Ringraziamo il Professor Marcello Falletti di Villafaletto per l’articolo che abbiamo il piacere di pubblicare e un grazie, per la collaborazione, alla Congregazione delle Suore di Sant’Anna, fondata nel 1834 a Torino dal venerabile Carlo Tancredi Falletti di Barolo (1782-1838), in comunione con la consorte, la venerabile Juliette Colbert de Maulévrier (1786-1864)
Il matrimonio degli ultimi Falletti, Marchesi di Barolo, costituisce un modello di autentico amore sponsale. L’attaccamento forte, reciproco di Carlo Tancredi e Giulia ebbe il grande effetto di cambiare e di far comprendere molto presto cosa volesse dire amarsi e amare veramente. Si fecero amore per donarsi, per portare questo sentimento agli altri e diffonderlo attorno a loro.
Avvincente storia di un matrimonio esemplare fondato sulla fede, sulla carità, sul dovere e nel crescendo continuo di un’intesa che, nonostante la diversità di carattere, spinse Giulia e Carlo Tancredi ad un costante impegno verso il prossimo, compensando la mancanza del dono dei figli, facendosi madre e padre di innumerevoli poveri.
Una compiuta sintesi di quella che fu – e continua ad essere ancora oggi – un modello di profonda comunione coniugale lo possiamo cogliere inciso sul marmo delle statue a loro dedicate nella Chiesa torinese di San Giulia in Vanchiglia, eretta per volontà di Giulia e dove riposano entrambi. Sotto quella della moglie è scritto: «La carità operosa del consorte emulò – fece perpetue insigni beneficenze» e al di sotto di quella del marito: «Fu vero amico dei poveri – che raccomandò alla pia consorte istituendola erede».

Giovanni Albertoni ( 1806 – 1887), Statue di marmo dei coniugi venerabili Giulia e Carlo Tancredi, chiesa di Santa Giulia, Torino
Juliette (per tutti Giulia o Giulietta) Colbert de Maulévrier e Carlo Tancredi Falletti di Barolo si sposarono il 18 agosto 1806 e, al tramonto dell’egemonia napoleonica, poterono stabilirsi a Torino. Ha scritto di lei un teste di prima mano Silvio Pellico, nella biografia dedicata a Giulia e pubblicata proprio l’anno della sua scomparsa, avvenuta il 19 gennaio l864: «In Piemonte tutto sorrideva a Giulietta, e quantunque affezionata alla sua terra nativa, pur mise un eguale affetto alla patria del marito, ed anzi diede al Piemonte la sua predilezione. Ognuno qui le perdonò facilmente d’essere francese, tanto fu scevra d’orgoglio e d’affettazione, e tanta simpatia ella seppe manifestare per questi luoghi da lei adottati. Brillava per bellezza e grazia, come per grandezza di fortuna e di parentele, ma senza invanire di nulla, senza offendere l’amor proprio altrui, e negl’incontri di render servizio, di consolare, di spargere benefizi, mostrava un buon volere commovente. Quest’era una testimonianza che di lei si dava dalla pubblica voce; e vidi io medesimo essere così, quando più tardi fui chiamato dalla Provvidenza a conoscere l’animo egregio di questa donna».
Le conferme che Giulia avesse trovato a Torino una calorosa accoglienza sono ampie e ben chiare, tutti i biografi sono concordi e ne danno convalidata assicurazione. Tancredi Canonico dal canto suo, in una pubblica lettura tenuta a Torino il 5 febbraio 1864 (Sulla vita intima e sopra alcuni scritti inediti della marchesa Giulia Falletti di Barolo-Colbert) parla di: «matrimonio che durò 32 anni, passati nella rara consonanza di affetti e di opere … ». Che la loro unione fosse riuscita nel modo più bello e avesse colpito i contemporanei è provato da tutti. Giovanni Lanza, nella biografia di Giulia (edita nel 1892), oltre a scrivere che questo matrimonio era nato sotto «faustissimi auspici» e che ricolmò di tanta gioia non solo i parenti, ma anche gli amici, ci informa che questo risultato si deve «sia per le doti pregevoli degli sposi, sia per la comunanza di principi religiosi e civili che era tra loro e tra le due famiglie, sinceramente cattoliche e ferventi nella devozione al loro re. Tornò quindi gradito ad entrambi, che se ne ripromettevano il più felice successo, che indarno può sperarsi senza l’unione morale ed intima delle credenze comuni e fedelmente professate».
