Tra il 23 ed il 26 maggio p.v. si voterà per il rinnovo del Parlamento europeo. In Italia ci si recherà alle urne nella giornata di domenica, alle 23,00 della quale inizierà, in tutti i Paesi dell’Unione, lo scrutinio.

Ogni volta che si tiene una tornata elettorale, soprattutto a livello italiano o europeo, questa viene presentata come «storica», di importanza cruciale per i destini del Paese o del Continente; e questo, almeno in parte, è vero, in quanto, normalmente, essa è in grado di incidere sul corso politico nazionale o comunitario. Questo, però, non significa che tutte le elezioni abbiano la medesima importanza e, soprattutto, la medesima valenza: si può, anzi, affermare che ciascuna rivesta un significato suo proprio, datole dalla congiuntura storica in cui si svolge e dai suoi protagonisti.

Il voto di domenica prossima si svolge nel pieno dello scontro politico tra difensori del potere sinarchico dell’eurocrazia ed i loro avversari, quantunque tale disfida non sia sempre palese e si giochi a più livelli e su diversi tavoli. Questa ancora parziale opacità della situazione consente l’esistenza di forze politiche che si illudono di poter veleggiare su una rotta mediana tra i due fronti; il diradarsi della nebbia, però, e l’acuirsi dello scontro rendono, di fatto, tale posizione sempre meno sostenibile.

I protagonisti variano da Stato a Stato, perché, con buona pace di tutti gli europeismi alla moda, ogni Paese membro dell’Unione europea ha una situazione politica specifica e differente da quella degli altri. Questo è il paradosso del Parlamento europeo, nel quale culture politiche diverse sono “costrette” a confluire in “contenitori”, definiti pomposamente «partiti europei», nei quali, nella migliore delle ipotesi, si assiste ad una convergenza, a volte puramente tattica e, in più rare occasioni, strategica, di forze differenti. L’esempio più plastico di ciò è rappresentato dal Partito Popolare Europeo (PPE), che nasce come raggruppamento delle varie formazioni di ispirazione democratico-cristiana e che, per la sua storica “contrapposizione” al Partito Socialista Europeo (PSE) ed ai gruppi alla sua sinistra, ha accolto nel suo seno anche conservatori e, persino, espressioni di natura identitaria, per poi conoscere fuoriuscite ed espulsioni, talora vestite da sospensioni, come nel caso del Fidesz ungherese di Viktor Orbán.

Finché l’ideologia eurocratica è rimasta politicamente incontrastata, questa situazione è stata, insieme alla quasi assoluta mancanza di poteri del Parlamento, assolutamente funzionale alla politica sinarchica di controllo delle istituzioni dell’Unione: nell’Assemblea si alternavano maggioranze del PPE a maggioranze del PSE, vale a dire di due forze politiche assolutamente prone ai dettami comunitari.

Con l’avvento dell’euro ed il susseguirsi delle conseguenti (programmate) crisi economiche nei cosiddetti «Paesi periferici» ed in Francia, aggravate, nei loro effetti sociali, da un immigrazionismo scientemente indifferenziato, il malcontento delle popolazioni di questi Stati (e non solo) è cresciuto, parallelamente ad una maggiore presa di coscienza del pericolo islamico. Il mito dell’Unione europea foriera di pace e di benessere economico ha cominciato, progressivamente, ad incrinarsi ed il cosiddetto «euro-scetticismo» ha cessato di essere una posizione assolutamente marginale di pochi retrogradi, incapaci di vedere i “luminosi destini” cui Bruxelles avrebbe condotto tutto il nostro Continente, per divenire una posizione politica “quasi rispettabile”, non fosse altro che per il numero delle persone che se ne andavano convincendo.

L’idea che, dopo l’introduzione della moneta unica, si possa far evolvere l’Unione negli Stati Uniti d’Europa, vale a dire in uno Stato federale o, almeno, in una Confederazione di Stati è semplicemente assurda, perché la creazione dell’euro è soltanto un ulteriore, sia pure importante, passo sulla strada del «metodo funzionalista» di Jean Omer Marie Gabriel Monnet (1888-1979). Questa dottrina, su cui è stato costruito tutto il processo di “unificazione” europea, si basa sul presupposto che sia l’economia a governare la politica e non viceversa e che sia la finanza a dirigere l’economia. L’introduzione della moneta unica, gestita da una “banca centrale” (privata), senza che ci sia uno Stato, cui essa debba rispondere, significa porre questa istituzione non solo in una posizione di indipendenza da qualunque potere politico, ma in condizioni di imporre agli organi politici la propria volontà, non solo in campo economico. Questo, in perfetta coerenza con il disegno sinarchico iniziale, ha significato sottrarre ai Parlamenti ed ai Governi europei qualunque possibilità di attuare una qualsivoglia politica economica.

L’euro, insieme alla riforma del sistema bancario a livello comunitario, ha comportato e sta comportando una progressiva finanziarizzazione dell’economia, a danno della produzione di beni e servizi. Questo è uno dei motivi per i quali la Germania, che ha un’economia basata su grandi aziende, in stretta commistione con le banche, ha, finora, patito di meno la crisi, rispetto agli altri Stati dell’euro zona.

