Probabile effigie di San Guglielmo da Volpiano

sul pulpito della chiesa di San Giulio, sull’omonima isola del Lago d’Orta

 

Un grande abate, un grande architetto, un protagonista nell’Europa del Mille, a cui noi europei dobbiamo imperitura gratitudine. Il 1° gennaio la Chiesa ricorda questo Padre dell’Europa. Parliamo di san Guglielmo di Volpiano, abate di San Benigno di Digione. Egli fu, fra le tante realtà ancora adesso ammirate da milioni e milioni di persone, l’artefice dell’edificazione dell’abbazia di Mont-Saint-Michel (quella rappresentata nell’home page di Europa Cristiana), della quale disegnò personalmente la chiesa in stile romanico. Sta scritto nel Martirologio romano: «nel monastero di Fécamp in Normandia, transito di San Guglielmo, abate di San Benigno di Digione, che negli ultimi anni della sua vita governò con fermezza e prudenza i suoi moltissimi monaci distribuì in quaranta monasteri».

Severo e rigoroso, gli venne dato l’appellativo di «supra regulam» ed è stato identificato [1] con l’effigie rude, dal piglio militaresco, scolpita sul pulpito della chiesa di San Giulio, sull’omonima isola del lago d’Orta, in Piemonte.

L’appellativo da Volpiano deriva dalla località del Canavese ove suo nonno Vibo, membro di una famiglia dell’alta aristocrazia germanica, in seguito a una faida era stato costretto a rifugiarsi e dove acquistò dei beni. Là nacque il padre, Roberto, il nobile svevo, conte durante il regno di Berengario II, in favore del quale, intorno ai mesi di giugno-luglio del 962, difese il castello di San Giulio dagli attacchi di Ottone I il Grande.

Nel corso delle operazioni belliche venne alla luce Guglielmo, nel castello di San Giulio sul lago d’Orta, da Roberto, nobile svevo, e da Perinza, nobile di stirpe longobarda imparentata con il futuro re d’Italia Arduino, nonché con lo stesso Berengario II. Era l’inizio dell’estate del 962 ed era l’ultimo di quattro fratelli (gli altri si chiamavano: Goffredo, Nitardo e Roberto). La sua nascita avrebbe indotto gli assediati a trattare la resa e Ottone a essere clemente, al punto che accettò di tenere a battesimo Guglielmo come suo padrino[2] e l’imperatrice Adelaide gli fece da madrina.

Nel 969 Guglielmo, quando aveva 7 anni, venne presentato come oblato nel monastero di San Michele di Lucedio, nella diocesi di Vercelli. Di notevoli capacità intellettive, compì brillantemente gli studi grammaticali a Vercelli e a Pavia, ed ebbe incarichi di insegnamento. Gli fu inoltre affidata, quando non aveva ancora vent’anni, la cura degli affari interni ed esterni dell’abbazia.

In opposizione al vescovo di Vercelli, che considerava contrario allo spirito evangelico, Guglielmo dopo un pellegrinaggio al monastero di San Michele della Chiusa, tornato a Lucedio, nel 987 conobbe Maiolo, abate di Cluny e a lui si legò, entrando nell’abbazia borgognona e divenendone monaco, e ricevendo il diaconato. Nel 988 fu posto alla guida del priorato cluniacense di Saint-Saturnin-sur-Rhône, attuale Pont-Saint-Esprit.

Il suo trasferimento in Borgogna fu dettato sia dal desiderio di abbracciare una forma di monachesimo indipendente dalle autorità diocesane come quello cluniacense, sia dall’unione parentale che aveva, per parte materna, con Ottone Guglielmo, conte di Mâcon e poi duca di Borgogna, e con Brunone, vescovo di Langres, entrambi interessati a dare nuovo impulso alla vita monastica nei territori di loro giurisdizione. Proprio su invito di quest’ultimo, il 24 novembre 989, Guglielmo si insediò con dodici monaci cluniacensi nel monastero di St-Bénigne di Digione, subentrando ad un’altra comunità che qui era stata presente fino al loro arrivo.

