Molti conoscono il racconto dell’incontro di Gesù e della donna samaritana, che leggiamo nel Vangelo di Giovanni. Naturalmente i commenti sono centinaia, belli, profondi e autorevoli, perché grandi Padri della Chiesa, molti scrittori e commentatori si sono cimentati su questo passo. In effetti il dialogo del Signore con la Samaritana si presta ad approfondimenti spirituali di ogni genere, perché si parla di cose assai importanti: l’identità di Gesù, la vita eterna, l’adorazione di Dio, ecc. Anche solo uno o due versetti si prestano ad ampie trattazioni.
Ma nel dialogo è contenuto un elemento che mi parso fin da subito non dico strano, ma assai particolare, e sul quale continuo ad interrogarmi: il Signore parte subito impostando una conversazione simbolica, di profondo significato spirituale, e la conduce approfondendola. Poi improvvisamente cambia discorso e chiede alla donna che vada a casa e torni col marito. Questo brusco viraggio, in effetti, non ha alcuna relazione con tutto il precedente. Che senso allora può avere, allora, dal momento che non possiamo pensare che il Signore faccia discorsi a vanvera?
Per cercare di capire, seguiamo la traccia dei discorsi. Questi i fatti: Gesù se ne sta solo presso il pozzo, in silenzio e pensieroso. Arriva ad un tratto una donna con una brocca vuota. Fino a non tanti anni fa non c’era acqua corrente nelle case, e persino mio padre mi racconta che da ragazzo, la cosa “peggiore” che gli potesse chiedere sua madre era che andasse alla fontana del paese a prendere l’acqua, perché si partiva con i bottiglioni vuoti (allora si andava in bicicletta) e si rientrava dopo averli riempiti, con non poca fatica. Pensare che questo servizio l’hanno fatto per secoli le nostre madri e le nostre nonne… Questo ci aiuterebbe a valorizzare l’uso dell’acqua corrente in casa, e quanto sia preziosa questa comodità, pensando a tanti che ancora nel mondo devono fare chilometri a piedi per andare a prendere l’acqua potabile.

Annibale Carracci (1560 – 1609), Cristo e la Samaritana al pozzo, olio su tela, 1605
Kunsthistorisches Museum, Vienna
Il discorso parte quindi dalla sete, perché il Signore chiede un bicchier d’acqua a colei che è arrivata con le attrezzature giuste per attingere dal pozzo. All’inizio la donna sembra non voglia accontentare il pellegrino, perché i giudei (e Gesù era identificato come tale) erano piuttosto sprezzanti verso i samaritani, e il fatto che ora un giudeo abbia bisogno e supplichi una del popolo della Samaria, mette la donna in posizione di vantaggio. Il Signore non si scompone di un millimetro, e comincia a parlare di Sé: «Se tu sapessi chi sono, avresti tu chiesto acqua a me e non io a te». Affermazione stupefacente! Qui ci si trova davanti a uno che dice di essere in grado di fornire acqua, pur non avendo niente per prenderla dal pozzo. Di che acqua starà parlando? Il discorso si innalza, l’aereo è pronto al decollo. La donna si incuriosisce e, lasciando perdere per un momento secchi e acqua, indaga sull’identità di quell’uomo: «Sei più importante di Giacobbe?», Gesù non risponde direttamente, perché sta già “volando”. Afferma di essere uno che non solo dà l’acqua (a questo punto si capisce che egli non parla più di acqua corrente, ma sta parlando di qualcos’altro) ma addirittura che chi berrà quell’acqua diventerà a sua volta produttore. Chi berrà l’acqua di quel giudeo diventerà una “sorgente che zampilla”, e addirittura per sempre! Così viene detto. Qui c’è qualcosa di veramente grande. La donna, che probabilmente non ha ancora ben capito di che acqua quell’uomo stesse parlando, diventa più umile, entra (in parte) nel mistero, in un certo senso “crede” nel Signore e chiede che le venga data quell’acqua misteriosa, certo miracolosa se può produrre acqua per la vita eterna.
Siamo dunque al vertice del discorso; ci aspettiamo pertanto certamente il Signore sveli di che acqua si parli e chiarisca il mistero. Egli non chiede più acqua, ma la dà. La Samaritana si è raddolcita, incuriosita, ed è pronta a ricevere la grazia misteriosa che l’uomo ha promesso.