L’azione e l’eco profondo di questo splendido rapporto d’amore giunge ancora oggi a distanza di duecentoventi anni dalla data di quel matrimonio. Domenico Massé, nel volume “Un precursore nel campo pedagogico il marchese di Barolo (1941)”, scrive che Carlo Tancredi rimase sempre innamoratissimo della sua Juliette, mentre il Pellico, in vena di intime confidenze, ci ha tramandato quello che il marito gli diceva dell’amata sposa: « … come avesse ognor veduto in Giulietta la più costante aspirazione a perfezionarsi nella virtù; e ciò che egli maggiormente lodava era che ella fosse – questi erano i suoi termini – la creatura più semplice, più incapace di superbia e di finzione. Mi disse che, sebbene dal principio della loro conoscenza ei l’avesse amata molto, ora egli l’amava più ancora».
Lei ricambierà ampiamente questo profondo sentire, arrivando a definire il marito Carlo Tancredi: «il migliore degli uomini».
Se per il Lanza il loro amore, fondato sulla fede, sulla carità e sul dovere, era d’esempio e alla base di tutto, per altri furono le doti più terrene quali: la bellezza, la ricchezza e lo stato sociale in cui vennero a nascere; per altri ancora la comunanza d’interessi e, perché no?, l’attrazione fisica, dovuta al primo impatto di due giovani veramente belli e la stessa preparazione culturale; chi più ne ha più ne metta! Noi sappiamo che il matrimonio riuscì nel modo migliore, tanto da essere indicato ancora oggi a modello per i giovani sposi e con una sola regola: l’Amore sopra tutto!
«[…] si amarono e continuarono ad amarsi ardentemente sempre – ha scritto il Gastaldi nel saggio intitolato “I nostri grandi fondatori” (1948) –; si amarono nonostante che, fuori delle dette doti, essi portassero le qualità più divergenti: diversi di nazionalità, lui di temperamento più mite, più riservato, più meditativo, più esteticamente affinato; lei più brillante, più pronta di spirito, più battagliera, dominatrice nei salotti finché li tennero o vi parteciparono […]. Perfino nelle imprese caritative egli tese piuttosto alla preservazione morale attraverso l’educazione dell’infanzia, essa invece alla riparazione di coscienze già in qualche modo compromesse: cadute o pericolanti. Ma nelle divergenze non si respinsero, si completarono! Ecco la bellezza di questo connubio».
L’amore quindi è il motore che muove l’immensità e le diversità dei cuori; è una pianticella tenera e delicata che ha costantemente bisogno di cure per crescere solida, robusta e pronta ad affrontare ogni avversità. Carlo Tancredi e Giulia compresero questo fin dal primo istante della loro conoscenza, dilatandolo e perfezionandolo grazie proprio alla loro elevata cultura e intelligenza. Tutto il resto fu grazia e dono divino! Non fecero come fanno certe coppie dei nostri giorni che, al primo soffio del vento contrario, pongono innanzi il proprio orgoglio e l’arroganza estrema, fino alla separazione, nonostante la presenza di figli. I Falletti di Barolo stessi si trovarono certamente davanti ad avversità e contrarietà, ma posero da parte i caratteri, notevolmente diversi, e misero avanti, prima di tutto, l’Amore che tennero costantemente acceso nei cuori, ma più ancora nei loro desideri e maggiormente nella volontà di restare uniti eternamente.
