Siamo veramente capaci di seguire Cristo?

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Maestro, io ti seguirò dovunque andrai” (Mt 8, 19).

“Ti seguirò dovunque tu vada” (Lc 9, 57).

Gli evangelisti Matteo e Luca riferiscono, entrambi in poche pericopi, un breve episodio della vita di Gesù che apre uno scenario immenso (come del resto, sappiamo bene, avviene in ogni episodio evangelico) sul significato della sequela del Cristo che viene proposta a ciascuno di noi.

Gesù viene avvicinato da alcuni individui  che gli manifestano l’intenzione di seguirlo. Secondo Matteo sono due: uno scriba e un discepolo; secondo Luca invece sono tre uomini non meglio identificati che impersonano tutti coloro che hanno intenzione di seguire il Figlio dell’uomo. Secondo Matteo, l’episodio si sarebbe svolto a Cafarnao, dopo che Gesù aveva guarito dalla febbre la suocera di Pietro e risanato molti malati e indemoniati, tanto che, a causa della gran folla che si era assiepata attorno a Lui, aveva deciso di non rimanere lì, ma di passare alla riva orientale del lago di Tiberiade (Mt 8, 18 – 22). Luca invece, attribuendo forse all’episodio un significato più specificamente teologico, lo colloca in un momento successivo della vita di Gesù e cioè “mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo” e già si profilava la Passione, perciò Egli  aveva deciso di mettersi in cammino per Gerusalemme (Lc  9, 51; 57 -62). La differenza di tempo e di luogo non ha molta importanza ai fini della mia riflessione; invece mi sembra importante rilevare che, secondo entrambi gli evangelisti, Gesù non sta fermo ma è in atteggiamento di movimento e di tensione, il che ci fa capire che chi vuole starGli vicino per vivere con Lui deve mettersi movimento e seguire anch’egli il Maestro. Infatti il tema del cammino, sia spirituale e interiore che fisico, è essenziale per vivere il Cristianesimo come discepolato del Cristo. Ogni conversione comporta un “cammino” lungo la via del Signore per andare dietro a Lui e collaborare con Lui.

Il primo uomo – uno scriba secondo Matteo, uno sconosciuto secondo Luca – gli si presenta e, con molta intraprendenza e sicurezza di sé, si dichiara pronto a seguire il Maestro dovunque egli vada. Questo comportamento non è conforme all’usanza rabbinica che garantiva ai discepoli la “stabilitas loci”, e neppure è in armonia con il precedente comportamento di Gesù che aveva invitato personalmente i discepoli a seguirLo. Inoltre tutti sanno che Gesù non è un girovago senza fissa dimora che non vuole legarsi a nessuno; Egli ha un traguardo preciso dal quale non deflette: fare la volontà del Padre, perciò lo scriba (o lo sconosciuto) rivela quella che forse potrebbe già definirsi la volontà di compiere una seria e definitiva scelta di vita, egli non teme il futuro né le difficoltà che dovrà affrontare, vuole solo stare accanto a Gesù e seguirLo. Verrebbe infatti da ammirare una simile granitica vocazione.

Invece la risposta di Gesù non è quella ci saremmo aspettati. Gesù non incoraggia affatto l’aspirante discepolo a seguirLo, ma ne smorza l’entusiasmo con parole icastiche e dure: “Le volpi hanno tane e gli uccelli del cielo nidi, il Figlio dell’uomo invece non ha dove posare il capo”.  Perché Gesù usa quella strana espressione che ricorreva spesso nella letteratura giudaica del Suo tempo senza tuttavia essere ben compresa? Il profeta Daniele (7, 13) l’aveva usata per designare un uomo che supera misteriosamente la condizione umana e Gesù se ne serve per proclamare con discrezione che Egli è il Messia, mettendo in guardia il popolo contro le false interpretazioni politiche. Solo dopo la resurrezione gli apostoli avrebbero compreso pienamente che “Figlio dell’uomo” significa per l’appunto “Figlio di Dio”.

