubblicano, come, del resto, lo è specularmente quella del Partito Democratico, è tutta giocata sul crinale di queste due contraddizioni interne. Esso nasce alla fine del XVIII secolo, in contrapposizione con il Partito Federalista di George Washington, come difensore della libertà dei singoli Stati, contro lo “strapotere” della Confederazione; una volta eliminata dalla scena politica la formazione del Padre della Patria, esso si è diviso tra Repubblicani nazionali (oggi semplicemente Repubblicani) e Repubblicani democratici (oggi semplicemente Democratici): i primi maggiormente attenti alla libertà individuale e, conseguentemente, più centralisti, mentre i secondi più sensibili alla libertà dei singoli Stati.

È su questa contrapposizione che i Repubblicani appoggiano il colpo di Stato di Abramo Lincoln (1809-1865), loro esponente, che, in nome dell’abolizione, a livello federale, della schiavitù (materia costituzionalmente di competenza dei singoli Stati), trasforma la Confederazione in Stato federale, mentre i Democratici gli resistono, appoggiando gli Stati schiavisti, principalmente del Sud, che difendono con le armi la Costituzione, dando inizio alla cosiddetta «Guerra di secessione»[1].

Dopo la fede della guerra civile, il Partito Repubblicano ha sviluppato, al suo interno, una corrente “conservatrice”, che, partendo dal liberismo economico, ha sempre più insistito per ridurre il loro ruolo dello Stato, non solo in economia, ma, più in generale, nella vita dei cittadini. Tale corrente è via via cresciuta, sia pure con differenti sfumature ed intensità, rendendo sempre più minoritaria la linea lincolniana.

Processo analogo, ma di segno opposto ha subito il Partito Democratico, dove si è sempre più rafforzata la corrente cosiddetta liberal, vale a dire favorevole allo sviluppo di quelle che saranno poi definite «politiche attive», cioè all’intervento dello Stato nella società civile, finalizzato a ridurre le disuguaglianze, non solo economiche. Il partito dell’Asinello è, quindi, divenuto la formazione politica di raccolta del voto delle minoranze etniche e delle classi sociali subalterne.

Questo processo, in entrambi i partiti, ha riguardato soprattutto gli Stati “nordisti”, durante la Guerra di secessione, e quelli entrati nell’Unione dopo il conflitto, mentre negli Stati del Sud i “conservatori” rimanevano democratici, soprattutto nel ricordo delle atrocità commesse dalle truppe unioniste durante e dopo la guerra civile ed attribuendole al partito di Lincoln e di Ulisse Grant (1822-1885). Si è assistito, quindi, ad una specie di scissione di fatto del Partito Democratico in due formazioni politiche contrapposte, una progressista ed una conservatrice. Quest’ultima corrente ha raggiunto il suo apice, di potere politico e di autonomia dal Partito Democratico, con la formazione del Partito Indipendente Americano, che ha candidato alle elezioni presidenziali del 1968 George Corley Wallace (1919-1998), sua personalità, in assoluto, più influente; l’insuccesso di tale candidatura, che non è riuscita ad impedire l’elezione del repubblicano Richard Milhous Nixon (1913-1994) segna l’inizio della sua rapida decadenza e del suo graduale assorbimento da parte del partito dell’Elefantino.

Questa politica è stata teorizzata, per primo, da Nixon, ma ha visto la sua piena realizzazione solo con le elezioni presidenziali del 1980, nelle quali molti democratici “conservatori” si schierarono con Ronald Wilson Reagan (1911-2004), dando vita a quelli che il politologo democratico Stan Greenberg ha definito «Democratici di Reagan», con una definizione divenuta pressoché universale; l’esponente di maggior spicco di questa corrente fu, senza dubbio, Jeane J. Kirkpatrick (1926-2006), nominata da Reagan ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite nel 1981, divenuta famosa per la sua distinzione tra «regimi recuperabili» (i regimi autoritari di destra e le dittature militari), ritenuti convertibili alla democrazia con relativa facilità, e «regimi non recuperabili» (i regimi totalitari comunisti), ritenuti ontologicamente incompatibili con lo Stato democratico.

