Il Convegno di Torino “La Regina che entusiasmò gli Italiani” – A cent’anni dalla scomparsa

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Il Centro Studi Piemontesi di Torino e l’Associazione Culturale Amici di Bene (CN) hanno organizzato nella seicentesca Villa della Regina del capoluogo piemontese un Convegno dedicato ai 100 anni dalla morte della Regina Margherita, prima sovrana d’Italia, che spirò a Bordighera il 4 gennaio 1926.

Il Convegno, dal titolo “La Regina che entusiasmò gli Italiani”, si è tenuto nel pomeriggio del 16 ottobre u.s. e si è articolato in diversi interventi di elevato interesse storico e culturale, la cui ricchezza sarà possibile apprezzare anche negli Atti che saranno prossimamente pubblicati.

Dopo il saluto del Presidente del Centro Studi Piemontesi Lodovico Passerin d’Entrèves, il Convegno ha proposto diversi relatori, ognuno dei quali ha focalizzato un tema specifico riguardante la figura della Regina Margherita: Enrico Genta Ternavasio dell’Università di Torino, Due volte Savoia; Giorgio Cavallo, storico e saggista, Dopo l’assassinio del Re Umberto: la Regina madre per l’Italia»; la sottoscritta, Il culto della Regina in Italia, tra “Grande storia”, identità, diplomazia e cultura; Marzia Dima Pontone, Direttrice della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, Cultura, arte, storia tra i libri della Regina conservati nella Biblioteca Nazionale di Torino; Giorgio Federico Siboni dell’Università di Milano, Saperi, erudizione e regalità. La biblioteca di Margherita di Savoia; Roberto Sandri Guachino del Collegio Araldico, La Regina Margherita e la Croce Rossa; Albina Malerba, Direttore del Centro Studi Piemontesi, La Regina e la creazione dell’Ospedale infantile che porta il suo nome; Alessandro Liviero, storico e saggista, La Regina e il suo “gran cuore” per i poveri: memorie valdostane; Andrea Rista, delegato Provinciale di Torino della Guardia d’Onore del Pantheon, Custodire la memoria, promuovere la storia. Il francobollo commemorativo della Regina Margherita nel centenario della scomparsa. Era programmato anche l’intervento di Gustavo Mola di Nomaglio, Vicepresidente del Centro studi Piemontesi con l’intervento inerente Margherita, l’Abbé Cerlogne, la Valle d’Aosta, ma purtroppo un imprevisto non gli ha permesso di rimanere all’evento, tuttavia, quando saranno pubblicati gli Atti del Convegno, sarà possibile leggere il suo contributo, anzi, gli Atti potranno essere ancor più esaustivi rispetto alle esposizioni che, logicamente, per ragioni di tempo, quando il programma risulta ricco, devono essere sintetiche.

Questo Convegno, che ha visto la partecipazione di un nutrito e interessato pubblico,  è stata l’occasione perfetta per conoscere maggiormente  la Regina Margherita, ma anche per farla conoscere a coloro che hanno nulle o pallide nozioni su una grande figura non solo d’Italia, ma dell’Europa.

Secondo lo storico e giornalista Ugoberto Alfassio Grimaldi di Bellino, la Regina Margherita fu il personaggio politico dell’Italia unita che suscitò, dopo Giuseppe Garibaldi e Benito Mussolini, «i maggiori entusiasmi nelle classi elevate e nelle classi umili»[1]. Infatti, la Regina, moglie di Umberto I, seppe conquistare tutte le classi sociali, simpatizzando, con le sue doti ecclettiche, con le popolazioni regionali, le autorità istituzionali e politiche, gli esponenti della letteratura, dell’arte, della musica e dell’industria.

Figlia del duca di Genova Ferdinando di Savoia e di Elisabetta di Sassonia, nacque il 20 novembre 1851 a Torino, a Palazzo Chiablese, alle ore 00:45, e fu battezzata lo stesso giorno nella Cappella del Palazzo. Testimoni presenti: Massimo d’Azeglio, all’epoca presidente del Consiglio, il generale Alfonso Lamarmora, ministro della Guerra e Camillo Benso conte di Cavour, ministro della Marina, dell’Agricoltura e del Commercio.

