Prima di addentrarci nel racconto degli avvenimenti specifici che diedero origine al santuario alpino del Rocciamelone, occorre senz’altro accennare, sia pur brevemente, alla devozione mariana, sviluppatasi, a partire dal XIV secolo, sulla vetta del Rocciamelone, montagna alta circa 3500 m., situata in provincia di Torino fra le valli di Susa e di Lanzo. Le vicende di Forno Alpi Graie infatti, benché successive, si ricollegano strettamente a tale tradizione devozionale.

Nel Medio Evo il Rocciamelone era considerata, forse per la sua forma molto aguzza, la cima più alta del Piemonte. Intorno a questa montagna inoltre, come del resto per molte altre, erano diffuse leggende che riferivano di mostri e demoni malvagi che ne avrebbero infestato le pendici.

Anche per questi motivi probabilmente, oltre che a causa dell’inospitalità dei luoghi, l’uomo dell’età di mezzo non amava salire sulle vette alpine. Ciononostante avvenne però che un condottiero crociato, dopo essere riuscito a liberarsi dalla prigionia dei maomettani, fece voto di collocare sulla punta più alta della sua regione, un trittico di bronzo raffigurante la Vergine Maria.

 

Trittico di Rotario d’Asti, Cattedrale di San Giusto a Susa

 

Si chiamava Bonifacio Rotario d’Asti ed apparteneva alla nobile famiglia dei Roero. L’ascensione, una delle più antiche di cui si abbia memoria per le Alpi, avvenne nell’estate del 1358 e si concluse con la costruzione di una piccola cappella all’interno della quale, venne posto il trittico.

Da allora, anche se il prezioso quadro fu poi spostato nella Cattedrale di Susa, la salita al Rocciamelone iniziò a configurarsi come un vero e proprio pellegrinaggio. E così fu anche per l’operaio fornese Pietro Garino, uomo semplice e profondamente religioso.

Il protagonista di questa storia, era un umile manovale, originario della Val Grande di Lanzo, ma residente a Torino, nei mesi invernali, per motivi di lavoro. Ancor oggi, del resto, sono numerosi i montanari di queste zone che sono stati costretti a trasferirsi nel capoluogo in cerca di occupazione. Egli conduceva sicuramente un’esistenza semplice ma, nonostante la dura fatica, si era sempre mostrato sinceramente devoto ed attento ai doveri religiosi.

Così, durante l’estate del 1629, nel breve periodo in cui la mancanza di neve rendeva possibile l’ascensione al Rocciamelone, Pietro Garino decise, assieme ad alcuni amici, di compiere quel nobile pellegrinaggio.

Possediamo, su questi fatti, un suo racconto abbastanza dettagliato, perché esso fu fedelmente raccolto poi da un notaio, davanti a ben ventidue testimoni, l’anno successivo.

Egli raggiunse dunque la vetta nella sera del 4 agosto 1629, insieme al capitano Guglielmo Milone e a Bartolomeo Dagna.

Sulla facciata della piccola cappella sommitale il pellegrino scorge due modesti quadri rappresentanti uno la Madonna di Loreto col Bambino e l’altro San Carlo Borromeo. Il sole e le intemperie ne avevano intaccato i colori. Mosso dunque dalla sua pietà, il Garino decide di prenderli con sé per farli debitamente restaurare e con il proposito di riportarli l’anno successivo.

La sera del 7 agosto ritorna dunque a Torino e depone i due quadri nella propria camera di Casa Rapelli, sita nel territorio della parrocchia di San Filippo, e nei primi giorni di settembre li affida al pittore milanese Carlo Antonio Merutto per il restauro.

L’anno seguente, 1630, il Piemonte è tormentato, oltre che dalla guerra e dalla fame, anche dalla peste importata dai Lanzichenecchi discesi dalla Germania attraverso la Valtellina. Il Garino è assai preoccupato:

«Potrò nel prossimo agosto» – si chiede – «riportare i quadri sul Rocciamelone, secondo la promessa?».

Arriva dunque l’estate e, proprio in quei mesi, la peste miete numerose vittime soprattutto nei paesi che egli avrebbe dovuto attraversare nel pellegrinaggio. Rimanda quindi a tempi migliori l’adempimento della promessa, depone i quadri in un cassettone chiuso a chiave e torna al suo paese d’origine in Val Grande di Lanzo.

