Raccogliere il testimone di Frida Kahlo? No, grazie!

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La terza uscita, delle sessanta, della collana di biografie, intitolata «Le grandi donne», edita dal Gruppo di comunicazione internazionale RBA (Maria Montessori qui e qui e Madame Curie qui) dedicata a Frida Kahlo. Il piano dell’opera ha lo scopo di essere traino per l’universo femminile dei nostri giorni, in quanto le «loro vite, tanto appassionanti quanto singolari, sono oggi grande fonte d’ispirazione. Hanno tracciato una nuova via e oggi beneficiamo della loro eredità raccogliendone il testimone».

Raccogliere il testimone del mito omosessualista Frida Kahlo? No, grazie! Né nella vita privata, né nella vita pubblica.

Ella è divenuta simbolo del femminismo contemporaneo: libertà ribelle e deviante come unico credo. La libertà come unica meta, meta distruttiva dell’essere donna. Nelle libertà vissute dalla Kahlo c’è anche quella contro natura, che grida vendetta al cospetto di Dio.

I suoi autoritratti con sopracciglia folte e mascoline, con l’ombra dei baffi e mai sorridente, sono l’emblema dell’omosessualità, perciò simbolo della cosiddetta body positivity, ovvero franchigia dalle norme imposte dalla società che segue il diritto di natura. Frida Kahlo (a sinistra, in una foto del 1926) rappresenta la rivolta alla legge del creato e, dunque, alla legge divina. Volontariamente, deliberatamente, costantemente rivoluzionaria, ebbe una vita autocelebrativa, imbevuta di materialismo e di ideali anticristiani.

Le sventure della sua salute, dovute alla spina dorsale bifida (come sua sorella) e ad un incidente subito a 18 anni, che le impedì di divenire madre, non possono essere utilizzate psicanaliticamente come strumento per coprire le idee che portò avanti e che formarono e formano l’ideale di donna e di lesbica oggi, idee dottrinalmente ed eticamente distruttive e scandalose che a lei si accompagnano. Édith Piaf (1915-1963), dalla vita triste, sofferta e fragile, non ha mai cavalcato il successo per propagandare idee malsane e rovinose, ma ha offerto al mondo la sua magistrale arte vocale, ponendosi al servizio della bellezza sonora e poetica in quanto tale.

Magdalena Carmen Frieda Kahlo y Calderón nasce a Coyoacán, una delegazione di Città del Messico, il 6 luglio del 1907. Il padre è Guillermo Kahlo Kaufmann, fotografo tedesco, nato da Jakob Wilhelm Kahlo, gioielliere, emigrato in Messico nel 1891; sua madre è Matilde Calderón y González, una benestante messicana di origini spagnole e amerinde. Diceva di essere nata tre anni dopo, nel 1910, perché si sentiva figlia della rivoluzione messicana e del Messico moderno. Lei stessa era una rivoluzionaria, lontana dagli invisi valori cristiani e lontana dall’arte secondo bellezza. Ecco che è divenuta eroina dell’Arte contemporanea e viene proposta ovunque nel mondo occidentale con l’allestimento costante di mostre ed una pubblicistica osannativa e  iperattiva.

Personalità forte, spirito indipendente e focoso, è riottosa nei confronti della società “borghese”. Si iscrive al Colegio Alemán, una scuola tedesca, e nel 1922, con l’auspicio di diventare medico, alla Escuela Nacional Preparatoria. Le sue idee, fin dall’adolescenza, sono di stampo comunista. Proprio alla Escuela Nacional si unisce ai Cachuchas, un gruppo di studenti sostenitori del socialismo nazionale, che ammira il rivoluzionario José Vasconcelos (1882-1959), qui docente, e nutre un interesse particolare per la letteratura. Capo spirituale e ispiratore dei Cachuchas è Alejandro Gómez Arias, studente di diritto e giornalista, del quale Frida si innamora.

È il 17 settembre 1925 quando, all’uscita di scuola sale su un autobus con Alejandro per tornare a casa e pochi minuti dopo rimane vittima di un tragico scontro fra il bus e un tram. Si salva, ma le conseguenze sono terribili sulla colonna vertebrale e su altre parti del corpo, in particolare sul bacino: subirà trentadue operazioni chirurgiche. Rimane per lungo tempo immobile nel letto, ma poi, tolto il gesso, riprende a camminare, nonostante dolori e limitazioni che l’accompagneranno negli anni.

