La libertà, come abbiamo visto (qui), è l’elemento caratterizzante il concetto di Europa, fin dalle sue origini greche. La contrapposizione è tra l’Ellade ed il mondo orientale, incarnato dall’Impero persiano, dove «il Gran Re ha occhi ed orecchie dappertutto»[1], come solevano dire i greci, con sarcastico disprezzo. Ma in che cosa differiscono le πόλεις (poleis)[2] greche, anche quelle a regime aristocratico o tirannico, dal sistema di potere persiano?

Certamente l’Impero persiano, pur essendo molto accentrato, non poteva considerarsi il regime più oppressivo presente sulla terra; era, però, proprio l’accentramento che lo caratterizzava a farlo sentire ai greci come soffocante.

Giorgio Gaber (1939-2003), nella canzone «La libertà» (1973), dice che «la libertà non è uno spazio libero / libertà è partecipazione» e, proprio per questo, condanna, come falsa o, almeno, riduttiva, l’identificazione della libertà con il regime democratico, che può divenire oppressivo come tutti gli altri. «Vorrei essere libero, libero come un uomo. / Come un uomo che ha bisogno / di spaziare con la propria fantasia / e che trova questo spazio / solamente nella sua democrazia. / Che ha il diritto di votare / e che passa la sua vita a delegare / e nel farsi comandare / ha trovato la sua nuova libertà». In questa canzone si ritrovano molti accenti tipici del modo greco di sentire l’essere liberi.

Questo sentimento viene, poi, quasi codificato con il motto «αὐτονομία καί ἐλευθερία» (autonomìa cai eleuterìa), vale a dire «autonomia e libertà», motto che è quasi divenuto sintesi del concetto stesso di πόλις (polis). Questa, infatti, rappresenta un’aggregazione naturale di persone, che diviene comunità politica. E, proprio a partire da tale realtà si sviluppa tutta la filosofia politica greca.

Le forme in cui questa aggregazione si concretizza variano da caso a caso, come da caso a caso variano quelle che noi oggi definiremo le «istituzioni» o le «forme di governo». All’inizio essa ha, prevalentemente, carattere sociale, per acquisire, gradualmente, carattere spiccatamente politico. Diciamo «prevalentemente», perché ogni comunità umana ha una dimensione politica in ogni fase del suo sviluppo, anche se essa, normalmente, tende a crescere parallelamente al procedere di questo.

Come di solito avviene, la partecipazione dei consociati alla cosa pubblica non è egualitaria, ma è lo specchio dell’apporto che ciascuna famiglia dà all’impresa comune; le differenze sociali si rispecchiano anche sul piano politico e, lungi dall’essere un ostacolo alla partecipazione, divengono efficace strumento per rendere tale partecipazione più facile e più efficace, nell’ottica del bene comune.

Parliamo di «famiglia» e non di «persona», perché le comunità umane a vocazione politica non sono aggregazioni di individui, ma “società di famiglie”. La persona nasce all’interno di una famiglia, elemento indispensabile per il suo sviluppo equilibrato; dalla famiglia dell’individuo trae elementi di carattere materiale, biologico e spirituale.

Sul piano materiale, riceve la condizione economica e la condizione sociale, che, almeno inizialmente, andrà ad occupare; è del tutto ovvio che le fortune economiche e la posizione sociale possono mutare, ma con ineguale facilità. Le fortune economiche sono ugualmente facili a perdersi in ogni sistema, ma la facilità con cui si possono acquisire varia da caso a caso. La classe sociale, invece, non sempre è legata alla disponibilità di ricchezza, ma, anzi, in quasi tutte le società del mondo, il denaro che si possiede non coincide perfettamente con il ruolo sociale che si occupa. Come si diceva, il ruolo che si svolge all’interno della comunità, da cui dipende la classe sociale di appartenenza, è certamente influenzato dalle disponibilità economiche, ma queste non ne esauriscono le fonti; queste risiedono anche nel prestigio della famiglia di appartenenza, nell’importanza che, per le più svariate ragioni, la persona riveste all’interno della comunità, nella considerazione che, per qualunque ragione, la persona o la famiglia riscuotano all’estero… Quella che noi oggi chiamiamo «mobilità sociale» è tanto maggiore quanto più la classe sociale è legata alle fortune economiche. Anche la capacità di arricchimento dei ceti più poveri, quella che oggi definiremmo «ascensore sociale», varia a seconda dei casi.

