Gustavo Doré, La selva dei suicidi (1861)

 

Non era ancor di là Nesso arrivato,

quando noi ci mettemmo per un bosco

che da neun[1] sentiero era segnato.

 

Non fronda verde, ma di color fosco;

non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;

non pomi[2] v’eran, ma[3] stecchi con tòsco[4]:

 

non han sì aspri sterpi né sì folti

quelle fiere selvagge che ’n odio hanno

tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.

 

Quivi le brutte[5] Arpie lor nidi fanno,

che cacciar de le Strofade i Troiani

con tristo annunzio di futuro danno.

 

Ali hanno late, e colli e visi umani,

piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;

fanno lamenti in su li alberi strani[6].

 

E ’l buon maestro «Prima che più entre[7],

sappi che se’ nel secondo girone»,

mi cominciò a dire, «e sarai mentre

 

che tu verrai ne l’orribil sabbione.

Però riguarda ben; sì vederai

cose che torrien fede al mio sermone».

 

Io sentia d’ogne parte trarre guai,

e non vedea persona[8] che ’l facesse;

per ch’io tutto smarrito m’arrestai.

 

Cred’io ch’ei credette ch’io credesse[9]

che tante voci uscisser, tra quei bronchi

da gente che per noi si nascondesse.

 

Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi

qualche fraschetta d’una d’este piante,

li pensier ch’ài si faran tutti monchi».

 

Allor porsi la mano un poco avante,

e colsi un ramicel da un gran pruno[10];

e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».

 

Da che fatto fu poi di sangue bruno,

ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?

non hai tu spirto di pietade alcuno?

 

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi[11]:

ben dovrebb’esser la tua man più pia,

se state fossimo anime di serpi».

 

Come d’un stizzo verde ch’arso sia

da l’un de’ capi, che da l’altro geme

e cigola per vento che va via,

 

sì de la scheggia rotta usciva insieme

parole e sangue; ond’io lasciai la cima

cadere[12], e stetti come l’uom che teme.

 

«S’elli avesse potuto creder prima»,

rispuose ’l savio mio, «anima lesa,

ciò ch’à veduto pur con la mia rima,

 

non averebbe in te la man distesa;

ma la cosa incredibile mi fece

indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.

 

Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece

d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi

nel mondo sù, dove tornar li lece[13]».

 

E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi[14],

ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi

perch’io un poco a ragionar m’inveschi.

 

Io son colui che tenni ambo le chiavi

del cor di Federigo, e che le volsi,

serrando e diserrando, sì soavi,

 

che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi:

fede portai al glorioso offizio,

tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi[15].

 

La meretrice[16] che mai da l’ospizio

di Cesare[17] non torse li occhi putti,

morte comune e de le corti vizio,

 

infiammò contra me li animi tutti;

e li ’nfiammati infiammar[18] sì Augusto,

che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.

 

L’animo mio, per disdegnoso gusto,

credendo col morir fuggir disdegno,

ingiusto fece me contra me giusto.

 

Per le nove[19] radici d’esto legno

vi giuro che già mai non ruppi fede

al mio segnor, che fu d’onor sì degno.

 

E se di voi alcun nel mondo riede,

conforti la memoria mia, che giace

ancor del colpo che ’nvidia le diede».

 

Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,

disse ’l poeta a me, «non perder l’ora;

ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».

 

Ond’io a lui: «Domandal tu ancora

di quel che credi ch’a me satisfaccia[20];

ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».

 

Perciò ricominciò: «Se l’om[21] ti faccia

liberamente ciò che ’l tuo dir priega,

spirito incarcerato, ancor ti piaccia

 

di dirne come l’anima si lega

in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,

s’alcuna mai di tai membra si spiega».

 

Allor soffiò il tronco forte, e poi

si convertì quel vento in cotal voce:

«Brievemente sarà risposto a voi.

 

Quando si parte l’anima feroce

dal corpo ond’ella stessa s’è disvelta,

Minòs la manda a la settima foce.

 

Cade in la selva, e non l’è parte scelta;

ma là dove fortuna la balestra,

quivi germoglia come gran di spelta.

 

Surge in vermena e in pianta silvestra:

l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,

fanno dolore, e al dolor fenestra.

 

Come l’altre verrem per nostre spoglie,

ma non però ch’alcuna sen rivesta,

ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.

 

Qui le trascineremo, e per la mesta

selva saranno i nostri corpi appesi,

ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».

 

Noi eravamo ancora al tronco attesi,

credendo ch’altro ne volesse dire,

quando noi fummo d’un romor sorpresi,

 

similemente a colui che venire

sente ’l porco e la caccia a la sua posta,

ch’ode le bestie, e le frasche stormire.

 

Ed ecco due da la sinistra costa,

nudi e graffiati, fuggendo sì forte,

che de la selva rompieno ogni rosta[22].

 

Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».

E l’altro, cui pareva tardar troppo,

gridava: «Lano, sì non furo accorte

 

le gambe tue a le giostre dal Toppo!».

E poi che forse li fallia la lena,

di sé e d’un cespuglio fece un groppo.

 

Di rietro a loro era la selva piena

di nere cagne, bramose e correnti[23]

come veltri ch’uscisser di catena.

 

In quel che s’appiattò miser li denti,

e quel dilaceraro a brano a brano;

poi sen portar quelle membra dolenti.

 

Presemi allor la mia scorta per mano,

e menommi al cespuglio che piangea,

per[24] le rotture sanguinenti in vano.