La disponibilità del Suo interlocutore non è sufficiente a seguire Gesù, non è in questione la prontezza ad andare ovunque, ma la consapevolezza di non sapere mai dove sostare e rifugiarsi perché la sequela di Cristo ha carattere diverso da quella degli scribi che, seguendo il loro Rabbi, si assicuravano una carriera stabile e sicura; Gesù, pur essendo il Figlio dell’uomo, “non ha dove posare il capo”. Ecco il paradosso cristiano, lo “skàndalon”, la pietra di inciampo che da duemila anni si ripresenta dinanzi ai piedi di coloro che vogliono camminare incondizionatamente dietro a Gesù, soprattutto nella vita consacrata, ma certamente non solo in quella! Gli animali possono trovare un rifugio, il cristiano che vuole seguire Gesù non è detto che lo trovi, anzi spesso può trovare rifiuto, incomprensione e persecuzione, come dimostrano i tanti tristissimi fatti che ancora oggi si verificano nel mondo in odium fidei.

Poi entra in scena un altro individuo e, a questo punto, si notano alcune differenze tra i due evangelisti. Costui è già discepolo di Gesù, secondo Matteo, quindi riconosce il Maestro come il Signore, ma stavolta è Gesù che, vistolo avvicinarsi,  interviene per primo e lo invita a seguirLo. Forse perché c’è il pericolo che quello voglia distogliersi dalla sequela, sia pure solo momentaneamente, per curare i propri legami familiari? Infatti costui Gli risponde: “Signore permettimi prima di andare a seppellire mio padre”. Anche questa volta la risposta di Gesù è dura: “Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti”. Luca riferisce la stessa risposta aggiungendovi però una frase problematica: “Tu va’ e annunzia il regno di Dio”, tema assente in Matteo. Nell’ambiente giudaico l’obbligo di un figlio nei confronti di un genitore defunto era, come dovunque, un sacro dovere di fronte al quale anche certe pratiche religiose passavano in secondo piano. Allora cos’è più urgente ed importante per Gesù: dare un’onorata sepoltura al proprio padre , come prescrive la legge, o seguire Lui?

L’amore per il regno di Dio viene prima di tutto il resto e di fronte ad esso anche la morte di un padre ha un valore relativo. Non è stato Gesù a sconfiggere la morte annunciando la venuta del Regno di Dio? Allora il discepolo che vuole seguire Cristo deve per prima cosa incamminarsi sulla strada che porta alla vita e non ripiegarsi verso la morte, perché chi crede in Lui avrà la vita eterna. Gesù non intende certo abrogare la legge, ma portarla a compimento; la legge va certamente  osservata, ma Egli insegna che c’è qualcosa al di sopra di essa ed è il Regno di Dio. Annunciarlo significa trasmettere la vita, l’amore, il perdono, la salvezza, ossia la Resurrezione. Bisogna saper scegliere, allora, tra la via della legge e la via del Regno.

Luca aggiunge all’episodio, rispetto a Matteo, un terzo personaggio e il motivo sta nel fatto che egli assimila Gesù agli antichi profeti, facendone però risaltare la radicale superiorità. Un terzo sconosciuto si avvicina a Gesù per seguirLo, ma prima vuole accomiatarsi da “quelli della mia casa”, familiari, parenti, amici, da quella realtà cioè che per tutti noi è la più amata. Anche questa sembra una richiesta umanamente legittima. Gli esegeti notano un parallelo tra questo episodio e quello di Eliseo (1Re 19, 19 – 21) il quale, chiamato da Elia mentre “arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il decimosecondo”, gli rispose: “Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò”. Ricevuto dal sant’uomo il permesso di allontanarsi per salutare la famiglia, Eliseo distrugge l’aratro e uccide i buoi a significare la totale rinuncia al suo precedente status. “Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio”.

