Durante tutta la giornata del 2 novembre, il giorno dei morti, le campane con il loro mesto don don, suonato a rintocco, sottolineavano quella ricorrenza fatta di tristi e “care memorie” e invitavano alla meditazione e alla preghiera… fino ad otto anni orsono anche nel mio paese le campane annunziavano, con mestizia, la morte di qualcuno, per poi dare, l’ultimo addio (Ad Deum) a coloro che se ne andavano.

Ora quella campana non suona più da quando l’ultimo pievano – imam, don Maurizio Mohamed, decise, manu militari, in nome della “modernità” e dell’aggiornamento conciliare (il “postconcilio”), di far tacere le campane “a morto” in attesa della voce del muezzin dall’alto del minareto della nuova moschea, nella quale lo stesso pievano era andato a cantare versi del corano e a leggere testi conciliari sul… dialogo. Che i morti – e soprattutto i parenti dei defunti – andassero al diavolo con le loro ubbìe e con le loro stupide tradizioni da “Medio Evo”.

Così… per non contraddire l’operato di don Mohamed, ora che il don-imam se n’è andato, ancora le campane tacciono, mentre si sentono i rintocchi della campana dell’addio all’altra chiesa, il Santuario del SS. Crocifisso, dove Graziano, il vecchio sacrestano che tutti conosce e che per tutti ha un sorriso, non ha cuore di far mancare ai defunti e ai loro familiari quell’ultimo triste “ad Deum“.

 

Retro della Pieve di San Lorenzo con il campanile

che si innesta direttamente sopra l’abside, Borgo San Lorenzo (Firenze)

 

Tito Casini, il “Virgilio cristiano”, lo scrittore firenzuolino di cui Giovanni Papini esaltava la sua «fresca lingua che sa di Mugello e di Trecento», ci racconta la vita in campagna nel mese di novembre, il mese dei morti, nel suo libro I Giorni del Castagno, quando suo padre, a veglia, seduto a capotavola diceva:

«Cantate qualche cosa di Chiesa!» – e subito la stessa voce che aveva intonato «Quando Rosa» intonava: Ave Maris Stella», oppure – era il mese dei morti – «Dell’anime penanti abbi Signor pietà» a cui tutti rispondevano: «Converti i loro pianti in gioia e libertà…»

«(A) novembre – scrive ancora il Casini – si cantava quella laude che, il giorno, poi, si risentiva pe’ marroneti e nei campi, e la sera (…) mio padre, con quel suo gran cuore, vedeva le anime del Purgatorio anche nei marroni che si buttavano, dopo ogni scelta, nel graticcio a seccare  – “Iddio” diceva, farà con noi al suo tribunale,  come ora noi co’ marroni: que’ belli, grossi, domestici e senza difetto, cioè i santi, visti e presi! Subito in Paradiso! E gli scarti, i più piccoli, bacati, grinzosi (purché non sian taffelloni, che si abbandonano agli animali senza neppur raccattarli), per loro c’è il fumo e il fuoco del seccatoio, ossia c’è il Purgatorio, che brucia il male e lascia il bene e restituisce a Dio l’anime monde, giusto i marroni quando si mandano a macinare…» (Cfr. T. Casini in I Giorni del castagno, Libreria Editrice Fiorentina 1943).

Sì, le veglie cominciavano, appunto, il giorno dei morti o nel giorno di San Martino e la gente si radunava intorno al fuoco per recitare il Rosario “ad memoriam” dei defunti e poi, a fine veglia, non mancava il bicchiere di vino e le castagne bollite nel paiolo (ballotte). Il giorno dopo, il 2 novembre, era giorno festivo, per dare a tutte le famiglie la possibilità di visitare i cimiteri, dove il sacerdote, si recava processionalmente con i “fratelli della Compagnia”, preceduto dalla “Crocebanda” ovvero dal nero «vessil della morte», cantando una laude che ricordava il Giudizio, le pene del Purgatorio e il Paradiso:

Pe’ nostri fratelli 

afflitti e piangenti

Signor delle genti

perdono pietà (bis ultimi due righi)

Se all’opere nostre

riguardi severo

allor più non spero

perdono e pietà! (bis)

Ma il guardo benigno

se volgi alla croce

ripete ogni voce.

perdono e pietà!(bis)

Ancora negli anni Ottanta era viva la pia tradizione delle visite e della benedizione dei cimiteri, ne è testimonianza la cronaca di un mio alunno, Marco Vignoli di Rincine, in quegli anni:

«Il due novembre andai con i miei genitori, la mia nonna Paolina e i miei fratelli Gino e Vittorio, alla Benedizione del Camposanto. Mentre si camminava vedevo una fila di persone che non finiva mai e tutti con i fiori in mano; sarebbe stato molto bello vedere questo via vai dall’alto, io me lo immaginerei così: le persone assomigliano a delle formichine con dei puntini colorati in mano (i fiori) che corrono al cimitero per abbellire le tombe dei loro cari. Quando siamo andati il babbo ci ha raccomandato di fare i bravi e, semmai, di recitare, mentalmente il “requiem”: “Perché – ha detto – oggi la gente è presa dal ricordo di chi non c’è più e non sta bene agitarsi e fare confusione.