La mobilità sociale presenta aspetti tanto positivi quanto negativi. Essa può rappresentare un valido correttivo alla tendenza alla sclerotizzazione sociale, vale a dire ad un assetto di potere che, proprio per la sua immobilità, tende a non rispecchiare più i reali apporti dati al bene comune e, conseguentemente, a non vedere più i privilegi delle classi dominanti quali contraltare al reale ruolo da esse svolto, con relativa crescita del malcontento e dell’insofferenza delle classi subalterne. Essa, però, tende anche ad impedire quella stabilità necessaria alla costruzione ed al mantenimento di una comunità politica. Si pensi, ad esempio, a come la «Serrata del Maggior Consiglio»[3] (1297) non solo non abbia creato problemi alla tenuta sociale e politica dello Stato veneziano, ma abbia contribuito notevolmente al suo sviluppo, anche da un punto di vista militare e territoriale; esempio questo di grande saggezza, in quanto ha contemplato sia contenimento della mobilità sociale, sia il suo mantenimento, anche se in misura ridotta, tramite il metodo della cooptazione, che, quando viene utilizzato intelligentemente al servizio del bene comune, permette di evitare la sclerotizzazione politica e di mantenere un certo equilibrio sociale e politico, ma che, quando viene usato in maniera distorta, accelera la decadenza dello Stato.

Sul piano biologico, la persona riceve dalla famiglia eredità positive, tare negative e caratteristiche neutre. Eredità positive sono tutte quelle attitudini, che, ovviamente, sta all’individuo sviluppare e valorizzare, in quanto, di per sé, non sono, normalmente, in grado di produrre grandi effetti pratici; senza il contributo personale, tutto ciò che si è ereditato finisce, nella migliore delle ipotesi, nel nulla: ad ogni generazione, quindi, questi doni sono posti nelle mani degli individui, che hanno la materiale possibilità di farli fruttare o di sperperarli, con danni che, sia pure in modo non rigidamente meccanico, si trasmettono anche alle generazioni future. Tare negative sono tutte quelle inclinazioni al disordine, fisico (attacchi alla salute), mentale ed etico; in questo caso, il ruolo della persona, anche se rimane importante, può, nei casi più gravi, non essere sufficiente a controbilanciare queste terribili eredità, con croci a volte pesantissime da portare, magari con la consapevolezza di correre il rischio di trasmetterle ai propri figli. Caratteristiche neutre sono tutte quelle particolarità, fisiche, ma anche caratteriali, che non rivestono, di per sé, una valenza positiva o negativa, ma che tendono a differenziare la persona dalle altre e ad avvicinarla ai membri della propria famiglia; se vengono debitamente sfruttate, alcune possono arrivare a rivestire un carattere positivo, ma tutte, quantomeno, possono servire a rammentare alla persona da dove viene e quali siano i suoi debiti di affetto, per il solo fatto di esistere e di esistere in quel preciso modo.

Sul piano spirituale, infine, la persona riceve dalla famiglia l’educazione. Con questo termine si indicano tutti gli insegnamenti e gli ammaestramenti di carattere religioso, spirituale, intellettuale ed etico che i genitori e, in parte, i fratelli e gli altri parenti danno a ciascuno. Prima, per tutti gli insegnamenti è, ovviamente, la trasmissione dei contenuti della Fede; essa rimane dono di Dio accettato dalla persona, ma, come dice San Paolo, chiunque «invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?»[4]. Ed i primi ad essere «inviati» sono i genitori e, sia pure in maniera subordinata e meno diretta, tutti i membri della famiglia.

(1 – continua)

 

 

[1] «Occhi ed orecchie del Re» venivano definiti, tecnicamente, quegli ispettori itineranti che il re di Persia inviava nelle varie province dell’Impero con il compito di controllare sia la qualità dell’amministrazione, sia la fedeltà dei vari governatori, noti come satrapi. Per i greci, sono divenuti il simbolo del sistema oppressivo persiano.

[2] Πόλις (polis), al plurale πόλεις (poleis), significa letteralmente «città», ma racchiude al suo interno un significato politico più complesso, in quanto indica la peculiarità greca della vita associata.

[3] La «Serrata del Maggior Consiglio» è la legge, con cui la Repubblica di Venezia ha riservato la possibilità di accedere al Maggior Consiglio, detentore del potere, ai membri delle famiglie anticamente veneziane, con esclusione di quelle provenienti dal “contado”, salvo la possibilità cooptazione per famiglie nuove, con la loro iscrizione nel Libro d’Oro, istituito nel 1315.

[4] Rm 10,13-15.

 

 

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