Nel tempo forzato dell’immobilità, uno specchio posizionato sul baldacchino le permette di fare molti autoritratti, e quando non è impegnata con i pennelli si dedica alla lettura di libri del movimento comunista. Ad un certo punto decide di sottoporre i suoi dipinti a Diego Rivera (1886-1957), noto pittore murale dell’epoca, dal quale desidera avere una critica. Il contatto con l’artista le spalanca il successo. Rivera, infatti, diventa il suo nume tutelare, inserendola nel mondo politico e culturale del Messico. Eccola, quindi, a 21 anni legata sentimentalmente al suo patrocinatore, diventare convinta attivista del Partito Comunista Messicano, al quale si iscrive nel 1928 (la vediamo alzare il pugno, nella foto a qui a sinistra, insieme a Rivera). L’anno dopo la Kahlo e Rivera si sposano: lui è al suo terzo matrimonio e lei sa bene della sua vita libertina, ma rischia, in fondo la fedeltà appartiene ai “pregiudizi” del passato… anche lei, poi, non è da meno, e non solo si intrattiene in rapporti extraconiugali, ma anche in esperienze omosessuali, anche con le amanti del marito. Fra i suoi compagni citiamo il rivoluzionario russo Lev Trockij (1879-1940), il critico d’arte e poeta francese André Breton (1896-1966); fra le compagne la fotografa e militante comunista Tina Modotti (1896-1942); si è parlato anche dei suoi legami con alcune attrici, come Dolores del Rio (1905-1983), Paulette Goddard (1910-1990) e Maria Felix (1914-2002), una delle icone dell’età d’oro del cinema messicano.

Il suo dipinto Dos desnudos en el bosque (Due nudi nel bosco), datata 1939, rappresenta la sua attrazione fisica per le donne. L’opera è stata battuta all’asta di arte impressionista e moderna organizzata da Christie’s a New York nel 2016 per 8 milioni di dollari: è il valore più alto mai pagato per un suo dipinto. L’opera, omaggio all’attrice connazionale Dolores del Rio, è uno spaccato sulla sua vita privata: rappresentazione su tela della sua bisessualità che racconta attraverso l’incontro di due donne in una foresta, spiate da una scimmia che simboleggia il peccato.

Una delle sue relazioni omosessuali più note fu quella con la pittrice americana Georgia O’Keeffe. In una fotografia di famiglia del 1926 è vestita con completo da uomo, come aveva fatto, prima di lei, la scrittrice e drammaturga francese George Sand, pseudonimo di Amantine (o Amandine) Aurore Lucile Dupin (1804-1876), le cui opere letterarie erano state messe all’Indice nel 1863.

Usava il cross-dressing come modo per esprimere il suo potere e la sua indipendenza, rivendicava la satanica libertà di uscire dai canoni abitudinari imposti, violando le consuetudini dei distinti sessi, maschile e femminile.

Dal 1938 incrementa la sua attività pittorica: non narra solo più per immagini i suoi disturbi fisici, ma esprime il suo turbativo stato interiore, dove un bambino diventa spesso sua personificazione. Per un certo tempo la tradizione messicana classica si unisce alla moda surrealista dell’epoca. Proprio in quell’anno il poeta e saggista surrealista André Breton osserva i suoi lavori e le propone una mostra a Parigi e la definisce «una surrealista creatasi con le proprie mani». La Kahlo non guarda al mondo del subconscio, ma agli istinti dell’individuo: punta sul dolore, sull’erotismo represso e sull’uso di figure ibride: è un enorme successo nel mondo dei lontani da Dio. Aderì al surrealismo per convenienza, esternando delle trovate senza senso, “emozionanti” si direbbe oggi, come quella che il surrealismo stesso «è la magica sorpresa di trovare un leone nell’armadio, dove eri sicuro di trovare le camicie». Ebbene, anni dopo Frida negherà con forza di aver preso parte al movimento, perché? La risposta è presto detta: negli anni Quaranta esso aveva cessato di essere à la page, perciò «Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni.»[1].

Dal marito Frida Kahlo acquisì l’influsso naïf. Dipinge piccoli autoritratti di carattere popolare, con l’intento di riandare alle tradizioni precolombiane, interpretando personalmente l’originaria identità messicana, che rappresenta anche nel suo stesso modo di vestire, indossando abiti di gusto femminile di Tehuantepec, un comune di Oaxaca, dove le donne usavano comandare nei mercati locali e dove era abitudine deridere gli uomini.