Siamo andati subito dagli zii dei miei nonni e abbiamo messo i fiori e un lumino perché in quella tomba ci sono tre bare ed è molto fonda (…) la mia nonna ha detto che tutta quella gente farebbe meglio a stare a casa perché invece di pregare sta lì a chiacchierare come fosse in bottega. E intanto chiacchierava anche lei e il mio babbo le ha detto: “Mamma…ma perché volete sempre giudicare? Caso mai questa gente viene da lontano e prega più di noi. Ci ritroviamo qui tutti insieme una volta all’anno e come si fa a non scambiare anche due parole…”. E anche la mia mamma ha detto che era giusto e allora la nonna ha detto: “Ma fate come vi pare tanto io dico sempre male!”

Poi siamo andati trovare il “vecchio priore” e abbiamo recitato il “De profundis”: era un uomo buonissimo e non voleva mai dire la Messa nuova in italiano, lui era per il latino (come il mio babbo), ai miei genitori vennero le lacrime agli occhi e anche Vittorio, che è piccino e va all’asilo, quando ha visto i miei genitori con le lacrime si è messo a piangere anche lui. Quando il Priore è passato in mezzo alle tombe con il mantello nero (il piviale n.p.c.) e ha benedetto è finito tutto il brusio e tutti cantavano una laude: “La pace dei Santi concedi, o Signore,/ ai morti aspettanti l’eterna mercè/ rimetti il dolore li chiama con Te…”

Chi piangeva e chi pregava e anche chi, distratto, continuava a chiacchierare, ma piano, e io ho pensato: “Vedendo le tombe e pensando a chi non c’è più si rinnova il dolore, ma soprattutto si rinnova la speranza di ritrovarci in Paradiso.”

Quando siamo venuti via ho visto una scena e mi veniva da ridere, ma non per cattiveria: la moglie del “Rossino” era attaccata alla tomba e diceva al figlio perché l’aveva lasciata: a un certo punto il Rossino le disse di venir via, ma la donna, ostinata, rimase e quando il marito la prese per una mano e la tirò, la pietra fatta a croce incominciò a dondolare…”

E il rontese Nello Ugolini, il Vandeano, così, in modo poetico e pungente a un tempo, ricorda il giorno dei morti:

«I suffragi per le anime sante del Purgatorio è da quando è morto di tumore, a soli 42 anni non ancora compiuti, il priore Martini, che non sono stati più fatti. E sono passati cinquanta anni precisi. La mattina del due novembre Ronta assonnata si svegliava alle cinque. Già alla chiesa vecchia si sentivano i mesti rintocchi delle campane e si spandevano per tutto il paese e la piana adiacente e cioè Pian del Sasso, Castelluccio, i Tacchi e via dicendo. Tutto era velato di nebbie però sembrava un presepe: si vedeva i contadini che venivano dalle Ville, Ripafratta, il Pozzo, e tutto il Paese. Tutti avevano una pila per farsi strada nella mattinata ancora buia, con quei lumicini sembrava il paese delle lucciole. I confratelli della Compagnia partivano con la cappa bianca sotto il braccio involtata in fogli di giornale. Tutti si erano accurati bene, si erano ben lavati in camera al lavabo e l’acqua sporca era volata nella strada. Nella chiesa vecchia, i fondo chiesa, vi era pronto il catafalco con tanto di arcuccio ricoperto dalla coltre nera e con quattro grandi ceri con risvolto nero accesi sopra i candelieri anch’essi neri; in testa al catafalco eravi il cuscino nero, ai piedi del catafalco eravi la croce banda parata a lutto. Ai lati erano due leggii per gli antifonari e a un gesto del Governatore della Compagnia i confratelli si alzavano sui loro leggii e iniziavano il Mattutino dei Morti (alle volte quando sono solo nel mio podere ricanto per non dimenticare, ricanto sempre tutto questo Mattutino che inizia con l’invitatorio: Regem, cui omnia vivunt. Venite adoremus etc…)

Finito il Mattutino che era molto lungo iniziava la Messa da requiem, finita questa, il priore, con uno stuolo di ragazzi anch’essi con la cappa bianca, si toglieva la pianeta nera e indossava il piviale dello stesso colore, con il tricorno andava giù e incensava e benediva il catafalco. Poi usciva fuori in processione, preceduto dalla croce banda, con tutto il popolo e i fratelli e i fratelli della Compagnia e incensava e benediceva, al canto del “Libera me Domine”, tutte le tombe del piccolo cimitero della chiesa vecchia (per fortuna tenuto ancora bene); i preti dei dintorni venivano a celebrare le Messe e le campane suonavano a morto, tutto finiva con i vespri da requiem la sera. Per tutto l’ottavario, sempre alla chiesa vecchia, la mattina alle 7,15 eravi la Messa di Requiem e veniva esposto il SS.Sacramento e i confratelli e il popolo, alternandosi, facevano l’ora d’adorazione.