Le crisi economiche, lungi dall’essere incidenti di percorso, sono lo strumento principe, attraverso il quale la Sinarchia eurocratica impone il suo potere, come, con disarmante spudoratezza, ha affermato il professor Mario Monti (vedi, ad esempio, qui), proprio perché colpiscono la sovranità degli Stati ed il senso di identità e di appartenenza dei cittadini. Ecco che, per «combattere le crisi», che esse stesse hanno contribuito a creare ed a rendere più pesanti, le Autorità comunitarie “suggeriscono” ricette economiche, che sono destinate, inevitabilmente, a produrre nuova povertà e nuova miseria, come il generalizzato aumento dell’imposizione fiscale, le tasse sul patrimonio, il pareggio di bilancio, la forzata riduzione del debito pubblico…

Per acuire gli effetti di tali crisi e, soprattutto, per ingenerare un quanto più possibile diffuso senso di insicurezza, l’Unione europea, con la complicità dei Governi “europeisti”, ha imposto politiche di accoglienza indiscriminata nei confronti dei clandestini, come confermato dalla sentenza della Corte europea di Giustizia del 14 maggio scorso, in cui si afferma che un «richiedente asilo» (trattasi, quindi, ancora di clandestino, in quanto non è ancora stato appurato il suo diritto alla protezione internazionale), che abbia commesso gravi reati e/o rappresenti una minaccia per il Paese in cui si trova, non possa essere rimpatriato, se vi sia il «fondato timore» che, nel Paese d’origine, possa subire una qualche forma di persecuzione.

In questo quadro, i vari Paesi dell’Unione europea hanno reagito in maniera molto differenziata gli uni dagli altri. L’unico dato comune è una generalizzata crescita delle forze che tentano, in vari modi e con diverse capacità di successo, di opporsi alle politiche comunitarie. Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia, i Paesi del Gruppo di Višegrad, sono governate da partiti o coalizioni dichiaratamente identitarie, con la peculiarità di Praga, dove è al potere una coalizione di centro-sinistra, con l’appoggio esterno del Partito comunista. Nella stessa Germania si assiste ad una crescita del partito euro-scettico Alternative für Deutschland (AfD), di orientamento sovranista e conservatore, che alle elezioni federali 2017 ha ottenuto il 12,64%, in costante crescita dalla sua fondazione (2013) e che i sondaggi accreditano, oggi, intorno al 20%. In Francia, dopo la vittoria, nel 2017, dell’ultra-europeista Emmanuel Macron e del suo partito, La République En Marche, l’ostilità nei confronti di Bruxelles si è concentrata in tre aree: l’estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon e del suo La France Insoumise; la variegata e politicamente indefinibile galassia dei cosiddetti «Gilet gialli», movimento che raggruppa anime diverse e che ha la sua forza nella protesta, senza rappresentare, almeno per ora, una proposta politica coerente e capace di proporsi per la guida del Paese; e, infine, il Rassemblement National di Marine Le Pen, erede, anche se con molti punti di discontinuità, del Front National di suo padre Jean-Marie. In Spagna, ancora caratterizzata dalla sfida tra popolari e socialisti, entrambi fortemente legati alle politiche dell’Unione europea, la reazione a queste è principalmente incarnata dal partito Vox, di ispirazione monarchica e nazionalista spagnola, con forti coloriture cattoliche, difensore dell’unità nazionale contro tutti i separatismi; esso nasce da una scissione a destra del Partito popolare nel dicembre 2013; alle elezioni politiche del 28 aprile scorso ha preso il 10,26%.

Caso a parte è rappresentato dalla Grecia, del tutto piegata ai voleri di Bruxelles dalla pesantissima crisi economica e migratoria e dalla trasformazione del partito di estrema sinistra SYRIZA da coagulo della resistenza alle politiche comunitarie a punta di lancia della riduzione del Paese a prona esecutore degli ordini della Commissione europea. Questa formazione politica vince le elezioni nel 2015, sotto la guida di Alexīs Tsipras, con un programma teso a respingere tutte le richieste di politica economica dell’Unione europea e ad intraprendere un rilancio del Paese. Il giovane Primo Ministro, però, una volta salito al potere, ha completamente disatteso tutto quanto promesso ed applicato con estremo rigore ciò che gli veniva chiesto dalle Autorità comunitarie, affamando la Grecia.

