Il “politicamente e religiosamente corretto” non permette di parlare del mirabile Testamento di San Francesco di Assisi, se ne occupa “Europa Cristiana”

Domenico Bruschi (1840-1910), Transito di San Francesco d’Assisi, affresco, 1886, esterno della Cappella del Transito, sul lato destro dell’abside, nei pressi della Porziuncola, interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli, Assisi
È il settembre del 1226 e frater Franciscus parvulus, pronto ad abbracciare Sorella Morte corporale, scrive il suo Testamento, chef-d’œuvre di letteratura spirituale e chef-d’œuvre di cosa significhi essere credenti in Cristo ed essere fedeli, fino in fondo, fino alla fine.
È il Testamento di colui che, da dopo la conversione, non ha voluto nient’altro che seguire l’esempio di Gesù e, dunque, la perfezione evangelica. È il documento che maggiormente sintetizza i contenuti della sua vita in Cristo,
Siamo di fronte all’autobiografia di un uomo di Dio che si mostra per quello che è stato e per quello che è. È un testo che cattura, avvince, prende l’anima… perché così era frate Francesco, Cavaliere di Cristo, egli rapiva perché amava, palesando, senza indugi e senza attenzioni alle diverse sensibilità, la Verità della religione rivelata con infinita misericordia dalla seconda Persona della Santissima Trinità, nella sua bellezza e nel suo incanto avvolgente.
San Francesco era vero perché viveva e trasmetteva la Verità e ciò emerge in tutta la sua forza e potenza nel testo delle sue ultime volontà. Il Testamento è il supporto della Regola, per questo ogni frate, dice san Francesco, deve tenerli sempre insieme.
Malato e stimmatizzato, rimase lucidissimo fino all’ultimo e questo Testamento ne è prova adamantina per come è concepito e strutturato, per il suo stile inconfondibile e affascinante, seppure fermo e rigoroso. Meditato ed equilibrato come il suo autore, il testo ci appare come la prova migliore per leggere cos’era e com’era san Francesco. Nessuno, dopo la lettura dello scritto, può trovare un’ermeneutica soggettiva. È talmente chiaro ed evidente il messaggio che egli comunica da non creare perplessità: è lui stesso che parla della sua vita, che entra nel cuore dell’Ordine da lui fondato per volere di Cristo e dà le consegne a chi verrà dopo di lui.
È fra i testamenti più belli e intensi di tutta la Cattolicità.
Primo protagonista del Testamento è il Signore con la sua Grazia, attraverso la quale è giunta la conversione di Francesco, iniziata con la penitenza, ovvero con la purificazione e l’umiliazione di sé, per seguire nudo Cristo nudo, permettendo così di vivere pienamente l’Amore di Dio e vedere Lui nel fratello malato e povero.
L’espressione «mi diede una tale fede», risposta alla Preghiera davanti al Crocifisso di San Damiano («e damme fede diritta»), è l’antidoto all’eresia ecclesiale e sacramentale: soltanto i sacerdoti della Chiesa Una, Santa, Cattolica e Apostolica possono trasformare pane e vino nel Corpo e Sangue di Cristo, cuore della Chiesa. Eucaristia e sacerdozio sono per san Francesco un inscindibile Mistero.
Particolarmente significativo, per una correlazione con i nostri giorni, è il suo obiettivo finale: «affinché osservino più cattolicamente la Regola che abbiamo promesso al Signore» (versetto 34) e la Regola deve essere osservata con purezza e semplicità, come era lui, puro e semplice, e come voleva i suoi frati, puri e semplici. Il Testamento riproduce, passo dopo passo, tutti i segni sacramentali della Chiesa Cattolica: le chiese, i sacerdoti, i santissimi misteri del Corpo e Sangue di Gesù Cristo, i santissimi nomi e le parole di Lui scritte che, insieme a quelle dei teologi sono spirito e vita.
Chi obbedisce a Cristo, obbedisce alla Chiesa, anche se i suoi uomini sono indegni. E «la forma del santo Vangelo», rivelata da Nostro Signore, viene confermata dai successori di san Pietro. Grande onore e lode per i frati minori ligi alla Regola e al Testamento, ma severi provvedimenti per i frati «dissidenti dalla prassi liturgica o dalla fede cattolica»[1].
Occorre dar conto della propria vita minoritaria itinerante a Cristo in persona, presente sull’altare nelle mani del sacerdote ogni giorno, fino alla fine del mondo. Questa la fede cattolica di san Francesco, che appare tanto più autentica e reale quanto più stridente non solo con le eresie del suo tempo, di cui abbiamo precedentemente trattato, ma anche con quelle successive, dal Protestantesimo al Modernismo, «collettore[2] di tutte le eresie», come l’aveva definito san Pio X nell’Enciclica di condanna, Pascendi Dominici Gregis dell’8 settembre 1907.
Il suo incitamento ad «osservare più cattolicamente la Regola» risulta oggi uno schiaffo ancora più doloroso se si pensa alla confusione dottrinale ed ecclesiale presente nella Chiesa. Vangelo, Regola, Testamento sono un tutt’uno, si interscambiano continuamente.
Qui sta racchiuso tutto il suo retaggio, tanto spirituale quanto tangibile, perché la fede cattolica è anima e fisicità, dal Verbo che si fece carne alla Carne e Sangue che si fanno nutrimento di Salvezza:
«Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo.
E il Signore mi dette tale fede nelle chiese, che io così semplicemente pregavo e dicevo: Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Poi il Signore mi dette e mi dà una così grande fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa romana, a motivo del loro ordine, che se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere proprio a loro. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e trovassi dei sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano non voglio predicare contro la loro volontà.