Formata ad un’istruzione soprattutto umanistica, era in grado di parlare l’inglese, il francese, il tedesco, persino l’occitano e volle imparare, già da adulta, il latino. Sposò, per volere di Vittorio Emanuele II, consigliato dal senatore Filippo Gualterio su pressioni del presidente del Consiglio Luigi Federico Menabrea, il cugino primo Umberto, figlio dello stesso Vittorio Emanuele. Il matrimonio si celebrò nel Duomo di Torino il 22 aprile 1868. Il viaggio di nozze fu un vero e proprio programma politico-reale: costruire l’unità di sentimenti e valori fra Corona ed il variegato popolo italiano, che continua gioiosamente ed identitariamente ad essere tale, con la propria cultura regionale, i propri idiomi, la propria enograstonomia.

L’11 novembre 1869 nasce il primo ed unico figlio della coppia ereditaria, il Principe di Napoli, che succederà al padre, divenendo Vittorio Emanuele III.

Amante di Dante, la Regina Margherita di Savoia trasformò il Palazzo del Quirinale in uno dei centri culturali più vibranti d’Italia, organizzando celebri salotti letterari e musicali a partire dal 1871, quando già Umberto e Margherita risiedevano a Roma, dopo la breccia di Porta Pia del 1870.

Umberto I salì al trono il 9 gennaio 1878, quando la gente al Sud era ancora legata alla Corona borbonica ed era in vivido fermento la «Questione meridionale», così come a Roma si contrapponevano fortemente, nella cosiddetta «Questione romana», la fazione dei «bianchi», fedeli alla monarchia, contro quella dei «neri», fedeli al Pontefice, da anni attaccato dalle forze liberal-massoniche. Eppure, la Regina, grazie anche al suo spiccato senso della carità, che veniva da una solida formazione cattolica, riuscì ad ottenere consenso in quella stessa Roma papalina. La sua opera benefica per il bene comune si esplicava in modo particolare nell’opera sanitaria all’interno degli ospedali a favore dei bambini e degli adulti, ma anche a favore dei feriti della Prima guerra mondiale, attraverso un’organizzata struttura fuori e dentro il Quirinale.

Colpiti dall’interdetto, Umberto e Margherita, frequentavano la Chiesa del Santissimo Sudario dei Piemontesi che dopo il 1870 divenne Cappella di Corte dei Savoia, dove aveva sede il Cappellano Maggiore del Re[2].

Celebri divennero a Roma i giovedì della Regina: una volta la settimana raccoglieva al Quirinale l’élite intellettuale dell’epoca, inclusi nobili, artisti, scienziati e letterati, indipendentemente dal loro orientamento politico. Giosuè Carducci, inizialmente repubblicano e anti-monarchico, fu conquistato dal fascino e dalla cultura di Margherita, alla quale dedicò la famosa ode Alla Regina d’Italia, componimento poetico scritto il 20 novembre 1878 e incluso nella raccolta delle Odi barbare. L’ode fu composta a Bologna in occasione della visita dei sovrani, giunti in città nei primi giorni di novembre del 1878 con il fine di saldare il sentimento di unità nazionale. Carducci rimase affascinato dalla raffinatezza e dalla cultura della Regina, che dimostrò di conoscere a memoria i suoi versi. La pubblicazione del componimento suscitò un vero e proprio scandalo e accese roventi polemiche fra i gli ammiratori repubblicani dell’autore.

Margherita di Savoia promosse la musica classica strumentale in un’Italia allora dominata dal melodramma, fondando il Quintetto di Corte guidato dal pianista Giovanni Sgambati. Fra i nomi più illustri che frequentò la Regina figuravano Edmonde De Amicis, Alessandro Manzoni, Gabriele D’Annunzio, Marco Minghetti, Ruggero Bonghi e l’archeologo Rodolfo Lanciani. Attenta ad unire le menti della cultura italiana ed europea chiamò presso di sé anche Ruggiero Bonghi, Theodor Mommsen, Ferdinand Gregorovius, Giuseppe Martucci. La rete di conoscenze che venne a crearsi fra intellettuali, politici, letterati ed artisti fu assai estesa, come possono dimostrare le cronache del tempo e i carteggi.