Moglie e marito vivevano in due case separate, collegate da un ponte per avere i propri spazi vitali e artistici. Ma a dieci anni dal matrimonio, è il 1939, divorziano a causa del tradimento di lui con sua sorella, Cristina Kahlo; ma si risposarono nel 1940 a San Francisco. Nel 1936 Rivera appoggiò la richiesta di asilo politico in Messico di Lev Trockij che fu concessa l’anno seguente; ma nel ‘39 prese le distanze dal noto dissidente russo. Nel 1950 illustrò il Canto General di Pablo Neruda e nel 1955, dopo la morte di Frida, si risposerà, per la quarta volta, con Emma Hurtado. Dedicherà gli ultimi anni della sua vita a far conoscere il lavoro della Kahlo, della quale dirà: «Frida è la prima donna nella storia dell’arte ad aver affrontato con assoluta e inesorabile schiettezza, si potrebbe dire in modo spietato ma nel contempo pacato, quei temi che riguardano esclusivamente le donne». La fama internazionale cresce intorno alla coppia e Rivera dona la «Casa Azul» di Coyoacán – dove Frida era nata e dove si era trasferita nel 1940 con lui, alla morte dei genitori – al popolo messicano, ma solo un anno dopo la sua morte il governo la trasforma in un Museo che tuttora accoglie le più importanti opere della Kahlo, nonché opere di Rivera, José María Velasco (1840-1912), Paul Klee (1879-1940) e di alcuni loro amici, fra i quali Marcel Duchamp (1887-1968) e Yves Tanguy (1900-1855).

Nella grande casa, circondata da un recinto in stucco blu elettrico e rosso e dalle pareti dello stesso intenso blu maya, moglie e marito realizzarono gran parte dei loro quadri e qui accumularono reperti precolombiani del Messico e collezioni etnografiche. Nel giardino Frida teneva scimmiette, cani, pappagalli che spesso poi comparivano nei suoi dipinti. Ma la dimora fu anche salotto di intellettuali, politici, artisti, registi, attori e magnati. Pensiamo, per esempio al regista russo Sergej Ėjzenštejn (1898-1948), che diresse i mitici La corazzata Potëmkin, Aleksandr Nevskij, Que viva Mexico!, Ottobre o all’amico statunitense Nelson Aldrich Rockefeller (1908-1979), uno dei loro più convinti mecenati, nipote di John Davison Rockefeller (1839-1937).

Che cosa significa essere emancipate? Credersi libere imprigionandosi nel disordine e nell’abiezione. Frida Kahlo è il modello proposto alle donne di oggi e sul web ce lo spiegano: non ha mai rinunciato alla sua indipendenza, ha affermato la sua libertà sentimentale e sessuale, ha vinto le etichette, gli schemi preconfezionati, ha ammesso la propria vulnerabilità di fronte alla libido, “rispettando” (assoggettandosi) le sue “fragilità” e le sue “necessità”, che, tradotto in termini cristiani significa: assoggettarsi al peccato continuo, sempre in cerca di nuove emozioni, di un appagamento sensuale inesausto. (Nella foto qui a sinistra è ritratta insieme a Tina Modotti).

“Grazie” alla sua “libertà” poteva scrivere a José Bartoli: «Da quando mi sono innamorata di te, ogni cosa si è trasformata ed è talmente piena di bellezza… L’amore è come un profumo, come una corrente, come la pioggia. Sai, cielo mio, tu sei come la pioggia ed io, come la terra, ti ricevo e accolgo», ma anche al marito: «in fondo io e te ci amiamo moltissimo, e anche se passiamo attraverso innumerevoli avventure, porte sbattute, insulti e lamenti a livello internazionale, continuiamo ad amarci? Credo che dipenda dal fatto che sono un tantino stupida perché tutte queste cose sono successe e si sono ripetute durante i sette anni vissuti insieme; e tutta la rabbia che ho ingoiato mi ha semplicemente fatto capir meglio che ti amo più della mia stessa vita.».

In uno dei tanti siti web dove la Kahlo viene proposta come straordinario esempio a cui fare riferimento nella battaglia per la “libertà” della donna, come eccelsa orma da seguire, come “incanto” per somigliarle, proponendo una vera e propria apologia del suo modo di vedere la donna e l’esistenza umana, si legge: «spese la sua vita in una coraggiosa battaglia contro la sofferenza e le avversità, che riuscì ad affrontare con un’incredibile forza creativa, forza che le venne, oltre che da se stessa, dal suo profondo bisogno di amare e di essere amata sia da uomini sia da donne: “Tlazolteotl, dea dell’amore, dev’essere stata dalla mia parte. Sono stata amata, amata, amata – non abbastanza, ancora, perché non si ama mai abbastanza, poiché una vita non basta. E ho amato incessantemente. Nell’amore, nell’amicizia. Uomini, donne.”». Tlazolteotl, secondo la mitologia azteca, civiltà sanguinaria, era la dea protettrice della fertilità e della sessualità, della nascita, quindi una dea-madre. Veniva definita «mangiatrice di ciò che è sporco» in quanto faceva visita alle persone che, giunte al termine della loro vita, le confessavano i propri peccati e, dunque, ella si cibava della loro «sporcizia», ovvero dei loro peccati.

