Affollamento e suicidi nelle carceri? L’utilità di riconsiderare cristianamente la colpa come peccato

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«L’ora più difficile e più temuta di nostra vita è quella della morte. La nostra natura stessa, fatta per l’immortalità, prova dentro di sé una forza misteriosa che la fa rifuggire con orrore da quell’ora fatale, la quale, mentre la si vorrebbe credere sempre lontana, per lo più arriva quando meno la si aspetta. […] L’uomo abbandonato a sé stesso, colle sue forze non può infondere coraggio al proprio simile in quel cimento decisivo; allora è solo efficace il conforto che viene da Dio, il padrone della vita e della morte. È naturale quindi che in tutti i tempi e presso tutti i popoli, il dovere di confortare i morituri spettasse mai sempre al rappresentante della divinità in terra, come un obbligo suo professionale. Gesù Cristo, Dio e Uomo, con la sua divina religione ha insegnato a non temere l’ora della morte, vivendo rettamente: tuttavia essa è sempre temibile pel cristiano, il quale perciò nei giorni tutti della sua mortale esistenza implora dal Signore di non morire di morte subitanea ed improvvisa, ma che gli conceda la grazia di potere avere al suo capezzale il sacerdote che l’aiuti e conforti. Di qui nasce il dovere altissimo e più difficile del ministero sacerdotale, quello di confortare i moribondi. Ora se difficile è per tutti i sacerdoti esercitare convenientemente questo doloroso compito quando, giunto il termine del nostro mortal pellegrinaggio, la morte viene naturalmente a ripetere i suoi diritti; quanto più difficile ha da essere il ministero di chi deve assistere e confortare i condannati a morte dall’umana  giustizia!»[1]

 La figura del sacerdote nei luoghi penitenziari — quando la Chiesa si occupava prevalentemente della salvezza delle anime piuttosto che essere una tra le tante associazioni filantropiche — non era una tra le tante, rappresentate dagli operatori sociali presenti oggi come gli psicologi, tutti quanti occupati nella ‘ri-educazione’, ma in primo luogo gli spettava l’arduo compito di redimere più anime possibili, anche tra i carcerati.

Confortare i moribondi e visitare i carcerati sono due tra le opere di misericordia corporale, quest’ultima opera riguarda sia chi si è macchiato di gravi colpe, cioè il delinquente, sia chi è stato incarcerato ingiustamente. I cristiani da sempre hanno affiancato i carcerati, sperimentando sulla propria pelle incarcerazioni ingiuste perché perseguitati per la loro fede: la nuova religione predicata dai seguaci di Cristo nell’Impero Romano era considerata illegale.

La salvezza dell’anima interessa tutti, sia chi non ha “la fedina penale sporca”, o che è stato ingiustamente imprigionato, sia chi si è macchiato di delitti, in sintesi, ognuno ha la propria anima a rischio.

Tutti possono visitare i carcerati: parenti, amici, figure professionali di supporto materiale e morale, ma il sacerdote, oltre ad essere una figura di conforto, di educazione religiosa è colui che può veramente, attraverso il Sacramento della Confessione, redimere l’anima, anche in punto di morte, come accadeva quando esisteva la pena di morte, quando quell’ora fatale era più vicina che mai; il sacerdote poteva salvare l’anima di chi avesse concretamente mostrato pieno e sincero pentimento. Giustizia e misericordia non si contraddicono, ma devono convivere assieme. Vi è salvezza per tutti, ma si deve mostrare interesse e volontà di apertura al Signore. E quale miglior fondamento nel Vangelo di questa opera di misericordia, se non la vicenda del buon ladrone — crocifisso insieme a Gesù, l’Innocente assoluto e un colpevole assieme — il quale vedendo Gesù, riconosce le proprie colpe, afferma che ciò che egli sta patendo in quanto colpevole è giusto e si affida alla misericordia di Dio. Ne ottiene in cambio la salvezza: «in verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc. 23,43).

Gli studi psicologici e sociologici sulle carceri sono sempre rivolti e correlati ad una riflessione su come migliorare la condizione del condannato, a chiedersi se sia possibile ri-educarlo, o ri-inserirlo nella società. E quando constatano che non sempre avviene una rieducazione o un adeguato reinserimento per via di comportamenti recidivi, gli strumenti della psicologia e della sociologia non trovano adeguate risposte, così il problema della delinquenza resta incancrenito.