Vorace lettrice, era scrupolosa nella scelta dei libri che andarono di anno in anno ad arricchire la sua biblioteca, fino ad arrivare ad una collezione di oltre 10.000 volumi, spaziando dai classici della letteratura alle opere scientifiche più aggiornate. Molti di questi volumi, conservati alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, riportano le dediche che gli autori scrivevano alla Regina, cercata, apprezzata, ammirata per la sua intelligenza, la sua preparazione, la sua capacità di stabilire fruttuose conoscenze e amicizie.

Il suo elegante e personale modo di vestirsi e il suo portamento crearono intorno a sé stima e ammirazione sia nell’alta società che fra la gente semplice. Con il suo modo di essere e di fare seppe veramente unire l’Italia. I suoi viaggi, in compagnia del consorte, lungo la penisola sono stati determinanti per formare il comune sentire nazionale. Massimo d’Azeglio aveva dichiarato che fatta l’Italia occorreva fare gli italiani, evidenziando come, dopo il 1861, mancasse l’unità culturale, linguistica, etica e civile delle popolazioni regionali. Ebbene, fu la Regina Margherita a definire questa unità, ma nel rispetto delle identità regionali, basti ricordare che nei suoi spostamenti dal settentrione al meridione, in certe manifestazioni pubbliche, usava indossare abiti folkloristici delle zone che visitava.

Fondamentale fu il suo ruolo nella diplomazia, attraverso la cultura e la vita mondana: durante le feste di Corte danzava non solo con i monarchici e i conservatori, ma persino con personalità come il repubblicano Giovanni Nicotera (1828 – 1894).

Fu Madre della Patria. Determinata e volitiva, ella rappresentò la coscienza reazionaria dell’Italia, ma attenta al progresso sociale, industriale e scientifico, sapendo conquistare la simpatia dei valdostani come dei siciliani, dei lombardi come dei napoletani.

Nell’Italia della fine del XIX secolo e l’inizio del XX esplosero le rivolte e rivendicazioni socialiste: Milano fu teatro di violenze sanguinose che segnarono profondamente la storia sociale e politica della nazione. Il 6 maggio 1898, fuori dagli stabilimenti della Pirelli, vennero distribuiti volantini di protesta. L’intervento degli agenti scatenò i primi scontri con i lavoratori. Nei giorni successivi la protesta dilagò con scioperi generali e la costruzione di barricate nelle strade della città. La repressione fu rigorosa: il governo proclamò lo stato d’assedio e affidò pieni poteri al generale Fiorenzo Bava Beccaris. Oltre alla fanteria, vennero schierati i cannoni e si sparò ad altezza d’uomo contro la folla e le barricate. Ci furono decine di morti e feriti. Seguirono arresti di massa e dure condanne da parte dei tribunali di guerra. La Regina Margherita, fermamente contraria alle insurrezioni, sostenne la linea di Beccaris. In seguito, si arrivò al cosiddetto «Biennio Rosso» (1919-1920), un’epoca di violentissimi scontri sociali, occupazioni di fabbriche e forti tensioni prerivoluzionarie: fu il tempo in cui Benito Mussolini venne accolto sia dai Reali che da papa Pio XI come l’«uomo della Provvidenza», giunto per mettere ordine in un’Italia in fiamme.

Re Umberto I decorò il generale Bava Beccaris per aver difeso le istituzioni; ma il clima sociale, formato da una classe operaia anticristiana, colma di odio marxista e pronta a dichiarare guerra civile nei confronti di una borghesia entrata nel panico, portò gli anarchici, nella persona di Gaetano Bresci ad uccidere Umberto I – che era già stato oggetto di precedenti e sventati attentati – a Monza il 29 luglio 1900.