 

«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,

che t’è giovato di me fare schermo?

che colpa ho io de la tua vita rea?».

 

Quando ’l maestro fu sovr’esso fermo,

disse «Chi fosti, che per tante punte

soffi con sangue doloroso sermo?».

 

Ed elli a noi: «O anime che giunte

siete a veder lo strazio disonesto

ch’à le mie fronde sì da me disgiunte,

 

raccoglietele al piè del tristo cesto.

I’ fui de la città che nel Batista

mutò il primo padrone; ond’ei per questo

 

sempre con l’arte sua la farà trista;

e se non fosse che ’n sul passo d’Arno

rimane ancor di lui alcuna vista,

 

que’ cittadin che poi la rifondarno

sovra ’l cener che d’Attila rimase,

avrebber fatto lavorare indarno.

 

Io fei gibbetto[25] a me de le mie case».

 

 

[1] Forma arcaica accolta da quasi tutti gli editori come lectio difficilior. Tuttavia, la più consueta “nessun” avrebbe la particolarità di produrre paronomasia con Nesso (-ss-) e allitterazione con tutte le sibilanti del verso.

[2] Come spesso accade, il termine “pomo” intende genericamente “frutto”. Nel Genesi, il pomus măli (“frutto del male”) è stato erroneamente inteso come “mela”, confondendo il genitivo măli (< mălum, “male”, con ă breve) con la medesima forma ma derivante da mālum (mela, con ā lunga).

[3] Osserviamo come l’antitesi (non… ma) si presenti anche come anafora, essendo ripetuta in tutta la terzina e nella stessa collocazione ad aprire i due emistichi (mezzi-versi) in cui è diviso ogni verso.

[4] Ancora una volta osserviamo come “tòsco” (con la ò aperta, < lat. toxicum) è il veleno, mentre “tósco” (con la ó chiusa) è toscano.

[5] Non tanto nel senso estetico del termine, quanto in quello di “sudice, sozze” (vedi Virg. En. III, vv. 209-257); cfr. anche il termine italiano moderno “bruttare”, che vale “sporcare, insudiciare”.

[6] L’aggettivo “strani” ha valore anfibologico, riferibile cioè sia a lamenti che ad alberi. Tuttavia alcuni interpreti preferiscono riferirlo con assolutezza ai lamenti perché ritengono pleonastico il riferirlo agli alberi, sulla cui descrizione il Poeta si è già soffermato ampiamente.

[7] Desinenza arcaica di 2a persona singolare del presente indicativo.

[8] Usato, come il francese personne, col valore di “nessuno”.

[9] Esempio di poliptoto: in questo caso un verbo (credere) coniugato in tempi, modi e persone differenti.

[10] Non si confonda il termine “pruno” (< prunus, “spina”), cioè “ramo spinoso”, con la prugna, frutto del prunus domestica. Ricordiamo, in aggiunta, che il prunalbo (citato anche da Pascoli nella poesia Novembre, v. 3) è il termine dotto per indicare il biancospino.

[11] Struttura chiastica del verso con i sostantivi all’esterno, i verbi all’interno: uomini – fummo – siam fatti – sterpi.

[12] Notiamo la presenza dell’enjambement, la figura retorica per cui la fine del verso non segna anche la fine del concetto, che prosegue nel verso successivo.

[13] Forma verbale arcaica, di derivazione diretta latina (< licet), che vale “è permesso, è lecito”.

[14] Troviamo due verbi (adeschi e inveschi, nel secondo verso successivo) che, pur usati con valore metaforico, derivano entrambi da etimi relativi alla caccia, e in particolare l’uccellagione. Rispettivamente da “esca” (ciò con cui si attira la preda) e da “vischio”, cioè la pania (donde anche il verbo “impaniarsi”, cioè bloccarsi), il materiale colloso con cui si catturavano gli uccelli, che in esso rimanevano bloccati.

[15] “Perdere i polsi” (cioè i battiti cardiaci) vale letteralmente “morire”; tuttavia qui ha più il valore di “perdere la salute”.

[16] Personificazione perifrastica dell’invidia.

[17] Antonomastico per Imperatore.

[18] Ancora un esempio di poliptoto verbale (infiammare).

[19] “Nove” in questo verso può avere sia un valore più concreto (Pier delle Vigne è morto da non molto, quindi l’albero in cui si è trasformata la sua anima è nato da poco) che – meglio – uno più astratto (“novo”, come altrove in Dante, nel senso di “strano, eccezionale, fuori del comune”).

[20] “Satisfacere” (arcaico per “soddisfare”) costruito alla latina col dativo (satisfacere alicui: soddisfare qualcuno).

[21] Due osservazioni: il “se” ottativo (cfr. lat. utinam si) e “om” col valore dell’indefinito verbale “si” (cfr, francese on).

[22] Dal longobardo hrausta (“siepe, fascio di frasche”) oppure deverbale dal latino medievale re-obstare (impedire, bloccare, e quindi “impedimento, ostacolo”). Forse comparabile col toponimo Rosta, comune in provincia di Torino.

[23] Usato, come comunemente nell’italiano antico, come aggettivo (col valore di “veloce”) e non come participio presente.

[24] Qui col valore di moto per luogo (attraverso) e non di causa.

[25] Dal francese gibet (forca, patibolo) significa che l’anima si è impiccata in casa sua.

 

 

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