Intanto giungono gli ultimi giorni di settembre.

Nella notte di venerdì 27 settembre, egli, mentre si trovava nella sua casetta, sente echeggiare una voce, la quale forte e sonora lo chiama per nome. Pensando ad una allucinazione non vi fa caso. Ma la voce si fa però risentire allo stesso modo e alla stessa ora nella notte del sabato successivo. Balza allora dal letto, apre la finestra e attende. Davanti a lui c’è solo lo spettacolo di un meraviglioso cielo stellato e si ode unicamente il rumoreggiare del torrente Stura poco lontano.

Nella notte ancora seguente, tra la domenica e il lunedì, per la terza volta la voce lo chiama. Il Garino vi avverte un presagio. Nel pomeriggio di lunedì 30 settembre si reca così a raccogliere foglie di frassino per il bestiame in un suo podere situato sui fianchi ripidi della montagna all’imbocco della Val Sea. Il bosco, che in parte sopravvive ancor oggi attraversato da una lunga scalinata in pietra, è fitto di grandi frassini e faggi.

Salito su una di queste piante, il Garino scorge sulla punta dell’albero i suoi due quadri legati assieme come li aveva deposti nel cassettone. Pieno di stupore scende a terra, si inginocchia, si scopre il capo e a mani giunte così prega:

«O Beata Vergine, e voi San Pietro Apostolo, mio avvocato, per favore ditemi, chi mai ha portato lassù i miei quadri?».

Subito le due icone scendono miracolosamente dal grande frassino.

Pieno di gioia se li pone sottobraccio e ancora in ginocchio, levando gli occhi al cielo soggiunge:

«O Beata Vergine, se io sono degno di domandarvi grazia, ditemi per quale causa sono stati portati quassù questi quadri?».

E tosto una nuova meraviglia colma il suo stupore in modo indicibile.

Su di un sasso, tra due donne, appare ritta in piedi la Madonna con un velo verde in capo e una lunga veste d’argento risplendente di gemme e di gioielli, che dal collo le scendono sul petto; ha il volto che guarda ad occidente, la mano sinistra appoggiata sulla spalla di una delle misteriose donne, mentre l’altra signora, con il braccio sinistro, fa atto di sostenere la Santa Vergine perché non scivoli sul ripido sasso su cui poggia.

«Vi domando, Beata Vergine, siete la Madre di Dio?» supplica trepidante il povero operaio. Ed Ella gli risponde:

«Io sono la Madre di Dio, Regina del cielo e della terra. Ti raccomando di dire al Parroco o ad altro religioso, che faccia sapere al popolo che siano più timorati di Dio e diversi da quel che furono finora: allora potrò ottenere dal mio Divin Figlio che faccia cessare la peste che miete tante vittime e che ne siano preservati i paesi che ancora sono sani. Va’ e non temere: io farò in modo che si creda alle tue parole».

Ciò detto la Madonna alza la mano destra, lo benedice e scompare. Il Garino fuori di sé per la commozione recita le Litanie, poi discende subito a valle riportando a casa i quadri.

Il mattino seguente di buon’ora si reca a Groscavallo e si presenta al parroco don Renaldo Teppati, al quale racconta con precisione gli avvenimenti del giorno precedente.

Naturalmente il parroco ne resta colpito, ma per meglio approfondire l’indagine, nel pomeriggio dello stesso giorno, accompagnato da due sacerdoti, si reca a Forno presso il Garino e tutti e quattro insieme salgono al luogo dell’apparizione dove il Garino ripete e precisa nei dettagli il suo racconto.

Ritornati a Forno, essi pregano fervorosamente dinanzi ai quadri deposti sull’altare di una cappella. «I quadri – dice il Parroco – oramai sono cosa miracolosa e sacra, quindi stanno meglio in chiesa che altrove. Riponiamoli dunque nell’armadio dove si conservano i paramenti sacri della cappella».

«No – risponde il Garino – ho promesso di riportarli al Rocciamelone e devo mantenere la promessa, salvo che l’Autorità Ecclesiastica disponga altrimenti». Se li porta quindi a casa sua, accompagnato dal Parroco che li benedice e raccomanda di tenere nella camera una lampada accesa.