Eppure, il 4 novembre 1878, alla stazione di Bologna, Umberto I e Margherita erano stati accolti da un bagno di folla e da ben 40 bandiere di Società operaie. Il politico Alessandro Guiccioli in quell’occasione scrisse: «Il successo che ha la Regina qui a Bologna, come donna e come Sovrana, è indescrivibile», mentre Carducci: «In quella confusione la figura della Regina mi passò davanti con un che di bianco e di biondo, come un’immagine romantica in mezzo ad una descrizione verista».

Gabriele D’Annunzio, invece, dopo averla rimirata alla prima rappresentazione dell’opera lirica Lohengrin a Roma, lasciò scritto: «Guardandola, io mai come ieri sera sentii il fascino dell’eterno femminino regale». Era proprio lei a dettar legge su quello che le comuni borghesi avrebbero indossato o su come dovevano pettinarsi. Le riviste dell’epoca erano ricche di dettagliati disegni dei vestiti ripresi dal suo stile; veniva pubblicata anche una rivista di moda dal titolo «Margherita» e il margheritismo è rimasto anche dopo l’avvento della Repubblica, pensiamo al numeroso elenco toponomastico nazionale, suddiviso in piazze, vie, corsi e pensiamo a scuole, ospedali, enti, istituti intitolati a lei, senza trascurare la celeberrima Pizza Margherita ed alcuni dolci regionali che portano il suo nome come il panforte di Siena o le Margheritine di Stresa.

Amante delle lettere, dell’alpinismo e dei motori, la Regina promosse le arti e la cultura, introdusse la musica da camera in Italia, fondò il quintetto d’archi di Roma. Fu grazie a una borsa di studio da lei concessa che, dal 1880 al 1883, poté studiare al Conservatorio di Milano il giovane Giacomo Puccini.

Nonostante Umberto non fosse un marito fedele, Margherita seppe, con sovrana dignità ricoprire il suo ruolo di moglie fedele e paziente, avendo una sacrale considerazione del suo dovere di stato, una responsabilità che non venne mai meno. Visse dolorosamente la vedovanza e con sofferenza sopportò, senza ostacolare, la monarchia democratica e borghese inaugurata dal figlio Vittorio Emanuele III, che salì al trono il 29 luglio del 1900, e dalla consorte Regina Elena, con la quale Margherita collaborò nell’assistenza ai malati e ai feriti di guerra.

In qualità di alpinista realizzò scalate importanti, la più celebre e iconica delle quali fu l’ascesa alla Punta Gnifetti sul Massiccio del Monte Rosa: fu la prima donna e prima sovrana a scalare della vetta, partendo da Gressoney e raggiungendo la cima di 4.554 metri di altitudine. L’impresa venne eseguita quando fu inaugurato il rifugio che a lei venne intitolato con il nome di «Capanna Margherita», era il 18 agosto 1893. Si tratta, ancora oggi, del rifugio alpino (il primo aperto sul versante italiano delle Alpi) più alto d’Europa, nonché uno degli osservatori fissi più alti al mondo.

Da un lato, legata ai sani valori tradizionali della monarchia, dall’altra intraprendente osservatrice del progresso, come accadde per l’industria automobilistiche, tanto che trovò in lei una testimonial brillante e temeraria. Margherita fu tra le prime donne a prendere la patente e intrattenne cordiali e frequenti rapporti con molti pionieri dell’auto come Emanuele Bricherasio o Carlo Biscaretti, ed ebbe tra i suoi autisti anche valenti piloti, come il campione Alessandro Cagno.

Promotrice dell’industria automobilistica italiana, nel primo decennio del XX secolo, realizzò arditi raid turistici sulle sconnesse strade dell’epoca, strettamente attenzionati dalla stampa di tutta Europa. Un evento che ebbe un’eco formidabile fu il lungo viaggio del 1905, quando la Regina d’Italia percorse 5.000 chilometri, attraverso la Francia, i Paesi Bassi e la Germania, con il suo «Sparviero», su autotelaio Fiat 24/32 HP.