Ciò perdurò anche col passare degli anni e oltrepassò perfino la prematura perdita dell’adorato marito definito «unica ragione di vita» dalla sopravvissuta Giulietta. Sovente si sente dire che l’amore iniziale scompare (se è solamente attrazione fisica) e che il più delle volte resta il rispetto o il non poter far diversamente perché ormai sono anni che si vive insieme, o perché il separarsi vorrebbe dire mutare uno stato sociale di vita. Non deve mai essere così! L’amore iniziale, quello dei primi incontri, delle prime conoscenze deve essere un crescendo continuo e non un lento declino e allontanamento con la perdita degli autentici sentimenti. Non solamente i Barolo ce lo hanno dimostrato, ma tante altre coppie di sposi che, con l’andare degli anni, si sono amati teneramente e dolcemente; più intensamente di quando si sono incontrati.

Ritratti ufficiali dei Marchesi di Barolo, attribuiti a Pietro Ayres, prima metà del XIX secolo
Conoscere, condividere il proprio amore e viverlo intensamente è la cosa più bella che l’uomo possa sperimentare. Non può esistere vergogna o timore nel ricercare questo sentimento evocato, implorato, trovato e sovente distrutto con le proprie mani. Bello è anche palesarlo al prossimo, come dovrebbe fare una vera famiglia aperta, moderna, nel vero senso della parola, dove non ci sia pudore di svelare i sentimenti quali: l’amore dell’uno verso l’altra, il dolore per le sofferenze degli uni e degli altri; prendersi cura di tutto ciò che la vita ci offre di positivo o negativo. Un’analisi costante, costruttiva: far crescere la coppia e di conseguenza la famiglia, nell’autentico senso umano e cristiano, così come seppero fare costantemente, ogni giorno della propria vita, i Barolo.
Sappiamo molto bene e dettagliatamente quanto Carlo Tancredi e Giulia fossero impegnati quotidianamente. Non erano certamente i tipici aristocratici del Settecento che delegavano tutto alla servitù o ai diversi amministratori; loro, oltre alla conduzione della casa, a dirigere i lavori nelle innumerevoli proprietà – si veda la produzione agricola, il legname, l’allevamento del bestiame e tutte le altre rendite, compresa la produzione di quell’ottimo vino che porta ancora oggi il loro nome – avevano messo mano a edificanti impegni sociali e umanitari che sentivano come una profonda missione cristiana. Non va dimenticato che dovevano prendere parte anche alla vita mondana del tempo e intervenire ai vari ricevimenti, prima a quelli della Corte Sabauda e poi a quelli delle famiglie patrizie torinesi ed anche fuori dal Piemonte. Diversi anni fa abbiamo potuto fare un appropriato controllo su ciò che resta dell’amministrazione dei Marchesi ed è stato riscontrato: un continuo acquisto di carbone, medicinali, cancelleria, libri, riviste, rinnovo di guardaroba sia per Giulia, sia per il marito, prodotti per fertilizzare i terreni ecc …, cose normali per il buon andamento giornaliero di ogni casa. Quello che ha maggiormente sorpreso, oltre al costante esame ed espletamento di richieste d’aiuti provenienti da ogni parte del Piemonte, sono i vari inviti a feste e ricevimenti. Mantenevano e rinnovavano costantemente il loro abbonamento al teatro, dove possedevano ben due palchi. Il tutto sempre sotto il loro diretto controllo: molti conti o fatture portano ancora la sigla d’approvazione e appunti con alcune modifiche manoscritte. Non c’è da meravigliarsi se poi facessero sovente dei viaggi sia in Italia, sia all’estero, dove avevano parenti e amici, insomma avevano una vita notevolmente movimentata. Dobbiamo aggiungere a tutto ciò: il carcere femminile nel quale Giulia, fin dal 1818, era entrata dedicandosi alla rieducazione, alla formazione e redenzione delle sventurate detenute; Carlo Tancredi fece parte dei Decurioni comunali, del Consiglio di Congregazione, divenne Sindaco della città torinese e Membro del Consiglio di Stato di re Carlo Alberto; socialmente si dedicò all’apertura di asili infantili (primo in Piemonte (1825) e a scuole per bambini; da amministratore s’impegnò coscientemente nella cosa pubblica svolgendo un’intensa e prolifica attività. Perfettamente in sintonia i coniugi Falletti Colbert dettero vita, o meglio fondarono due diverse famiglie religiose: lui le Suore di Sant’Anna (1834); Giulia le Sorelle Penitenti di Santa Maria Maddalena (1833), oggi Figlie di Gesù Buon Pastore. Non mancarono poi notevoli impegni pubblici, educativi, sociali e benefici ai due sposi e la dinamica collaborazione alle iniziative benefiche alle quali Giulia si era completamente votata e altre chiamatavi sia dalla corte sabauda – in particolare dalle regine che si susseguirono sul trono piemontese e straniero – sia dalle amiche aristocratiche. Tutto ciò, giusto per ricordare come fossero lunghe e operose le loro giornate; erano sufficientemente interminabili e stancanti come per qualsiasi coppia. Nonostante ciò, non mancavano di dedicarsi del tempo reciprocamente.