Questa evoluzione ha portato il regime politico liberale statunitense alla sua piena maturazione, cristallizzando, grosso modo, i liberali di destra del Partito Repubblicano e quelli di sinistra nel Partito Democratico. Questa situazione si è definitivamente incrinata con la discesa in campo di Donald Trump.

L’attuale Presidente degli Stati Uniti ha, dichiaratamente ed espressamente, sostituito l’ideologia liberal-conservatrice con il realismo politico; non si tratta di un ritorno alla realpolitik di kissingeriana memoria, ma di un vero e proprio ritorno alla politica pre-illuminista ed anti-ideologica. La dottrina teorizzata da Henri Kissinger non mette assolutamente in discussione i postulati liberali, di cui, anzi, incarna una versione “centrista”, moderata e solo vagamente conservatrice, ma pretende, in una riedizione da XX secolo di Niccolò Machiavelli (1469-1527), non solo un’autonomia della politica dalla morale, ma una sua totale indipendenza; non tocca i contenuti ideologici, ma solo postula una maggiore spregiudicatezza di mezzi per raggiungerli.

La “dottrina trumpiana”, invece, postula l’esistenza di una realtà oggettiva e di finalità prestabilite della politica discendenti da quella. Più che una teoria filosofico-politica compiuta essa è un insieme di principi operativi, che, però, non riescono a nascondere la loro derivazione da una lettura realistica del mondo. Sul piano economico, per esempio, The Donald, come il Presidente è conosciuto negli Stati Uniti, ritiene chiaramente che l’economia sia conseguente alla politica e non viceversa; essendo compito dei detentori del potere politico l’aumento del benessere, anche materiale, delle popolazioni a loro soggette (teoria politica classica), la politica economica deve avere questa finalità e, in ciò, non può essere intralciata da teorie e “dogmi” economicistici: se, per tutelare le imprese e, conseguentemente il benessere economico del proprio Paese, è necessario difendersi con dazi o altre politiche protezioniste, risulta insensato richiamarsi alla “sacralità del libero mercato” per impedirle; tale protezionismo, poi, può e, in alcuni casi, deve divenire anche strumento di politica internazionale, al fine di “persuadere” i propri interlocutori ad addivenire a comportamenti meno nocivi per l’interesse nazionale.

Sul piano delle politiche migratorie, poi, il Presidente statunitense si richiama al principio, anch’esso di dottrina classica, della prevalenza del diritto che ogni Stato ha di preservare la propria identità e la propria sicurezza sociale su un presunto diritto dei singoli a migrare dove ritengono opportuno.

Sulle questioni, infine, dei cosiddetti “diritti civili” o, se si preferisce utilizzare l’espressione di Benedetto XVI, dei “principi non negoziabili”, la politica dell’attuale inquilino della Casa Bianca è improntata al ristabilimento da quanto sopra esposto del “secondo natura”: favor verso la pena di morte, contrarietà nei confronti dell’aborto, ostilità nei confronti delle dottrine gender e di tutte le loro applicazioni…

Come si può evincere da quanto detto sopra, queste elezioni di Medio Termine rivestono un significato che travalica di molto i rapporti di forza tra i due maggiori partiti statunitensi, perché segna, per la prima volta nella storia americana, la prevalenza, all’interno di una delle maggiori forze politiche del Paese, della lettura realista a scapito di quella liberale. Se questa tendenza dovesse venire confermata ed il Partito Repubblicano dovesse cristallizzarsi su queste posizioni, gli scenari internazionali potrebbero cambiare in maniera epocale.

 

[1] La stessa definizione della guerra civile americana come «Guerra di secessione» tradisce la lettura “nordista” del conflitto, che vede nella resistenza degli Stati del Sud un atto secessionista e non la difesa della Costituzione vigente. Più oggettiva e storicamente corretta è, invece, la definizione dei “nordisti” come Unionisti (favorevoli alla trasformazione della Confederazione in Unione, vale a dire in Stato federale) e dei “sudisti” come Confederati (favorevoli al mantenimento della Confederazione).

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1 commento su “L’importanza storica delle ultime elezioni di Medio Termine”

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