Il garage di Margherita di Savoia era suddiviso in «reparto di città» e «reparto di campagna», nel quale erano custodite le vetture per i servizi di corte, ognuna identificata con il nome di un volatile, secondo il tipo di servizio cui era assegnata. Secondo i registri del Grande Scudiere Reale, generale Alberto Solaro del Borgo, all’uso esclusivo della Regina erano riservati il “Falco”, per le brevi gite, e il landaulet “Palombella”, destinato alle occasioni ufficiali. Per i lunghi viaggi estivi e invernali erano impiegate le automobili “Aquila”, “Rondine”, “Sparviero” e “Rondinella”, mentre per le piccole passeggiate era a disposizione la vetturella “Alcione”. Non mancavano gli automezzi pesanti, come il “Condor”, una grossa torpedo trasformabile per il trasporto dei bagagli e il “Cigno”, un omnibus con camera da letto e da bagno che, probabilmente, rappresentò il primo esempio di camper. Le automobili “Airone”, “Allodola” e “Falchetto” erano a disposizione per le visite dei reali prìncipi, mentre il “Passero” e il “Francolino” erano al servizio della Real corte. Case automobilistiche e carrozzieri facevano a gara per fornire il garage reale, nella speranza di ottenere il decreto di «Fornitore ufficiale della Real Casa». Allestite dai principali carrozzieri dell’epoca, come Alessio, Lanza o Castagna, occupavano il garage di Margherita automobili Züst, Florentia, Rapid, FIAT e Itala, quest’ultima era la prediletta di Margherita.

 

Statua della Regina Margherita dello scultore Italo Griselli (1880-1958), Pineta del Capo, a pochi passi dalla chiesa di Sant’Ampelio, Bordighera (IM)

 

 

Morì a 74 anni nella sua villa a Bordighera il 4 gennaio 1926. Il 10 gennaio la salma venne trasportata a Roma, ove fu tumulata il giorno dopo nelle tombe reali del Pantheon; lungo il percorso il convoglio funebre si fermò per breve tempo a ogni stazione per permettere ai tantissimi italiani che l’avevano amata di porgere un ultimo saluto.

La Regina Margherita giunse per la prima volta a Bordighera nel settembre 1879, ospite di Villa Bischoffsheim. Il luogo le era stato suggerito dai medici dopo il mancato attentato che Umberto I aveva subito a Napoli il 17 novembre 1878, per il quale era rimasta molto scossa e aveva difficoltà a riprendersi. Nel gennaio del 1880 rientrò nella capitale, ma Bordighera le era rimasta nel cuore, fu così che nel 1914 acquistò Villa Bischoffsheim, divenuta nel frattempo Villa Etelinda, dal nuovo proprietario, Lord Claude Bowes-Lyon, XIV conte di Strathmore e Kinghorne. Nel grande e incantato parco ella fece costruire la sua nuova dimora in stile barocco del XVIII secolo sotto la direzione dell’architetto Luigi Broggi.

Il 4 aprile 1940, la città di Bordighera inaugurò in sua memoria una splendida statua in marmo bianco, realizzata dallo scultore Italo Griselli e fu collocata ai piedi della pineta del Capo, a pochi passi dalla chiesa di Sant’Ampelio. Tutti coloro che passano davanti al monumento, cittadini e turisti di tutto il mondo non possono non vederla tanto è sobriamente maestosa con tre fili di perle al collo (le sue mitiche perle, a cui mai rinunciava), incorniciata da splendide aiuole, pini e palme, e soffermarsi anche sulla dedica che sta sotto i suoi piedi: «A Margherita di Savoia / prima Regina d’Italia».

 

 

[1] U. A. Grimaldi, Prefazione a R. Bracalini, La regina Margherita, Milano 1983, p. 8.

[2] Prelato con giurisdizione ordinaria, esente dai vescovi locali, sul clero palatino di tutta Italia. Infatti, fino al Concordato del 1929, non venivano utilizzate le cappelle del Quirinale in seguito all’interdetto di Pio IX e per deferenza al Pontefice. Dopo i Patti Lateranensi, fino al 1946, il Cappellano maggiore ebbe sede nella Cappella Paolina del Quirinale.

 

 

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