A Digione la sua fama di predicatore è immensa. Riempie l’abbazia di fedeli, le sue omelie convertono le anime e i cuori più induriti.  La sua autorità si amplifica ancor più quando, durante i lavori di restauro e di ampliamento dell’abbazia stessa, si rinviene la tomba del martire Benigno, evangelizzatore, ancora ai tempi dell’antica Roma, della Borgogna. Per secoli il luogo sarà meta di straordinari e molteplici pellegrinaggi e darà alle Consuetudines di Digione autorità ed autonomia liturgica e catechetica che definitivamente staccherà dalla casa madre di Cluny il cenobio di Digione e le sue dipendenze anche normanne.

«Tutto il mondo ristiano europeo guartdava a lui per il valore della sua capacità di rifomatore di monasteri in crescendo dipopolarità e di potere non solo spirituale, tale da fare di Guglielmo un protagonista dell’Europa attorno all’anno mille»[3].

Quando morì la madre Perinzia, il monaco ventenne, come scrive il Glabro, «cominciò a pensare al modo di sottrarre il padre alle burrascose preoccupazioni di questo mondo. E così facendogli avvedutamente portare numerosi doni, lo condusse al monastero dove terminò la sua esistenza con una santa morte». Il monastero era quello di Lucedio. Di straordinaria lucidità mentale e sentimentale sono le lettere che scriveva al padre rimasto vedovo, segno del suo formidabile autocontrollo sulle passioni umane e sulla chiarezza della sua fede naturale e soprannaturale, segni distintivi della sua personalità che gli procurarono ampia ammirazione, ma anche antipatie ed ostilità. Leggiamo, per esempio: «Padre mio, la tua amatissima sposa e madre mia Perinzia è morta… ma la morte le ha aperto il cielo, perché era ricca di virtù e di merito.

Venne ordinato sacerdote nel 990 e fu nominato abate di St-Bénigne, titolo che mantenne fino alla fine dei suoi giorni. Gli venne data la guida anche di altri conventi sottoposti all’autorità di Brunone: St-Pierre di Bèze, Moutier-Saint-Jean (Reomaus), St-Michel di Tonnerre (dopo il 992) e St-Pierre di Molosme. Tali abbazie conservarono anche sotto l’abate Guglielmo il proprio statuto di Eigenkloster e restarono indipendenti anche da St-Bénigne di Digione, che divenne in breve tempo uno dei maggiori centri di irradiazione della riforma monastica di tutto l’Occidente.

Importante in tal senso appare la restaurazione spirituale e materiale dell’abbazia di St-Bénigne di Digione, ma soprattutto della sua chiesa (sulla data di inizio dei lavori – 14 febbr. 1002 – si veda Heitz, p. 64 e n. 1) che versava in rovina.  La consacrazione della parte maggiore dell’edificio sacro venne celebrata il 30 ott. 1016 (ibid., p. 64: 1017) da Lamberto, vescovo di Langres; Tuttavia, la struttura di Digione trova ulteriori collegamenti con le cripte carolingie a rotonda orientale, e la chiesa in genere può ritenersi, nella sua complessità, una sintesi di forme preromaniche borgognone, ottoniane, italiane, arricchite da reminiscenze antiche (Malone, 1980, p. 277; 1996, p. 57). L’abbazia divenne poi a sua volta modello, in primo luogo spirituale e non in ultima istanza architettonico, e fu meta di visita anche da parte di specialisti costruttori.

La scultura superstite attesta la presenza di artefici di formazione diversa, alcuni probabilmente provenienti dall’Italia. La critica più recente (Baylé, 1996) ha verificato l’omogeneità delle maestranze che realizzarono i capitelli della rotonda, sottolineando l’utilizzo della medesima tecnica e la presenza di uno stesso stile; la varietà dei riferimenti, oltre a quelli riguardanti l’oreficeria altomedievale, include spunti ottoniani e notevoli apporti italiani. Architettura e scultura si completano nel significato simbolico, che rimanda alla Gerusalemme celeste: della scelta del programma scultoreo è stato ritenuto responsabile Guglielmo. La ricostruzione dell’abbazia di Digione si rivela come un’opera concepita e scaturita dalla mente dell’abate, che vi prestò particolare cura, «magistros conducendo et […] opus dictando»[4].