Paolo Veronese (1528-1588), Cristo e la Samaritana, pittura su tela, 1585 ca., Kunsthistorisches Museum, Vienna
Ed ecco che a questo punto accade qualcosa che non c’entra niente, che interrompe il discorso bruscamente, che fa cessare il sogno e rompe l’incantesimo: la donna deve andare a casa, chiamare il marito, e tornare lì con l’uomo. Immagino a questo punto l’espressione della donna o, meglio, la sua perplessità. Subito si ritira. Perché questo giudeo entra nella sfera privata? Che cosa gli interessa? Di rimando, pertanto, la risposta della Samaritana sembra piuttosto secca, risentita: «Non ho marito». Come a dire: non sono sposata. E Gesù, saltando ogni convenevole, legge nel suo cuore e apre il libro della vita privata della donna: «Dici bene non ho marito; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito» (Gv 4,18). Ella ha avuto molte relazioni e convivenze, e in quel momento ha a casa un nuovo “compagno”, che non è certo il marito. Gesù glielo spiattella, perché Egli sa tutto.
La donna si smarrisce un attimo, si riprende, e cambia subito discorso: «Bisogna adorare Dio a Gerusalemme o su questo monte?». Se fossi stato io Nostro Signore, le avrei risposto: «Non divagare… Vai a chiamare il marito (compagno) sì o no?». Gesù invece non insiste, e riprende il discorso accennando all’adorazione per arrivare poi a chiarire la propria identità di Messia.
Con la richiesta di chiamare il marito, in effetti il Signore entra nella sfera privata e personale della donna, perché per bere l’acqua viva, per accogliere il Messia, occorre convertirsi, occorre essere coinvolti, è necessario mettersi sul binario della grazia e interrompere la vita irregolare. Come a dire: Sono pronto a darti l’acqua della vita, ma per berla occorre che tu viva nella Legge di Dio, che tu custodisca la grazia.
Ma, quando viene colpita nel proprio, quando la spada luminosa della Parola santa entra nella sfera delle proprie decisioni, quando i discorsi da generali si fanno esistenziali, allora l’uomo passa in un secondo dall’esterno all’interno, si sente preso e messo con le spalle al muro, ed è lì che si arrende oppure scappa. Accoglie oppure reagisce, e se non può reggere allora “cambia discorso”, cerca disperatamente di rimanere sui principi sommi sui quali si è tutti d’accordo e che non ci costringono a rivedere i principi morali della nostra vita.
Questo è il punto vitale del cristianesimo: l’incontro con un uomo la cui presenza di costringere a rompere col peccato. Esempio eclatante di ciò è Zaccheo (Lc 19,1-10): egli conosce Gesù, ne rimane fulminato e avvinto, lo accoglie nella propria esperienza, decide di essere Suo, ma nel momento in cui prende questa decisione sente anche che deve liberarsi da tutta la zavorra frutto del peccato: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri, e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (v. 8). I beni che vengono dal peccato vanno eliminati, così può entrare la grazia, la nuova vita di Cristo, l’aria pura. Troppi ori rubati, troppi bei estorti, troppi mariti… Via tutto!

Pierre Mignard (1612-1695), Gesù e la Samaritana, olio su tela, 1670 ca., Museo del Louvre, Parigi
Di fronte alle esigenze dell’amore di Dio, la prima reazione è la fuga (!). Ci diciamo: “Sì, credo in te, ma non coinvolgermi!”. Molti sono magari ammirati dalla saggezza di Gesù, ma non vogliono andare oltre perché non desiderano lasciare il peccato. Eppure Gesù non vuole affatto essere considerato un grande saggio. Scrive C.S.Lewis: «Un uomo che fosse soltanto un uomo e che dicesse le cose che Gesù disse, non sarebbe certo un grande maestro di morale, ma un pazzo – allo stesso livello del pazzo che dice di essere un uomo fritto – oppure sarebbe il diavolo. Dovete fare la vostra scelta: o quest’uomo era, ed è, Figlio di Dio, oppure era un matto o qualcosa di peggio. Possiamo rinchiuderlo come un pazzo, possiamo coprirlo di sputi e ucciderlo come un demonio; o possiamo cadere ai suoi piedi e chiamarlo Signore e Dio. Ma non ce ne usciamo con assurdità sul suo essere un grande “maestro umano”. Gesù non ci lascia questa scappatoia. Non ha voluto lasciarcela. Dunque, il ragionamento andrebbe riformulato così: Gesù è un pazzo, una leggenda, o è il Figlio di Dio».
Col discorso dei mariti, il Signore tende a trarre dalla sua parte la donna, a convincerla che per bere la nuova acqua della vita eterna occorre purificare la propria esistenza e cominciare un nuovo modo di essere.
Ce l’avrà fatta, la Samaritana? Avrà lasciato il quinto convivente per iniziare la vita rinnovata nello Spirito di Cristo? Dopo l’incontro col Signore, riconosciuto come Messia, avrà agito di conseguenza? Di qui la domanda del titolo: che fine ha fatto la Samaritana? Rimase nel villaggio? Si sposò e fece la brava moglie e la brava madre, oppure si ritirò nel deserto in preghiera e penitenza? La cosa, debbo dire, mi incuriosisce. Il Vangelo però non ci dice nulla in proposito; accenna solo al fatto che ella fu profondamente colpita dal dialogo e andò a dire a tutti che quell’uomo le aveva letto nel cuore e che sapeva tutto di lei.
A me piace pensare – e il mio è un Vangelo oltre il Vangelo, quindi non scritto ma solo pensato – che la donna poi, meditando le parole di Gesù e avvinta dallo Spirito Santo, abbia fatto una profonda revisione e, come Zaccheo e altri peccatori che nel Vangelo si incontrarono con la Misericordia, abbia abbandonato la vita di peccato e abbracciato quella della grazia. Mi piace pensarla non solo come prima conquista di Gesù in terra di Samaria, ma che poi si sia fatta santa.
E, tutto questo, per una domanda che si introdusse con impertinenza nella sua vita disordinata. La Samaritana, in questo modo, si fece demolire, per poi essere ricostruita.
Questo, a ben pensare, è l’effetto dell’incontro col Cristo.
Questa è l’essenza del Cristianesimo.