Si parla tanto di prevenzione della criminalità, dell’aumento consistente dei suicidi dovuto alla disperazione, all’assenza di speranza e alla perdita di senso della vita, queste ultime contraddistinguono certamente la società tutta, ma tanto più l’ambiente carcerario e l’affollamento delle carceri cresce. Tutti problemi reali e rilevanti a cui la mentalità laica e relativista non sa porre rimedio, perché certamente non sfuggirà che in fatto di diritto penale emergono prepotentemente giudizi di valore, su che cosa sia bene o male.

Una delle conquiste che vanta l’Illuminismo, da cui il diritto penale attuale trae origine, è quella di aver dissociato definitivamente il reato dal peccato e prima ancora la morale dal diritto, tema che approfondiremo successivamente.

Certamente questa dissociazione tra reato e peccato è opportuna per il fatto che la giustizia umana è caratterizzata dalla sua contingenza e dal suo carattere non definitivo, invece a Dio spetta la giustizia definitiva, al termine del pellegrinaggio terreno. Al potere politico non compete la repressione di tutte le colpe, ma soltanto di quelle che hanno in se stesse un carattere di distruttività della vita comune. Possiamo affermare che molti reati sono peccati, ma non tutti i peccati sono reati.

Ragionando alla luce della dottrina cristiana, possiamo comprendere come la delinquenza, è semplicemente la conseguenza del peccato. L’uomo, nella sua natura, è incline al bene, essendo stato originato dal Bene Supremo che è Dio, ma essendosi macchiato della colpa originale, è ancor più incline al male e lo sa compiere. Chi si macchia di un delitto infligge un male materiale all’interno della società, perché ha arrecato un danno morale e materiale a una o più vittime e per questo viene punito, ma logora l’anima stessa di chi delinque, quindi si allontana dal bene, nonché dal Bene Supremo, da Dio.

A tal proposito, San Tommaso nella Summa Teologica affermava:

«La legge umana viene data per la moltitudine, di cui la maggior parte è formata da uomini non perfetti nella virtù. Quindi non sono proibiti da questa legge tutti i vizi da cui i virtuosi si astengono, ma soltanto quelli più gravi, dai quali è possibile ritrarre la moltitudine; e specialmente quelli dannosi per gli altri, senza la cui proibizione l‘umana società non può sussistere, quali l‘omicidio, il furto e simili. […]

La legge naturale è una partecipazione in noi della legge eterna; invece la legge umana non raggiunge la perfezione della legge eterna. Infatti S. Agostino [l. cit.] afferma: la legge emanata per governare gli stati concede e lascia impunite molte cose che saranno colpite dalla divina provvidenza. Ma per il fatto che è incapace di fare tutto non può essere rimproverata per ciò che fa. Perciò la legge umana non può proibire tutto ciò che proibisce la legge naturale»[2].

La rieducazione del condannato deve anche mirare a tramandare dei principi superiori, una speranza di salvezza eterna.

Ciò detto ci fa intendere meglio il ruolo del sacerdote nelle carceri: la Santa Messa e le confessioni impartite nei luoghi penitenziari potevano e possono essere medicinale per l’animo del colpevole e questo la Chiesa lo sapeva bene. Quale miglior figura riportare alla luce se non quella di San Giuseppe Cafasso, egli rappresentò quasi un unicum nell’apostolato nelle carceri: «non tutti hanno infatti il coraggio di fermarsi in quell’ambiente privo di luce, umido, puzzolente, fra quei ceppi, quei catenacci, quelle grosse inferriate, fra quei ceffi che destano ribrezzo e paura al solo vederli senza parlare della loro morale abiezione: non tutti hanno la prudenza, l’abnegazione, la presenza di spirito che all’uopo si richiede. Per gli apostoli delle carceri fu necessaria in tutti i tempi una speciale vocazione e questa ebbe il nostro Beato»[3]. Quanto scritto si legge nel libro del sacerdote salesiano Abbondio Maria Anzini, intitolato Vita del Beato Giuseppe Cafasso, terza edizione del 1925 che è stata interamente realizzata grazie al processo della sua beatificazione.[4]

Gli ostacoli e le resistenze mosse dai carcerati nei confronti dell’apostolato del Cafasso non si fecero certo mancare: non pochi furono gli insulti, le burle e i dispetti nei suoi confronti, eppure il Santo reagì sempre in maniera esemplare. Molti carcerati, come può essere intuibile, erano pieni di odio contro Dio e la religione da non voler sentire parlare alcun prete, tuttavia il Cafasso seppe conquistarli, alle volte, quando fu necessario, anche con dei beni materiali: distribuiva loro denaro o tabacco o sigari o altri oggetti necessari.