Invece Gesù risponde all’analoga richiesta con una strana frase, divenuta proverbiale, che mette in risalto la Sua immensa superiorità rispetto a qualunque altro profeta: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. Il contadino che deve dissodare la sua dura terra non può distrarsi pensando ad altro, perché il suo è un lavoro faticoso che richiede attenzione e duro impegno; così, l’impegno dell’apostolo che vuole annunciare il Regno di Dio è un lavoro totalizzante che non ammette distrazioni, ripensamenti, rinvii, nostalgie. Del resto, non era stato lo stesso Gesù,  quando aveva solo dodici anni, a dire ai suoi genitori, che Lo cercavano angosciati per la Sua sparizione: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio”? (Lc 2, 49).

In così poche parole questi tre episodi ci impartiscono un profondo insegnamento, non solo sul significato dell’adesione alla Parola di Dio, ma ci illuminano anche sul nostro carattere, sulla psicologia di noi esseri umani, sui nostri affetti, sui nostri desideri. Gesù parla in modo paradossale per farci capire che il Suo annuncio impone la coerenza, capovolge la mentalità mondana e relativizza perfino un certo tipo di religiosità consuetudinaria e conformista.

Il primo episodio insegna che il cristiano che vuole seguire Gesù non deve immaginare il futuro come foriero di tranquillità esistenziale, ma dovrà prepararsi a vivere un perpetuo precario presente, perché è molto probabile che, al pari del suo Maestro, “non avrà dove posare il capo”. E allora egli dovrà aprirsi al futuro ricevendo il dono di Dio della Speranza, senza aspettarsi nulla dagli uomini.

Il secondo episodio ci illumina sulla precarietà del nostro presente, sempre pieno di cose da fare, di impegni, di doveri sociali, dei quali però non sempre riusciamo a capire quale sia il più importante da assolvere. Mi sembra di sentire riecheggiare le parole che Gesù rivolse a Marta, tutta occupata a servire degnamente i suoi ospiti, mentre sua sorella Maria sedeva ai piedi del Maestro ascoltandone la Parola: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno, Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc  10, 41). Gesù insegna che l’unica cosa importante, quella che conduce alla Vita vera è annunciare il Regno di Dio nello stato in cui ci troviamo a vivere e in cui Dio ci ha posto, sorretti dalla Carità.  Per questo i vivi non devono tornare a vivere da morti con i morti.

Il terzo episodio ci fa capire che il passato non deve prevalere sul presente ostacolando l’intervento di Dio, quando Egli ci chiama alla sequela e alla salvezza. Chi ha iniziato un cammino e messo mano all’aratro deve continuare, con Fede, a dissodare il difficile terreno della sua anima per continuare a piantarvi il buon seme del Regno di Dio, quello che darà i frutti che non gli saranno tolti mai più.

E a me, cattolica “bambina” accanita lettrice del Vangelo, cosa insegnano  questi tre episodi? Devo confessare che essi provocano in me un turbamento profondo ogni volta che li leggo o mi tornano in mente, perché in quelle poche e scarne parole mi suscitano un interrogativo, o meglio mi provocano un vero e proprio esame di coscienza che mette in discussione il mio essere seguace di Cristo e può così riassumersi: fino a che punto io, pronta a professarmi cristiana senza se e senza ma, sono disposta a mettere l’annuncio del Regno di Dio al primo posto nella mia vita?

Io mi identifico totalmente con il personaggio del secondo episodio. Spesso sono distratta anche io dai mille impegni quotidiani che ci travolgono tutti, dai problemi familiari e sociali, ai problemi di salute, alle tasse da pagare e dimentico spesso l’impegno che ho preso con Dio e con la Sua Santa Madre di seguire ogni pomeriggio la recita del S. Rosario teletrasmessa da Lourdes. Allora chiedo perdono a Dio e a Lei con tutto il cuore e, sperando di non dimenticare più questo mio proposito, concludo pensando che, nonostante tutta la mia buona volontà, dopo la mia morte posso aspettarmi (bene che vada) un lungo periodo di permanenza in purgatorio.

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4 commenti su “Siamo veramente capaci di seguire Cristo?”