La pianta della chiesa annessa all’abbazia di San Benigno di Fruttuaria, fondata dall’abate Gugliemo, è di tipo basilicale, a tre brevi navate tagliate da un transetto particolarmente sviluppato, sporgente e concluso da due cappelle; si può ipotizzare un coro tripartito da cappelle comunicanti tra loro e con absidi semicircolari, sovrastante una cripta fuori terra; l’atrio, con funzione funeraria, sarebbe stato realizzato in un secondo momento, ma già previsto nel progetto originale; il campanile, non coinvolto nella ricostruzione settecentesca, è staccato dal corpo principale come in altri esempi ricollegabili alla tradizione padana. L’impiego del cosiddetto coro “benedettino” rispondeva a esigenze legate al cerimoniale sacro e imposte dall’abate costruttore (sul suo contributo alla diffusione di questa tipologia architettonica: Pejrani-Baricco, 1988, pp. 591 s.; 1996, p. 88). Fra i vari riferimenti a Cluny e Digione, la somiglianza di alcune misure non è sembrata casuale (ibid., 1996, p. 83), trattandosi, nel caso di Fruttuaria, di una costruzione ex novo. La chiesa piemontese ricevette, sin dalla sua origine, una reliquia del Santo Sepolcro, che determinò la costruzione di una piccola rotonda in muratura nel settore orientale della crociera e l’istituzione di un particolare rito voluto dallo stesso fondatore; questo ha suggerito l’ipotesi che nel monumento alla funzione liturgica e simbolica si associasse quella martiriale (ibid., 1988, p. 598).

Non è possibile valutare l’influenza esercitata dall’abate nella costruzione di chiese italiane come per esempio quella di S. Stefano a Ivrea, o francesi, come Saint-Seine-l’Abbaye in Borgogna (Bulst, 1996, pp. 19 s.). È indubbio tuttavia il ruolo di mediazione che egli svolse fra l’Italia settentrionale e la Francia.

Successivamente Enrico il Grande, duca di Borgogna e zio di Ottone Guglielmo, lo pose a capo del cenobio di St-Vivant di Vergy, nella diocesi di Autun. Nel 994 sottoscrisse il documento di elezione di Odilone di Cluny ad abate del cenobio cluniacense. Nel 995 intraprese un primo viaggio in Italia, dove fu pellegrino a Roma, qui papa Giovanni XV gli confermò il controllo dei monasteri di Bèze e di Digione, e si recò anche a Benevento, fino al santuario pugliese di San Michele a Monte Sant’Angelo.

La capacità di coniugare la riforma della disciplina regolare con le esigenze dei proprietari laici ed ecclesiastici di celle e monasteri garantì il successo dell’opera riformatrice di Guglielmo che, tornato in Francia, ricevette prima del 996 la donazione a St-Bénigne della chiesa di Saint-Aubert-sur-Orne da parte di Riccardo I, duca di Normandia. Nel 996-997 estese la propria riforma alla Lotaringia, dove gli furono affidati St-Arnoul di Metz e St-èvre di Toul (996-1004).

Scese nuovamente in Italia fra il 999 e il 1001. Tornò a Roma e si recò a Farfa, dove introdusse la riforma cluniacense. Durante il viaggio di ritorno venne colpito dalla malaria e fu costretto a soggiornare nel monastero di Santa Cristina sull’Olona, poi a Vercelli e infine nelle terre dove era radicata dal punto di vista patrimoniale la sua famiglia. Proprio allora avviò con i suoi fratelli, i quali elargirono sostanziose donazioni, le trattative per la costruzione del convento di San Benigno di Fruttuaria, a San Benigno Canavese, nella diocesi di Ivrea.

Il duca Riccardo II lo richiamò in Francia, dove assunse l’abbaziato del convento La Trinité di Fécamp (1001), prima tappa dell’irradiazione della sua riforma in Normandia. Centro propulsivo della sua opera rimase San Benigno, che riedificò nel 1002 e attorno al quale raccolse anno dopo anno numerosi priorati, chiese e celle, organizzando una straordinaria rete monastica.