E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come miei signori. E non voglio considerare in loro il peccato, poiché in essi io discerno il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue suo, che essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri.
E voglio che questi santissimi misteri sopra tutte le altre cose siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi. E i santissimi nomi e le parole di lui scritte, dovunque le troverò in luoghi indecenti, voglio raccoglierle, e prego che siano raccolte e collocate in luogo decoroso.
E tutti i teologi e quelli che amministrano le santissime parole divine, dobbiamo onorarli e venerarli come coloro che ci amministrano lo spirito e la vita.
E dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. E io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor papa me la confermò.
E quelli che venivano per intraprendere questa vita, distribuivano ai poveri tutto quello che potevano avere; ed eravamo contenti di una sola tonaca, rappezzata dentro e fuori, quelli che volevano, del cingolo e delle brache, e non volevano avere di più.
Noi chierici dicevamo l’ufficio, conforme agli altri chierici: i laici dicevano i Pater noster, e assai volentieri ci fermavamo nelle chiese. Ed eravamo illetterati e sottomessi a tutti.
E io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare; e voglio fermamente che tutti gli altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all’onestà. E quelli che non sanno, imparino, non per la cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro, ma per dare l’esempio e tener lontano l’ozio.
Quando poi non ci fosse data la ricompensa del lavoro, ricorriamo alla mensa del Signore, chiedendo l’elemosina di porta in porta.
Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: «Il Signore ti dia la pace!».
Si guardino bene i frati di non accettare assolutamente chiese, povere abitazioni e tutto quanto viene costruito per loro, se non fossero come si addice alla santa povertà, che abbiamo promesso nella Regola, sempre dimorandovi da ospiti come forestieri e pellegrini.
Comando fermamente per obbedienza a tutti i frati che, dovunque si trovino, non osino chiedere lettera alcuna [di privilegio] nella Curia romana, né personalmente né per interposta persona, né a favore di chiesa o di altro luogo, né sotto il pretesto della predicazione, né per la persecuzione dei loro corpi; ma, dovunque non saranno accolti, fuggano in altra terra a fare penitenza con la benedizione di Dio.
E fermamente voglio obbedire al ministro generale di questa fraternità e ad altro guardiano che gli sarà piaciuto di assegnarmi. E così voglio essere prigioniero nelle sue mani, che io non possa andare o fare oltre l’obbedienza e la volontà sua, perché egli è mio signore.
E sebbene sia semplice e infermo, tuttavia voglio sempre avere un chierico, che mi reciti l’ufficio, così come è prescritto nella Regola.
E tutti gli altri frati siano tenuti ad obbedire così ai loro guardiani e a dire l’ufficio secondo la Regola. E se si trovassero dei frati che non dicessero l’ufficio secondo la Regola e volessero variarlo in altro modo, o non fossero cattolici, tutti i frati, ovunque sono, siano tenuti per obbedienza, ovunque trovassero qualcuno di essi, a farlo comparire davanti al custode più vicino al luogo dove l’avranno trovato. E il custode sia fermamente tenuto per obbedienza a custodirlo severamente, come un uomo in prigione giorno e notte, così che non possa essergli tolto di mano finché non lo consegni di persona nelle mani del suo ministro. E il ministro sia fermamente tenuto, per obbedienza, a mandarlo per mezzo di tali frati che lo custodiscano giorno e notte come un uomo imprigionato, finché non lo presentino davanti al signore di Ostia, che è signore, protettore e correttore di tutta la fraternità.
E non dicano i frati: «Questa è un’altra Regola», perché questa è un ricordo, un’ammonizione, un’esortazione e il mio testamento, che io, frate Francesco piccolino, faccio a voi, fratelli miei benedetti, affinché osserviamo più cattolicamente la Regola che abbiamo promesso al Signore.
E il ministro generale e tutti gli altri ministri e custodi siano tenuti, per obbedienza, a non aggiungere e a non togliere niente da queste parole.
E sempre abbiano con sé questo scritto accanto alla Regola. E in tutti i capitoli che fanno, quando leggono la Regola, leggano anche queste parole.
E a tutti i miei frati, chierici e laici, comando fermamente, per obbedienza, che non inseriscano spiegazioni nella Regola né in queste parole dicendo: «Così devono essere intese»; ma come il Signore ha dato a me di dire e di scrivere con semplicità e purezza la Regola e queste parole, così voi con semplicità e purezza, senza commento, cercate di comprenderle, e con santa operazione osservatele sino alla fine.
E chiunque osserverà queste cose, sia ricolmo in cielo della benedizione dell’altissimo Padre, e in terra sia ricolmo della benedizione del suo Figlio diletto con il santissimo Spirito Paraclito e con tutte le potenze dei cieli e con tutti i santi.
E io frate Francesco piccolino, vostro servo, per quel poco che posso, confermo a voi dentro e fuori questa santissima benedizione»[3].
Tutta la sua esistenza ha avuto un solo cuore, Cristo, un solo spartito, il Vangelo, una sola sinfonia, la Regola.
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Sepolcro di San Francesco, Basilica di San Francesco, Assisi
[1] Presentazione Regole ed esortazioni, FF op. cit., p. 55.
[2] Collettore si può tradurre anche con la parola «cloaca», Nel modernismo san Pio X aveva visto lo scolo di tutte le eresie della storia della Chiesa.
[3] San Francesco d’Assisi, Testamento, FF op. cit., 110-131, pp. 99-104.
Nella copertina dell’articolo: Regola presentata a Papa Onorio III (1150-1227, Papa dal 1216), che l’approvò il 29 settembre 1223 con la bolla Solet annuere.