Un colosso d’un detenuto una volta lo prese per la gola con le sue manacce, dicendo: «Se volessi potrei strangolarla, né lei riuscirebbe a svincolarsi dalle mie mani». Il Cafasso replicò: «Certo, io che sono un mezzo uomo, non ho la forza di liberarmi dalle sue strette, ma conto di vincerla. La mia vittoria non è materiale. Il Signore, che mi ha mandato, è infinitamente più forte e col suo aiuto io spero che lei si piegherà alle mie preghiere e agli inviti della grazia».

Quest’inattesa risposta soggiogò il colosso che finì per inginocchiarsi e far la sua confessione.

In una occasione, come è descritto nel libro grazie alle testimonianze, nell’inverno del 1841, uno dei reclusi gli giocò uno scherzo di pessimo gusto. Un carcerato lo invitò a fargli visita perché diceva di aver finalmente fatto pentimento: dopo perdurate villanie e malefatte, lo stesso Cafasso ne gioì perché molto aveva pregato e si era mortificato per quell’anima traviata. Nel giorno e nell’ora stabilita, il sacerdote si recò alle carceri e dopo aver oltrepassato a poca distanza il portone, sentì piombargli addosso un liquido feccioso e ributtante che gli sporcò cappello, mantello e sottana. Sapeva che nella prigione sovrastante c’era anche il carcerato che gli aveva dato appuntamento e quindi intuì chi potesse essere l’autore di quell’ignobile atto. Per un istante aveva certamente provato il naturale sdegno per una tale azione, ciononostante accettò l’affronto quale espiazione necessaria per la conversione dell’infelice. Il custode della cella nel vedere quella villania arse di sdegno ed invocò sopra l’autore i più severi castighi. Dopo che il povero prete si era pulito alla meglio, chiedendo in prestito un mantello salì alla prigione come nulla gli fosse accaduto. Quel disgraziato, che sapeva di aver colpito in pieno il povero prete, al vederlo entrare nel camerone tranquillo e col sorriso sulle labbra, lo guardò, tutto avvilito e confuso e proruppe in pianto e gli si inginocchiò: «Padre, mi perdoni…».

«Ma sì, ma sì, da parte mia è tutto perdonato, implorate piuttosto da Dio il perdono dei vostri misfatti…»[5].

Quante persone avrebbero potuto reagire in maniera pacifica a un simile atto se non l’anima di un santo?

Per circa vent’anni questo Angelo delle prigioni compì il suo silenzioso, ma eroico apostolato a conforto di molti infelici e per la salvezza di innumerevoli anime.

Il Cafasso accompagnò ben 68 condannati alla forca (collocata a Torino in quella che tutt’oggi viene chiamata «Rondò della Forca»), condividendo con loro i momenti della disperazione. Il fisicamente fragile prete non si staccava mai dai condannati, ai quali parlava sommessamente fino al patibolo, portandoli tutti alla confessione e al pentimento.

È un controsenso pensare di voler rieducare i carcerati alla moralità, quando si è eliminato il concetto di peccato dalla società, solo tornando ad inquadrare il reato anche come peccato si potrà sperare in un miglioramento delle condizioni dei carcerati e a prevenirne i suicidi.

 

 

 

[1]  Sac. A.M. Anzini, Vita del Beato Giuseppe Cafasso, Società editrice internazionale, Torino, 1925, cap. IV, pp.76-77

[2]San Tommaso, Summa Teologica, risposta alla quaestio 95 a.2 “La legge umana” https://www.sanpiox.it/archivio/images/stories/PDF/Testi/SOMMA.pdf

  1. 1844-1845

[3] Sac. A.M. Anzini, Vita del Beato Giuseppe Cafasso, Società editrice internazionale, Torino, 1925, pp. 59-60

[4]  Giuseppe Cafasso muore nel 1860 a Torino all’età di 49 anni. Nel maggio del 1862 avvenne la prima riesumazione della sua salma che venne trovata incorrotta. Nel 1895 ebbe inizio il processo diocesano di beatificazione. Il 23 maggio 1906 San Pio X firma la commissione per l’introduzione della causa di beatificazione e nel 1925 venne proclamato Beato da Pio XI, infine venne canonizzato da papa Pio XII il 22 giugno 1947.

[5] Ivi.  pp. 72-73

 

 

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