Ancora il Pellico, nelle “Lettere famigliari inedite” (1876), in una diretta al fratello Luigi, ci fa conoscere come si svolgeva una giornata tipica a palazzo Falletti di Barolo, in via delle Orfane, a La Vigna di Moncalieri o nei castelli di proprietà, sparsi per i vari feudi familiari del Piemonte: «I coniugi Barolo, non avendo prole, non avendo cura d’economia o di traffici, né altri di quegli affanni o pungenti desideri che sogliono rendere frequente l’esercizio della loquela, sarebbero diventati, come tanti mariti e mogli, scarsi di quel vicendevole quotidiano scambio di piccole confidenze, che tengono aperto un cuore coll’altro […]. I coniugi Barolo non per proponimento ma per felice disposizione non pensata, avevano preso questo costume, che vidi fra loro, e conobbi eccellente. Dopo aver fatto ognuno, fino all’ora prossima al pranzo, la sua vita di lettura, di visite, di beneficenze, di seccature sofferte ecc …, si trovavano insieme prima che venissero i convitati od amici non intimi, e ciascuno diceva all’altro, così alla buona, tutta la storia della sua mezza giornata, confidenze di molta, di poca o di nessuna grave entità, ma occasione sempre di mostrarsi il reciproco stato delle loro idee, pene e contentezze. Se poi uno era assente dall’altro, si scrivevano senza smorfie di sensibilaggine, ma partecipandosi cure, affari ed anche inezie per tenersi al corrente dei loro pensieri».
Il loro Amore era un comunicare costante che li faceva sentire ancora più uniti e disponibili verso il prossimo. Non si chiusero mai in se stessi e manifestarono tutta la loro tenerezza come un’irradiazione solare che riscaldava quanti li avvicinavano. Tutto questo era frutto del reciproco attaccamento, di affetto, ma anche di notevole capacità intellettiva. Se erano vicini, si parlavano e, se lontani, si scrivevano. Una volta che Giulia dovette lasciare solo Carlo Tancredi per andare in Francia, questo si sfogava con l’amico Pellico parlandogli ripetutamente di lei: «Il marito il quale non aveva potuto accompagnarla, mi faceva vedere le lettere che da Lei riceveva, io lo ricambiava di pari comunicazioni, e per tale reciprocità ci venivamo a conoscere vieppiù nell’intimo dei nostri sentimenti, e a vincolarci di dolce simpatia […]. Io ascoltava con rispetto e con gioia simili parole d’un uomo tanto nemico delle esagerazioni».
Dopo il matrimonio parigino, arrivati finalmente nella capitale piemontese, andarono a vivere in quel bel palazzo dove risiedevano i genitori dello sposo. Amavano spostarsi anche nelle altre residenze di campagna: La Vigna di Moncalieri, il Casino sulla strada della Venaria, i castelli della Volta, di Barolo ed altri …, ma entrambi preferivano La Vigna, dove Carlo Tancredi aveva fatto degli ammodernamenti in attesa di condurvi l’amata sposina francese.