Oggi di tutte queste cose, dalla fine del Concilio, non sono state più fatte: quando mai si fa le prediche delle anime sante del Purgatorio? Tutto accantonato.

Il culto dei morti è rimasto pro forma per il giro di quattrini sennò sarebbe scomparso. Il colore nero sparito, le bare in chiesa sono messe senza coltre, torchi accesi spariti con la nera croce banda, il mattutino chi lo conosce più;  e al posto del “Libera me Domine” si cantano gli stornelli… Lo dico con tanta amarezza, ma per me meglio il trasporto civile almeno non ci sono battimano (ci sono anche lì, non dubitare, caro Nello… è lo “spirito” del Sessantotto! n.p.c.) e stupidaggini varie …alla prima domenica di novembre la mattina alla chiesa vecchia non c’era niente, tutto si faceva alla chiesa parrocchiale (oggi con i presunti aggiornamenti e restauri è stato invertito l’altare, abbattuta la balaustra, la chiesa svuotata come una capanna da fieno… linguaccia mia stai zitta sennò chi sa icché dico…”

Riporto poi parte di un bellissimo articolo di un grande amico e un insigne studioso delle tradizioni popolari, Carlo Lapucci, anche lui di origini mugellana, che già nel 2005 scriveva:

«Anche i fiori scompaiono (dai cimiteri n.p.c.) con la formula umanitaria: non fiori ma opere di bene. L’intenzione è lodevole, ma anche qui si cancella l’ultima traccia dell’antico sacrificio in onore e memoria del trapassato: un tributo di bellezza, una rinunzia a un bene che si deponeva ai piedi della persona cara, dell’amico, di chi si voleva ricordare.» (Cfr. Carlo Lapucci in «Toscana Oggi», n.39 del 30 ottobre 2005).

Nella saggezza antica e popolare rimane quel senso del sacro che invano cercheresti oggi in un mondo impazzito e “informatizzato”… un parroco del Mugello ha riportato su facebook una «preghiera per la buona morte» con il seguente commento: «quante cose e quante preghiere in vernacolo s’imparano a portare la Comunione agli anziani». Ecco la preghiera:

«Signore mi butto giù, non so se m’arrizzo più – se un m’arrizzassi tre cose vi comando: – Confessione, Comunione e Olio Santo – nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». 

Una bella preghiera che potrebbe fare il paio con quella giaculatoria che la mia nonna paterna, tra un mistero e l’altro del S. Rosario ci faceva recitare alla sera :

«Quelle figlie e quelle spose sono tanto addolorate / O Gesù, voi che l’amate, consolatele per pietà! / Per il sangue che avete sparso, consolatele mio Dio . / Dio vi salvi anime sante, Dio vi salvi tutte quante./ Siete state come noi, noi saremo come voi / pregate Gesù per noi, noi lo pregheremo per voi / Iddio vi dia la pace e il riposo ne Santo Paradiso. Amen!»

E non lo nego, nel riportare questi ricordi così vivi e sentiti, qualche lacrimuccia è scesa dai miei occhi e, se solo avessi udito il rintocco funebre di quelle mie campane che annunziano la morte – e che la malvagità umana ha silenziato – quelle gocce sarebbero diventate torrente.

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1 commento su “Quando le campane suonavano per i morti…”

  1. Che nostalgia, caro Professore, del tempo che fu e dei miei cari sulla cui tomba proprio oggi, desolata, non sono riuscita a deporre né un fiore, né un lumino. Ne sono lontana, purtroppo e le mie visite non sono frequenti, ma oggi non avrei mai immaginato di trovare tutto sbarrato e transennato (causa lavori, dicono), proprio in questi giorni in cui si abbelliscono le tombe per prepararle, tutte piene di fiori e di luci, al giorno dei morti, il giorno dopo quella dei Santi, santi come nel nostro cuore speriamo che i nostri cari siano nella gloria del paradiso. Eppure, stando coi fiori fra le braccia oltre le transenne e dall’antico porticato che pure appare intatto, mi sembrava di sentirle le voci dei miei morti e di quelli delle cappelline accanto: “Non si ha più cuore, figli, laggiù da voi, i giorni oggi sono tutti uguali, né feste, né ricorrenze e nemmeno più religione. Dimenticato Dio, dimenticato tutto.” E come possono suonare le campane, caro Professore, se neanche dei morti si ha più rispetto, né dei sentimenti della gente e ancor di meno di ciò che si spera dopo l’inesorabile passaggio. Ma sì, meglio incenerirli questi corpi ingombranti e se ne lasci il ricordo solo ai più volenterosi…

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