Il Parroco però continua ad essere perplesso. Da una parte non dubita della sincerità e onestà del Garino, ma dall’altra non riesce a spiegare i fatti meravigliosi da lui narrati. Il mattino del giorno seguente, celebra una Santa Messa a Forno, alla presenza del Garino e nel pomeriggio si fa nuovamente raccontare gli avvenimenti del 30 settembre, scongiurandolo in nome di Dio di dire la verità senza aggiungere o togliere nulla.

Al termine gli dice: «Vieni domattina al Campo della Pietra. Porta con te segretamente i quadri; sentirai la Messa, farai la Confessione e Comunione, poi assieme torneremo lassù, collocheremo i quadri sulla pietra sopra cui tu dici d’aver veduto la Madonna. Chissà che Ella non si degni di manifestarsi più chiaramente!».

Tornato a casa il Garino nella notte estrae i quadri, li bacia devotamente e li ripone nel cassettone, nascondendo la chiave nella tasca del suo vestito. Chiude a chiave anche la porta di casa. Ma a notte inoltrata la sente aprirsi.

Balza dal letto, corre a vedere, ma la porta è chiusa come egli l’ha lasciata la sera prima. Al mattino presto fa per aprire il cassettone, riprendere i quadri e recarsi con essi al Campo della Pietra come promesso al Parroco, ma per quanto si sforzi non gli riesce di aprire il cassettone. Chiede aiuto al vicino di casa, Michele Venera, e dopo parecchi tentativi a stento lo apre. Nuova meraviglia: i quadri non ci sono più, ci sono solo per terra i legacci che li tenevano uniti. Corre dunque ad avvisare il Parroco che lo attende al Campo della Pietra nella cappella di San Rocco.

Intanto gli abitanti dei dintorni, venuti a conoscenza degli avvenimenti, accorrono numerosi al Campo della Pietra, sperando di assistere a qualche fatto meraviglioso. Si organizza subito una processione che sale in preghiera al luogo dell’apparizione; nel frattempo giunge notizia che i quadri sono stati ritrovati sotto il grosso macigno sul quale è apparsa la Madonna. Constatato il fatto, tutti si persuadono che Maria Santissima vuole essere onorata in quel luogo.

Il Parroco invita il popolo ad inginocchiarsi e a cantare le Litanie della Madonna.

Il giorno seguente Pietro Garino, su invito del Parroco, in ginocchio e a mani giunte, rinnova sotto giuramento il racconto preciso e circostanziato, davanti a 22 testimoni, tutti di Groscavallo, ed il notaio Giacomo Caveglia di Monastero ne stende l’atto pubblico.

I quadri vengono sistemati in apposito reliquiario che si conserva tuttora, e in quell’anno stesso il Garino fa edificare sul luogo delle apparizioni una piccola cappella per la loro custodia.

 

 

Fin quì i fatti straordinari che sono all’origine di questo luogo sacro. Li abbiamo esposti, sia pur sintetizzandoli, seguendo comunque il racconto, semplice e spontaneo, fatto dal veggente.

Poichè tuttavia, a causa del gran flusso di pellegrini, la primitiva cappella, eretta da Pietro Garino, si era dimostrata insufficiente, si procedette, nel secolo successivo, alla costruzione di un vero e proprio santuario. Questo edificio, consacrato nel 1757, domina ancor oggi il piccolo paese e, per raggiungerlo, bisogna salire una lunghissima scalinata di oltre quattrocento gradini. La chiesa, dalla candida facciata,  è intitolata alla Beata Vergine di Loreto in quanto, come detto, uno dei due quadretti miracolosi rinvenuti sul Rocciamelone raffigurava, per l’appunto,  proprio questa importante icona mariana.

La devozione alla Santa Casa di Loreto, del resto, era assai diffusa in queste zone. A pochi chilometri, in linea d’aria, da Forno sorge infatti anche il santuario di «Prascondu» e che risulta anch’esso collegato misteriosamente alla Santa Casa.

Le pareti interne del tempio sono coperte da molti ex-voto, alcuni dei quali risalenti al XVIII secolo. Vi era collocata inoltre anche un’antica statua lignea della Madonna Nera che però venne trafugata, da mani sacrileghe, nel 1977. Oggi essa è stata sostituita da una copia recente, realizzata da un’artista altoatesino di Ortisei. La festa annuale, alla quale accorrono pellegrini anche dalla vicina Savoia, si svolge il 5 agosto, in onore della Madonna della Neve.

 

 

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