La mancanza di figli è sovente causa di seri problemi e profonde sofferenze, anche per giovani sposi timorati di Dio come erano loro; quando si accorsero di questa importante assenza, supplirono immediatamente allargando a tutti i poveri il loro infinito desiderio di paternità e maternità.
È toccante quanto Domenico Massé evidenzi il fatto che: «tutto non si può avere» anche se si è i ricchi e nobili marchesi di Barolo, in questo caso il non poter aver figli, era un fatto ancor più serio per una famiglia che aveva quasi una storia millenaria. Sottolinea però quanto l’amore degli sposi, persino in età avanzata, si fosse irrobustito e ne generasse tanto altro ancora; gli fa eco il Lanza: «Una sola cosa mancava a far paghi i voti comuni e a conglutinare viemeglio i cuori degli sposi, cioè la prole. Ma questo dono del Cielo non fu loro largito: e il Signore negli imperscrutabili e sempre giusti suoi consigli, imponendo tale sacrificio, mirava provvidente al soccorso di tanti miseri, allo scampo di tante anime sventurate [….]. In mirabile accordo i due giovani coniugi si accesero di santa gara nel farsi apostoli di cristiana beneficenza; ed in ciò venivano secondati da’ pii loro genitori. La casa de’ Barolo quindi, oltreché il ritrovo dei letterati e dei dotti, era diventata pure l’asilo de’ poveri e derelitti».

Mario Caffaro Rore, Accoglienza dei poveri a Palazzo Barolo, bozzetto su tavola di legno, 1970, Torino
«Gareggiavano – conferma il buon Silvio Pellico – in compassione verso ogni addolorato, ma non però questa era cieca, badando anzi con prudente indagine ad assicurarsi che i loro soccorsi andassero a gente che davvero ne abbisognasse, e non a coloro che vivono di inganno: perciò prendevano le informazioni dai parroci della città e delle campagne, ovvero da altre persone di riconosciuta carità ed intelligenza».
Arrivò anche la fine della favola bella! Quando il marchese morirà, fuori dalla sua patria (presso Chiari, Brescia, 4 settembre 1838), e Giulia tornerà a casa con i resti mortali, esprimerà in una lettera ad un lord inglese suo amico, una nuova testimonianza d’amore, la più grande che l’accompagnerà fino al giorno del ricongiungimento.
«Ieri ho veduto spezzarsi la mia ragione di vita, e in un’ora cupa di silenzio, dinanzi al mistero augusto della morte, nella tragica veglia funebre, che mi consentiva per l’ultima volta la contemplazione di un volto indicibilmente caro, io ho sofferto con lucidità spaventosa ed ho sentito l’anima mia trasformarsi»; frasi che si commentano da sole e che lasciano trasparire qualcosa di straordinario, l’aver sofferto con consapevolezza e razionalità scioccante. Il massimo dolore, dopo aver vissuto al massimo l’amore. Quello coniugale!
Nel Vangelo di Giovanni troviamo una forte affermazione: «Amatevi gli uni gli altri. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. […] Questo vi comando che vi amiate gli uni gli altri» (Gv. 15 12-17). Carlo Tancredi e la sua amata Giulietta, attingendo da tutta la Sacra Scrittura, seppero mettere perfettamente in pratica e rendere concreto questo insegnamento evangelico nel proprio rapporto di tenerezza coniugale. Come la condizione dell’amore duraturo sta, esplicitamente in Cristo che ama il Padre suo e nell’osservare gli insegnamenti, così la fedeltà conserva l’amore e non vi sono desideri, promesse, parole, sentimenti, i quali siano un amore effettivo, vero, duraturo, solido, invincibile, senza la fedeltà al precetto, vale a dire alla conosciuta volontà divina. Questa conoscenza costituisce un grande e costante motivo di gioia, perché i forti sentimenti, la loro stessa intensità sensibile, grandi sforzi e salute, apostolato brillante e conquiste concrete, non dipendono da noi o lo sono solamente in minima parte. Dunque l’intenso e considerevole impegno matrimoniale dei Venerabili Marchesi di Barolo traeva la propria energia creativa dal rapporto d’Amore trinitario che si riversava copiosamente in loro, nell’amore reciproco e nei tantissimi sofferenti che incontrarono durante il cammino terreno e ai quali si dedicarono totalmente.