In Austria, poi, l’alleanza tra i popolari ed i sovranisti del Partito della Libertà Austriaco (FPÖ) aveva condotto, il 18 dicembre 2017, alla nascita del cancellierato del giovane Sebastian Kurz, che aveva fatto di Vienna un punto di riferimento per i Paesi di Višegrad. Il Governo è caduto il 18 maggio scorso, a causa di uno scandalo creato ad arte e reso pubblico alla vigilia delle elezioni europee. Nel 2017, prima delle elezioni politiche che lo avrebbero portato a divenire Vice-Cancelliere, il leader dell’FPÖ, Heinz-Christian Strache, viene avvicinato, a Ibiza, da una giornalista, che, sotto le mentite spoglie di una ricca ereditiera russa, gli propone di finanziare in modo illegale il suo partito, in cambio di un eventuale appoggio nell’acquisizione di un quotidiano, una volta che fosse divenuto uomo di potere, riprendendo tutto il lungo colloquio. Non ne è, ovviamente, sortito nulla e tutto pareva morto lì, fino alla pubblicazione del video, che ha fatto cadere il Governo ed indotto il Presidente della Repubblica, il verde Alexander Van der Bellen, ad indire elezioni politiche anticipate per il prossimo settembre.

Il Paese, però, dove si gioca la partita più importante e più delicata tra la Sinarchia ed il “sovranismo”, è l’Italia. Essa rappresenta il più importante Stato, in cui gli avversari delle politiche di Bruxelles sono al Governo, anche se tale contrapposizione è resa più precaria dai contrasti interni alla maggioranza. Gli ultimi anni hanno visto la rapida crescita di due partiti politici, per motivi diversi, tesi a modificare in maniera drastica gli equilibri preesistenti: la Lega ed il Movimento 5 Stelle.

Quest’ultimo si caratterizza per una visione rigidamente giacobina della società. La mente ideologica è Gianroberto Casaleggio (1954-2016). L’idea di fondo è una rilettura contemporanea di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), i cui capi saldi sono: progressiva sostituzione della democrazia rappresentativa con quella diretta, attraverso una sempre più estesa partecipazione dal basso alle decisioni, resa possibile dalle tecnologie informatiche, che sono e sempre più saranno in grado di raccogliere le istanze dei cittadini e di sintetizzarle (di qui la famosa piattaforma Rousseau); contrapposizione dei cittadini al ceto politico, visto come tendenzialmente inutile ed ontologicamente malvagio; culto della legalità, con tendenze chiaramente giustizialiste e venerazione nei confronti della Magistratura; grande duttilità sulle scelte concrete, contrapposta alla rigida affermazione della superiorità etica del Movimento nei confronti del mondo politico, di cui non ritiene di far parte.

Il successo pare folgorante. Nel 2013 si presentano per la prima volta alle elezioni politiche ed ottengono oltre il 25%; nel 2018 superano il 32%.

Percorso diverso ha la Lega. Con la Segreteria federale di Matteo Salvini (15 dicembre 2013), si accelera il passaggio da partito regionale del settentrione del Paese a partito nazionale, già iniziato da Umberto Bossi all’indomani della creazione dell’euro. Le elezioni del 2013 segnano uno dei punti più bassi del consenso (poco oltre il 4%). Da quel momento è una continua crescita: oltre il 6% alle europee del 2014 ed oltre il 17% alle politiche del 4 marzo 2018.

I temi qualificanti, sempre nella filosofia identitaria che ha caratterizzato il partito fin dalla sua fondazione, con particolare attenzione all’idea naturale della società dal basso, contro ogni collettivismo ed ogni massificazione, sono la difesa dell’economia produttiva contro la finanziarizzazione, la resistenza alle politiche economiche europee, la lotta all’immigrazione clandestina e la questione della sicurezza dei cittadini onesti, al cui interno sta la riforma, in senso estensivo, della legittima difesa.

In questo contesto, le elezioni europee di domenica prossima rappresentano un importantissimo banco di prova della capacità di resistenza delle forze che si oppongono alla Sinarchia eurocratica; e, in particolare, sarà significativo il risultato italiano, perché manifesterà il radicamento degli attuali due maggiori partiti. Il risultato delle forze politiche di opposizione completa il quadro.

Un’affermazione non particolarmente deludente del Partito democratico significherà la sua sopravvivenza politica; particolarmente importanti, in quest’ottica, saranno le elezioni regionali piemontesi, che, se fossero vinte dal centro-sinistra, potrebbero far sperare ai suoi dirigenti in una ritrovata capacità di vittoria, che, in caso contrario, parrebbe da escludersi per parecchi anni.

Nel campo del centro-destra, una buona affermazione di Forza Italia rappresenterebbe, senza dubbio, un ammorbidimento della linea “anti-europea”, che, invece, caratterizza la Lega e Fratelli d’Italia, la cui affermazione avrebbe, ovviamente, il significato opposto.

Tornando ai partiti di maggioranza, un successo del Movimento 5 Stelle rappresenterebbe una vittoria della Sinarchia, poiché il partito di Luigi Di Maio si presenta come il SYRIZA italiano, come l’ultimo mese di campagna elettorale sta a dimostrare. Un suo rafforzamento rappresenterebbe un indebolimento della posizione italiana nei confronti di Bruxelles, mentre un successo della Lega, specialmente se accompagnato da una battuta d’arresto del movimento fondato da Beppe Grillo, sarebbe una plateale sconfitta delle politiche eurocratiche, con ripercussioni anche al di fuori dei confini nazionali.

 

 

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2 commenti su “Lo scenario politico in Europa”

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