Da alcune fonti pare che, in occasione del suo terzo viaggio in Italia, il cenobio di Fruttuaria venne consacrato il 23 febbraio 1003. Nel 1005 il convento ebbe un diploma di conferma da re d’Italia Arduino. I suoi buoni rapporti con il sovrano spiegano la sua opposizione al vescovo Leone di Vercelli, schierato contro il sovrano italico in favore di Enrico II. Tuttavia, dopo la sconfitta di Arduino, l’abate Guglielmo ricevette un diploma per Fruttuaria anche da Enrico II nel 1006, dopodiché la chiesa del monastero venne consacrata in sua presenza.

Fra il 1012 e il 1017 riformò il monastero di Gorze nella diocesi di Metz. Pare che nel 1012 raggiunse Roma per chiedere a papa Benedetto VIII la protezione apostolica su Fruttuaria. Certa è la sua presenza nella penisola fra il 1014-15, quando ottenne documenti di conferma per il monastero canavesano da Enrico II (1014) e, di nuovo, da Benedetto VIII (1015).

Fu direttore spirituale di Roberto II, re di Francia, successore del padre Ugo Capeto, e nel 1025, quando gli morì il figlio, erede al trono, gli fu particolarmente al fianco. L’anno seguente lo stesso sovrano lo pose alla guida del monastero parigino di St-Germain-des-Prés.

Di nuovo in Italia fra il 1026-28, ottenne due diplomi per Fruttuaria da Corrado II, emanati il primo a Ivrea (1026) e il secondo dopo l’incoronazione imperiale, a Roma (1027). Mentre il 17 ottobre 1028 fu presente alla consacrazione della chiesa del monastero di San Giusto di Susa, voluto e fatto edificare dal marchese di Torino Olderico Manfredi.

San Guglielmo si interessò di musica e fu assai attivo nel rinnovamento della liturgia monastica, soprattutto del canto. Al suo insegnamento si riferisce con buone probabilità il manoscritto conservato a Montpellier[5], redatto per la schola di St-Bénigne di Digione, nel quale i pezzi melodici sono raggruppati per generi e per toni e con notazione sia neumatica sia alfabetica. A lui viene attribuita anche l’introduzione dell’in organum, primitiva forma polifonica costruita su una melodia gregoriana. Una tradizione lo vuole anche fondatore dei jongleurs de Normandie, una confraternita laicale dedita al canto e alla musica sacra.

L’influsso di Guglielmo si propagò fino in Inghilterra e fu di carattere spirituale, sociale, culturale, architettonico e artistico. Nel primo quarto dell’XI secolo, lo scriptorium di Fécamp elaborò, sotto la sua influenza e quella del suo successore, Giovanni da Ravenna, un proprio stile di decorazione libraria[6]. Con l’attività di promozione dell’edilizia religiosa, contribuì al diffondersi in Francia dello stile romanico e della tecnica della copertura a volta.

Di lui restano una dozzina di lettere e il trattato De vero bono et contemplatione divina; mentre di altre opere non ci sono per il momento tracce, come il Liber de reformatione et correctione cantus, il Psalterium pro idiotis, Sermones plares, De eleemosinis decimalibus et quadragesimalibus. Guglielmo da Volpiano riformò lo statuto dei conversi, che divennero familiari dei monasteri benedettini e impose maggiore disciplina nell’osservanza più rigorosa della preghiera, nel cibo, nelle vesti. Fondò, in particolare in Normandia, scuole popolari, che preparavano gli studenti a leggere e cantare i salmi. Si deve a lui l’introduzione in Borgona dei maestri comaschi dell’Italia del nord. Ricco di zelo e di amore per Dio e per la Chiesa, edificò monasteri, chiese, abbazie, morì all’età 69 anni quando si trovava a Fécamp, quando aveva sotto la sua direzione 1.200 monaci, sparsi per le varie abbazie e i molteplici priorati. Venne sepolto in questa città, di fronte all’altare di San Taurino nel monastero benedettino della Trinità.

 

 

 

[1] Canestro Chiovenda, pp. 60-71.

[2] Cfr. Gianmaria Capuani, Quell’Estate del 962. I Tedeschi alla conquista dell’Italia, Jaca Book.

[3] Rodolfo il Glabro, Vita di Guglielmo protagonista dell’anno Mille, a cura di G.M. Capuani, O. Tuniz, Europia, p. 21.

[4] Heitz, p. 69.

[5] Bibliothèque de la Ville et du Musée Fabre, H.159.

[6] Baylé, 1997, p. 731.

 

 

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