Nel voler presentare questi due straordinari coniugi e il valore “del per sempre”, origine di un amore coniugale fecondo, e con il desiderio di poterli onorare presto alla gloria degli altari, ci affidiamo fiduciosi ad un’enunciazione del Prof. Avv. Guzman Carriquiry (Atti del Convegno “È possibile vivere come loro”, Torino 18-26 marzo 2006) che riferendosi alla missione benefica degli sposi Carlo Tancredi e Giulia dice:« […] Non è quella di Giulia la reazione indignata della gente “per bene” di fronte alla miseria umana. (Riferendosi al celebre episodio che provocò in Lei il desiderio di dedicarsi alla riabilitazione delle detenute). Percepisce drammaticamente la chiamata del Signore. Essa è come una ferita e un grido per mezzo dei quali il sacrificio di Cristo le chiede di diventare testimone, segno operoso, dell’amore misericordioso di Dio. E come un battesimo di fuoco, un battesimo nello Spirito (direbbero oggi gli amici del “Rinnovamento Carismatico Cattolico”) che rende splendente e allo stesso tempo fortemente impegnativa l’inaudita fusione tra l’amore di Dio e l’amore al prossimo. La testimonianza di Giulia Colbert e Carlo Tancredi è così attuale che potremmo rileggerla tutta alla luce del “Deus caritas est”.
Quell’avvenimento però apre loro un nuovo orizzonte, e imprime alla loro vita una direzione decisiva. Non cambia il loro stato di vita ma vengono chiamati a vivere tutta la loro vita in modo nuovo. Il Signore cambia tutto nella loro vita. Entra in tutto. Il loro amore diventa più forte di quella possibile deriva mondana sugli allori della ricchezza, del potere, del prestigio. Cambia la loro vita matrimoniale. L’amore tra i coniugi si approfondisce e si abbellisce: l’uno per l’altra divengono la compagnia e l’aiuto insostituibili per rispondere all’amore di Dio, operare nella carità e camminare insieme verso il proprio destino. Si ammirano, si dilettano, si aiutano e si edificano a vicenda. Sono così diversi come temperamento, ma rigenerati e complementari nell’unità del più bell’amore. […]».
Per gli sposi di Barolo è lecito parlare di crescita affettiva sotto la guida dello Spirito Santo, ma anche necessario – proprio attraverso le vicende terrene e agli avvenimenti vissuti in prima persona – fare riferimento ad un progetto, ad un programma di vita deciso comunemente e messo in atto grazie proprio alle forze generatrici di quella fecondità coniugale che riuscirono a realizzare pur non avendo figli, ma adottando tutti gli ultimi, gli abbandonati, i poveri, non solamente della loro Torino e dilatandosi successivamente ad altre regioni e territori della penisola non ancora unitaria.
I biografi di ieri e di oggi, i documenti, la corrispondenza e le attestazioni scritte e orali, pervenuteci ci danno ampia testimonianza di cosa fu il rapporto d’amore di Carlo Tancredi e Giulia Falletti di Barolo: una sintonia crescente di sentimenti, una sinfonia di affetti concreti, umani e di una profonda intesa di vivere costantemente l’uno per l’altra e entrambi per tutti quelli che la Divina Provvidenza aveva loro affidato. Un ideale cristiano, perfettamente imitabile ancora oggi non solamente dalle coppie sposate, ma anche da tutti quelli che, con generosità, hanno desiderio di donarsi al prossimo per amore verso il Creatore.


1 commento su “Carlo Tancredi e Giulia Falletti di Barolo, una coppia straordinaria da sempre e per sempre”
Ad Maiora Semper.
Massimo