I peccati della Kahlo, espressi sulle tele, diventano nutrimento dell’arte mercificata e dei suoi fruitori, comprese le scolaresche che si recano in visita alle sue mostre, invitati da docenti ignari o consapevoli della macchina totalizzante e distruttiva dei nostri tempi. L’artista ha lasciato oltre cento pagine autografe fra il 1946 e il 1949 dove la donna emancipata e libera diventa chiaramente donna oggetto, con espressioni che qui, per decenza, non pubblichiamo, ma che le femministe chiamerebbero «amore».

Il florido e munifico mercato dell’Arte contemporanea, sempre a caccia di trasgressioni e di cattivo, talvolta orripilante e demoniaco gusto, di pessime opere che vanno “oltre”, sempre “oltre”, ha puntato gli occhi sulla produzione della Kahlo, modello transgender della “libertà”, quale “maestra” di vita. Si dice – e si farnetica – che la pittrice creava visioni del corpo femminile non più distorto da uno sguardo maschile: se il suo era lo sguardo “libero” della donna sulla donna allora la libertà è sinonimo di sragione e di depravazione. I media ne hanno fatto un’icona femminista e lesbo, a partire dagli Settanta, dopo la rivoluzione culturale e sessuale del ’68. Il movimento femminista l’ha acquisita a proprio emblema e da allora è considerata un totem da seguire per l’indipendenza e per l’originalità delle sue creazioni. Ella è così diventata capofila di generazioni di donne bisessuali, artiste, studentesse e attiviste LGBT, nonché simbolo della teoria queer[2], insomma di tutte le seguaci di Marianne e degli spiriti del male.

Quali altre mire di pace e di serenità esistenziale possiedono gli uomini e le donne di fede, protesi a riconoscere in Dio la Santissima Trinità! Dice san Paolo:

«Non ci resta, o fratelli, che pregarvi e supplicarvi nel Signore Gesù perché camminiate e progrediate sempre più in quella via che avete appreso da noi e che vi indica quale deve essere la vostra condotta per piacere a Dio. Così voi vi comportate già, del resto. Sapete infatti quali istruzioni vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù. Questa è la volontà di Dio, questa la vostra santificazione, che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno sappia possedere il proprio corpo con santità e rispetto, e non seguendo la spinta della concupiscenza come i pagani che non conoscono Iddio; e senza ledere o defraudare il proprio fratello, perché il Signore è vindice per tutti questi disordini, come vi abbiamo già detto e attestato. Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santità: in cristo Gesù, Signore nostro» (Tes. 4, 1-7).

Il vizio carnale di Frida Kahlo, che non rispetta la persona e la abbassa a voglie abbiette, e la vanagloria artistica, imbevuta di materialismo comunista, di autoreferenzialità celebrativa, si addice alla perfezione alla mentalità odierna neopagana, pop, radicale, lussuriosa e merciforme, dove la negazione di Dio (vedasi la profanazione del Cuore Immacolato di Maria nel calendario del 2018, qui sotto, a destra, che si ispira all’artista messicana) rende fascinosa la corruzione dell’anima propria e altrui, compresa quella delle bambine, che possono “giocare” con la Barbie Frida.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Frida Kahlo, in «Time Magazine», Mexican Autobiography, 27 aprile 1953.

[3] La teoria queer, sorta all’inizio degli anni Novanta dello scorso secolo, nacque in seno agli studi gay e lesbici, agli studi di genere e alla teoria femminista. Sulla scia delle tesi di Michel Foucault, Jacques Derrida e Julia Kristeva, la teoria queer mette in discussione la naturalità dell’identità di genere, dell’identità sessuale e degli atti sessuali di ciascun individuo, affermando che esse sono interamente o in parte costruite socialmente, pertanto gli individui non possono essere descritti usando termini generali come «eterosessuale» o «donna». la teoria queer rigetta la formulazione di categorie ed entità-gruppo, socialmente assegnate, basate sulla divisione fra coloro che condividono un’usanza, abitudine o stile di vita e coloro che non lo condividono. A coniare la formula «teoria queer» è stata l’italiana Teresa de Lauretis, nell’ambito di una conferenza che tenne all’Università della California, Santa Cruz, nel febbraio 1990. Come altre in alcune correnti del femminismo, alcune studiose di teoria queer vedono la prostituzione, la pornografia e il bondage o il sadomasochismo come legittime e valide espressioni della sessualità umana.

 

 

 

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