  1. Spero di sbagliarmi ma il mosaico (o qualche cosa che gli assomiglia) riprodotto all’inizio dell’articolo mi pare sia una riproduzione di uno dei mosaici posti nel corridoio che porta alla tomba di Padre Pio. Se così fosse prego di toglierlo. Tutta la serie di quelle immagini costituisce la peggiore interpretazione del sacro, una oscena banalizzazione spersonalizzata di personaggi che dovrebbero essere un messaggio di fede e che invece sono un inno di ridicolo contro al fede. Basta confrontare con i volti realistici ed intensi negli affreschi più antichi nelle chiese primitive.

    1. Carla D'Agostino Ungaretti

      Mi perdoni, gentile Prof. Giovanelli, se non sono d’accordo con lei. Premesso che non sono io a scegliere le immagini che corredano gli articoli, mi sembra invece che nel caso specifico, la scelta di EUROPA CRISTIANA sia perfettamente pertinente. L’autore è il gesuita sloveno P. Marko Ivan Rupnik, grande nosaicista, le cui opere si trovano in tutto il mondo compreso il Vaticano e del quale lei potrà trovare molte notizie su INTERNET. Di lui a me piacciono particolarmente i mosaici che illustrano i Misteri della Luce sulla facciata della Basilica del S. Rosario del Santuario di Lourdes. Potrà vederli ogni giovedì, giorno in cui si meditano questi misteri se, alle 18, lei seguirà la recita del Rosario teletrasmessa da TV2000 in diretta dal Santuario.
      Grazie per avermi letto.

  2. Cara Signora Carla, io e mio marito ci siamo riproposti di recitare ogni giorno il Rosario e bene o male lo facciamo, ma spesso sono presa dal dubbio di non farlo come si deve perché mille sono le distrazioni e le disattenzioni, anche nella consacrazione che quotidianamente facciamo alla Vergine Lauretana, Patrona del nostro Piceno. E siccome recito pure le Orazioni di S. Brigida (quasi sempre mentre attendo ai lavori domestici), temo di non meditarle attentamente. Avrei sprecato tanto tempo, considerando che sono ormai al dodicesimo anno. E allora cosa mi dirà Dio quando sarò al Suo cospetto? “Hai pensato ai fatti tuoi anziché a Me”? E per tutto il resto dei miei peccati dove mi manderà? Spero in Purgatorio, là dove dovrò sostare sicuramente molto più di lei,
    cara Signora. E chissà, forse in quel luogo, se Lui vorrà, avrò modo di conoscerla!….
    Allegato: un affettuoso sorriso.

  3. Gent.ma CARLA D’AGOSTINO UNGARETTI
    Oggi viviamo immersi nelle immagini ma ci rifiutiamo di percepire il loro messaggio “spirituale”. Oggi le parole e le immagini sono numeri, cioè trattate come numeri, ovvero entità materiali e quindi misurabili, ovvero traducibili in numeri. Tutto ciò che non si misura non esiste. L’amore si misura? Quanto pesa? Nulla. Allora non esiste. I volti rappresentati non hanno espressione, non hanno i connotati delle diversità ed unicità di ogni essere umano. Infatti lei mi dice: “Marko Ivan Rupnik, grande mosaicista, le cui opere si trovano in tutto il mondo compreso il Vaticano.” Un tempo il Vaticano guidava l’arte, oggi il Vaticano “mendica” le opere degli artisti famosi o che scimmiottano, tutti cresciuti nel mondo laico, radicalmente ateo. Mi limito a guardare questa immagine e vedo e sento la sua estraneità al mondo dello spirito, per intenderci al mondo rappresentato nelle antiche icone. Sono volti inebetiti, senza vita. Sono una parodia di volti di santi. Ne ho parlato in questo articolo:
    http://www.lacrimae-rerum.it/documents/0-LanuovachiesadedicataaPadrePio.pdf nel 1998
    Probabilmente le mie parole neppure scalfiranno la sua convinzione, che poi è quella della maggioranza: esiste un’arte moderna che può esprimere la fede. No non esiste. Non lo credo e le prove sono innumerevoli. Quella immagine è da togliere perché in contraddizione con il suo articolo.

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